Le previsioni vendemmiali? Sono “farlocche” e da prendere con le pinze: parola di Angelo Gaja

La più recente “omelia”, pardon eno-esternazione del noto produttore piemontese Angelo Gaja, intitolata “Il clima della vendemmia”, ha l’indubbio pregio, grazie alla lucidità dell’analisi del “re del Langhe Nebbiolo”, di porre seriamente, inquadrandolo nei termini esatti, il problema, ormai ineludibile, dell’influenza dei cambiamenti climatici in atto sulla produzione di vino.
Con estati come quella che abbiamo vissuto, (anzi stiamo vivendo, con giornate settembrine con clima più vicino ai trenta che ai venti gradi) e che con ogni probabilità, anche se si spera non con la “ferocia” manifestata quest’anno o nel 2003, torneremo a vivere anche nei prossimi anni, come dice bene Gaja si rende necessario “introdurre una svolta epocale nella coltivazione della vite.
Nelle regioni italiane più afflitte dalla calura si chiede che venga autorizzata anche per i vini a denominazione l’irrigazione di soccorso, fino ad ora vietata;  si dovrà anche imparare a proteggere meglio il vigneto dall’evaporazione dell’umidità del suolo”.
Dice bene Gaja che “le conoscenze acquisite in passato devono essere rapidamente integrate con quelle della ricerca, della tecnologia e della capacità di osservazione dei viticoltori”.
E’ paradossale che di fronte a queste mutatissime condizioni in cui ci si trova a lavorare in quel luogo cruciale e di assoluta, fondamentale importanza che è la vigna, dal punto di vista puramente legislativo, delle cose che si possono fare o non fare, si sia costretti ad operare in una situazione che andava bene quando le vendemmie non erano anticipate come quelle attuali, quando a Milano, Torino, Firenze non si registravano, come lo scorso agosto, oltre 35 gradi, quando parole come siccità sembravano riguardare solo la Sicilia ed il Sud.
E a fronte di queste mutate condizioni, di un quadro generale del tutto inedito e dai contorni ancora completamente da definire, quando le vendemmie scarse continuano a ripetersi, come nel 2007, 2008, 2009 e 2011 come ricorda Gaja, e dove non si sa se essere preoccupati/insoddisfatti oppure contenti/sollevati per questa ridotta massa d’uva da incantinare, diventa ancora più anacronistico lo stanco rito delle “farlocche” (parola del produttore di Barbaresco) previsioni vendemmiali che fioccano a partire dalla fine di luglio. E molto spesso si rivelano inadeguate e necessitano di successivi aggiustamenti delle “stime affrettate”.
Con la consueta solerzia il direttore generale della Assoenologi, Giuseppe Martelli, ha provveduto ad informarci che quella 2012 “sarà la seconda vendemmia più scarsa dal 1950, con uve in calo del 3,5% rispetto all’anno scorso e dell’8% in confronto alla media dell’ultimo quinquennio. Quest’anno si produrranno 41,2 milioni di ettolitri di vino (nel 2011 erano 42,7 milioni di ettolitri)”. Però niente paura, perché, come avrebbe detto anche Monsieur Jacques de la Palice “cruciale sarà settembre: ci sono margini di recupero per un buon millesimo”.
Secondo il gran capo dell’Associazione dei tecnici vitivinicoli italiani “anche se è ancora troppo presto per fare previsioni, L’Italia appare divisa in 2: Centro Nord con cali da -5% a -15%, Centro Sud da 0 a +10%”. E mettendo le mani avanti, con perfetto stile post democristiano dall’Assoenologi ci assicurano che “se nel mese di settembre si avranno temperature adeguate, giuste precipitazioni e forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, non è escluso che si possa ottenere un millesimo di alto livello in molte regioni italiane”.
Ma come diavolo si fa a pensare non solo che i numeri forniti siano giusti (ci sono aree importanti, nel nord Italia, dove si parla di cali generalizzati varianti dal 20 al 30 per cento della resa dell’uva sinora raccolta) ma che questa, anche se settembre fosse miracolosamente perfetto e mostrasse le condizioni ottimali ipotizzate, possa alla fine risultare un’annata “di alto livello”, con tutto il caldo terrificante stile africano, “i sette anticicloni che hanno infiammato l’Italia da Nord a Sud e una carenza di piogge estive oltre ogni record” cui ci siamo trovati di fronte?
Molto più equilibrato e ragionevole, invece, il commento rilasciato dal Ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, secondo il quale “In alcune zone è stata pesantemente intaccata la potenzialità dei vigneti, e per questo ci aspettiamo una vendemmia che sarà forse tra le peggiori, in quantità, mai avute in Italia”.
Senza usare “giri di parole per fare il punto sui danni che l’ondata di caldo, che ha imperversato per tutta l’estate lungo la penisola, porterà”, il Ministro parla di una “situazione complessa che va esaminata nei dossier che riceveremo nelle prossime settimane dalle regioni”.
Eppure nonostante la gravità della situazione e la consapevolezza che quella 2012 non sarà certo un’annata da ricordare, in positivo almeno, giornali e siti Internet del vino e qualche blog ha riportato tranquillamente il vaticinio di Martelli, senza eccepire alcunché. Sarà forse per la precisa volontà di non disturbare il manovratore e di non polemizzare con un potente, che oltre che alto papavero dell’Assoenologi è anche Presidente del Comitato nazionale vini Doc?
Tornando, per chiudere, al pronunciamento di Gaja, viene naturale chiedersi se ora “la scarsità presso le cantine delle giacenze di vino delle annate precedenti” ed il passaggio, nel giro di pochi anni “da una situazione di produzione del vino italiano perennemente eccedentaria a quella di penuria” costituisca un problema, oppure un toccasana.
Come annota il produttore piemontese “c’è chi teme che il vino italiano venga a mancare, che non se ne  produca più a sufficienza per soddisfare la domanda del mercato interno e mantenere le quote di export faticosamente guadagnate. Già negli ultimi sei mesi l’export ha arrestato la sua corsa ed ha cominciato a flettere.
Ma non costituisce affatto un segno preoccupante perché la perdita si concentra sul vino sfuso, buona parte del quale veniva venduto a prezzi stracciati: meglio che resti in Italia ad alimentare la produzione del confezionato. Il prezzo medio per litro di vino italiano esportato è ancora uno dei più bassi, distanziato largamente com’è non soltanto da quello della Francia ma superato anche da quelli degli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Cile, Argentina …
E’ giusto essere orgogliosi dei vini che si producono in Italia, occorre esserlo meno quando vengono svenduti. Se l’offerta di vino italiano cala e la domanda cresce o resta invariata è inevitabile che i prezzi crescano”. Secondo Gaja “sono già in forte tensione i prezzi delle uve e lo saranno a breve i prezzi del vino all’ingrosso, entrambi rimasti fermi da dieci anni! A crescere saranno anche i prezzi delle bottiglie di vino ora offerte su scaffale a meno di tre euro, che rappresentano il settanta per cento delle vendite presso la grande distribuzione italiana.
E’ possibile però che la crescita dei prezzi delle uve e del vino all’ingrosso avviino un processo virtuoso: spronare parte di quei  produttori a migliorare la qualità, ad applicarsi per costruire maggiore domanda nelle fasce dei prezzi medio- bassi, ad imparare a vendere meglio”.
Non ho l’esperienza, la scaltrezza, la conoscenza del mercato e, ovviamente, l’intelligenza di Gaja, ma mi permetto di dubitare che questo “processo virtuoso”, come lui lo chiama, possa davvero innescarsi: chi ha alimentato in questi anni di crisi un mercato fatto di vini proposti a prezzi stracciati, prodotti non si sa come, e chissà con quali uve, escludo possa essere preso dall’ambizione di fare migliore qualità.
E una certa fascia di consumatori che si sono abituati a puntare su quei vini solo perché costavano poco, a fronte di un aumento dei prezzi di quei vini di cui erano diventati consumatori più o meno abituali con ogni probabilità non accetteranno un aumento di prezzo di quei vini, ma andranno alla ricerca e sicuramente li troveranno, di vini che continuino a costare poco. E chi se ne frega se la qualità continuerà ad essere un optional….

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N.B.

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16 pensieri su “Le previsioni vendemmiali? Sono “farlocche” e da prendere con le pinze: parola di Angelo Gaja

  1. Concordo con l’analisi di Gaja. Quest’anno potrebbe essere un punto di partenza per diminuire almeno le giacenze e aumentare consapevolezze virtuose dei produttori. Maggior equilibrio tra costi di produzione, qualità, mercato è meglio che squilibri solo apparentemente vantaggiosi per alcuni consumatori.

  2. Caro Franco, sulla scarsità della vendemmia ho l’impressione che l’andamento climatico eccezionale serva (inconsciamente) da scusa per dimenticarsi della notevole riduzione che ha subito la superfice del vigneto Italia in questi ultimi anni. In altre parole la cosa è strutturale ed i dati non sarebbero sostanzialmente diversi con un andamento climatico più normale.
    Sugli effetti che questo porta in alla filiera vino, non condivido l’analisi di Gaja per ragioni di economia di sistema. L’argomento è complesso e volevo scriverne sul blog questo fine settimana, ma diversi impegni mi hanno costretto a rimandarlo al prossimo.

    • caro Lorenzo, perché non sviluppa per Vino al vino, che sarebbe ben lieto di ospitare il suo intervento, questi interessantissimi temi cui fa accenno?

  3. Mi pare che Gaja – neppure tanto sottilmente – esorti a ‘cogliere l’occasione’ delle avversità climatiche per migliorare le opportunità per il vino italiano.
    In effetti, se il mercato si rende conto che la produzione è limitata (quantitativamente) è quasi automaticamente indotto a cercare il prodotto che può venire a mancare.
    E’ la solita storia di chi vede più in là e di chi continua a ragionare come se il mondo (il mercato, il clima, i consumatori, i trend socioeconomici e culturali) non fosse profondamente cambiato.
    Anch’io penso che Gaja – che guarda in là – abbia aperto ottimi spunti, ma chissà se ci sono orecchie per ascoltarlo.

    • Qualcuno pensa che il profitto domina e dominerà le scelte umane. Io ritengo che un pochino di senso della realtà e della lungimiranza dei produttori di vino possa essere trainante per tutti. Non dimentichiamo che agroalimentare e moda sono gli ultimi “appigli” del sistema Italia.

  4. Scrivo per NON commentare il Gaja – pensiero, ma per fare ammenda. Sono un grande appassionato di vino, sto per iniziare il corso FISAR (vi prego non mi stroncate il FISAR visto quel che ho speso) e, veniamo all’ammenda, solo oggi ho scoperto questo blog, che ovviamente mi ha folgorato. Grande Signor Ziliani.
    Sono giovane e ingenuo e ho utilizzato altri blog e fonti per aggiornarmi, l’età è dalla mia parte e avrò tutto il tempo per rimediare.
    Un caro saluto a tutti i lettori e a chi scrive.

    • Benvenuto tra coloro che intervengono, da parte mia, caro Marco. Mi ha impressionato molto il suo tono – attento, pacato, corretto (e ben punteggiato) – … complimenti.
      Se è vero, com’è vero, che “non basta essere giovane per essere meglio di un vecchio”, ecco qui un giovane che si appresta a esserlo!

  5. Mah, dopo aver visto passare tanta acqua sotto i ponti direi che le eccedenze si eliminano con i controlli sulle vigne, levando finalmente di giro quelle centinaia di migliaia di ettari che esistono solo sulla carta. Fatto questo, cosa banale con la aerofotogrammetria e programmi meno farlocchi di quelli usati l’ultima volta, vedrete come spariscono le giacenze! La Toscana più o meno è in regola, ma ci sono troppe regioni (non solo al sud) che sono alla follia. E chi lavora nel vino sa benissimo quali.

    • facciamo i nomi di queste regioni?sono curioso …sviluppiamo questa informazione ed andiamo a fondo.in base a quali prove fa queste affermazioni?dica dica

  6. Con il massimo rispetto per le sue valutazioni, giuste e corrette,
    mi sembra che Angelo Gaja sia nella situazione di uno che sta sulla riva del fiume all’asciutto e provi a dare lezioni di nuoto ad uno che sta affogando.
    Poi perché uno entra in acqua senza saper nuotare é un’altra storia.

  7. Caro Giovanni, ci sono regioni come la Toscana dove non è raro trovare colline dopo colline interamente coperte di vigneti. Ma non sono quelle le regioni che risultano produrre più vino. Dove si possono vedere le grandi vigne che dovrebbero produrre le masse di quelle regioni? Ne fanno cosí tanto che dovrebbero coprire estensioni enormi. Ma io non le ho mai viste. E poi un altro fatterello. Qui in Toscana la regione ha fatto da tempo una legge su come si misura un vigneto, ovvero dalla moltiplicazione del sesto di impianto, altrove si prende quasi sempre la particella catastale; ma per il catasto strade, bordure e tare sono comprese nella vigna. Pare nulla, ma anche solo questo porta via spesso più di un terzo della superficie.

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  10. non finisce il vino e neanche le vigne, sicuramente è finito tutto quel mondo di ciacole che gira intorno al vino e che non produce nulla. Gaja in sintessi dice questo. Qualcuno ci sta riportando con i piedi per terra dopo tanti sogni. Era surreale che dietro una cantina c’erano 10 addetti alla produzione e alla vendita e 100 persone che roteavano bicchieri all’aria e sparavano stupidaggini. Se domani Gaja chiude qualcuno se ne accorge, se chiude questo blog ( con tutto il rispetto per l’autore) se ne accotgono 4 amici. E’ finito il mondo delle favole o forse non è mai esistito…almeno per Gaja!!

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