Aglianica Wine Festival 2012 – Al Castello del Balzo di Venosa si celebra Sua Maestà l'Aglianico del Vulture

Si torna nei tempi antichi quando si parla di Aglianico. Col nome di Helleanico o Hellenico poi definitivamente cambiato in Aglianico sotto il dominio Aragonese del XV secolo, questo vitigno è probabilmente tra le varietà più antiche che hanno colonizzato la nostra penisola. Ne è testimonianza il gran numero di biotipi e sottovarietà che nel tempo si sono diffusi in tutto il meridione d’Italia con particolare riferimento alla zona del Vulture in Lucania e a quella campana del beneventano e dell’Irpinia.
Che lo si voglia chiamare, dunque, Aglianico Amaro o Beneventano, di Taurasi (Avellino) oppure del Vulture si tratta sempre dello stesso vitigno che, all’incirca otto secoli prima di Cristo, presumibilmente ad opera di un popolo di origine ellenica, i Tessali Aminei, raggiunse le coste italiche meridionali e si radicò nella cosiddetta Campania Felix (“la Prosperosa Campania” che comprendeva il territorio dal Monte Massico fino ai Campi Flegrei).
Le viti aminee, come venivano indicate tutte le viti di origine greca presenti sul territorio campano, furono accuratamente raggruppate da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) in cinque classi sulla base delle loro caratteristiche ampelografiche: Aminea Grande, A. Piccola, A. Gemella piccola e grande e Amina Lanata.
È possibile che l’attuale vitigno Aglianico sia uno stretto parente di queste viti che erano famose per dare i celebri vini dell’antichità come il vinum Falernum, elogiato da tutti i poeti della classicità romana e ritenuto il primo vino “DOC” del mondo che i romani conservavano in anfore vinarie accuratamente etichettate con l’origine e l’annata.
A supporto delle lontanissime origini del vitigno Aglianico e a testimonianza della lunga tradizione vitivinicola dell’area del Vulture, ci sono due importanti ritrovamenti archeologici: un torchio di epoca romana rinvenuto nella zona di Rionero in Vulture e una moneta di bronzo coniata a Venosa nel IV secolo a.C. raffigurante la divinità Dioniso. Infine, il poeta latino Orazio (65-8 a.C), scrittore elegante e amante dei piaceri della vita, offre un’ulteriore testimonianza esaltando in un’ode la prosperità della sua natia terra Venosa e la qualità dei vini che vi si producevano.

E oggi, a oltre 2000 anni dalla morte del poeta venosino, i canoni dell’ars vivendi oraziana si ripropongono nella manifestazione Aglianica Wine Festival. Giunta alla 14° edizione, tra il 5 e 7 ottobre operatori del settore vitivinicolo, stampa, associazioni di categoria e tanti appassionati del buon bere vivranno una tre giorni di incontri, seminari e ovviamente degustazioni nell’incantevole cornice del Castello del Balzo accolti da Sua Maestà l’Aglianico del Vulture.
La manifestazione, ideata e diretta dall’Associazione Culturale Aglianica di Rionero in Vulture, propone una serie di appuntamenti che, attraverso stand espositivi, mercatini e oasi di degustazione celebreranno il patrimonio enogastronomico lucano. Il “Mercatino di Aglianica” e “La Piazza dei Sapori” sono due spazi degustazione dove poter incontrare i migliori produttori di vino lucano e assaggiare formaggi, salumi e dolci della tradizione oltre a provare ricette d’altri tempi riscoperte e proposte dai maestri lucani della cucina.
Ci sarà ampio spazio anche per le altre DOC lucane: Matera, Terre dell’Alta Val d’Agri e Grottino di Roccanova; e non mancheranno le birre artigianali nell’area “Birreria Aglianica” curata da Slow Food e dall’azienda Serro Croce. Sono previsti, inoltre, cinque laboratori guidati dalle principali associazioni di settore (Slow Food, ONAV Basilicata, GO Wine):

  • Mondo Aglianico, rivolto all’Aglianico nelle sue versioni del Vulture, di Taurasi e del Taburno;
  • Aglianico del Vulture & Co., specificamente dedicato alle DOC della Basilicata (Matera,  Alta Val d’Agri,  Grottino di Roccanova);
  • Buono…non lo conoscevo, in cui si darà ampio spazio ai vitigni autoctoni italiani;
  • Spirito di Vino: grappe in accostamento al sigaro toscano;
  • Emozione birra: la qualità della birra artigianale non filtrata e non pastorizzata.

Nel corso della manifestazione, si faranno gli onori di casa al Piemonte, una terra di grandi vini che si presenterà ad Aglianica con una vasta selezione delle sue migliori etichette che potranno essere degustate nell’enoteca dedicata alla regione ospite. Chiuderà la manifestazione domenica 7 ottobre la “corsa delle botti”, una vera e propria gara che metterà in competizione gli atleti delle città del vino della Basilicata che per le strade di Venosa spingeranno delle piccole botti, quelle stesse botti che nel buio e nel silenzio delle cantine del Vulture hanno impreziosito il nobile Aglianico.

Il programma dettagliato è visualizzabile sul sito dell’Associazione Culturale Aglianica: www.aglianica.it

Aglianico del Vulture: il vitigno, il territorio e il vino

Posizionato ai piedi del Monte Vulture, un vulcano inattivo da circa un milione di anni, questa varietà Aglianico è coltivata su fertili terreni a composizione complessa ricchi di minerali e depositi piroclastici con sottosuoli tufacei che garantiscono una naturale riserva idrica nei lunghi periodi siccitosi estivi.
L’esposizione media verso est/sud-est, l’altitudine delle viti tra 200 e 700 m.s.l.m e il clima prevalentemente continentale con frequenti gelate tardo-primaverili e venti di caduta dal versante del montano, rendono il terroir di questa parte della provincia nord di Potenza indiscutibilmente unico. Da queste particolari condizioni pedoclimatiche si genera una vite robusta e vigorosa non teme gli inverni rigidi e nevosi e le estati torride e siccitose. Caratterizzato da un acino piccolo, di forma sferica e con buccia nero-bluastra, il grappolo dell’Aglianico è compatto e raramente presenta ali.
È un vitigno che tipicamente radica in ogni tipo di terreno: da quelli di arenaria con prevalenza argillosa situati in zone pedecollinari, a quelli di alta collina ricchi in sali minerali tipici delle aree vulcaniche del Vulture. Attecchisce bene anche in zone di pianura dove però la moderata escursione termica giorno-notte e i suoli tipicamente argillosi e a medio impasto danno vini potenti in alcol ma con acidità e tannicità più attenuata. Su questi terreni, la componente minerale risulta sopita ma possono risaltare le caratteristiche speziate. La maturazione è medio-tardiva e colloca la vendemmia tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre quando la torrida estate del Vulture ha ormai ceduto il passo ai primi freddi invernali.

L’Aglianico del Vulture è da tempo il tedoforo della produzione vinicola della regione Basilicata. Utilizzato inizialmente come vino da taglio per la sua marcata acidità e spigolosità, oggi si presenta come un vino elegante, robusto, con un corposo armonico e raffinato, caratteristiche queste che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di “Barolo del Sud”.
Le sue qualità e la sua tipicità di “vino vulcanico” sono protette dal 1971 dall’approvazione della Denominazione d’Origine Controllata “Aglianico del Vulture”.
Nel 2010, col riconoscimento della DOCG “Aglianico del Vulture Superiore” si è completato un percorso durato oltre 40 anni che ha visto operosamente e faticosamente impegnati i viticoltori del Vulture nel recuperare le antiche proprietà di quel nettare degli Dei che, dall’arrivo dei primi coloni greci nel Sud Italia, ha accompagnato le pagine della storia ispirando generazioni di poeti che, inebriatati dal suo frutto, ne hanno celebrato le notevoli doti mistiche.

Sante Laviola

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N.B.

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Un pensiero su “Aglianica Wine Festival 2012 – Al Castello del Balzo di Venosa si celebra Sua Maestà l'Aglianico del Vulture

  1. L’etimologia di aglianico e gli scritti di Guadagno oggetto di plagio.
    Spopola su internet un saggio di Riccardo Valli, definito alcune volte giornalista, altre cultore, eccezionalmente professore, sull’origine del nome del vino Aglianico.
    Da una veloce lettura del testo, presentato in un convegno svoltosi prima di dicembre 2008 nel beneventano, emerge con chiara evidenza come il Valli riporti quasi integralmente l’articolo del prof. Giuseppe Guadagno dell’Università di Salerno il quale nel lontano 1997 nella Rivista Storica del Sannio, dà alle stampe un validissimo contributo scientifico dal titolo “I vini della Campania dai Romani alle soglie del terzo millennio”.
    Alle pagine 252-253, sulla base si approfondite indagini documentali Guadagno ripercorre la storia dell’uva aglianica dimostrando che la congettura aglianico=ellenico fu introdotta erroneamente dallo studioso Della Porta nel 1592 e prendendo in esame una messe notevole di fonti arriva alla conclusione che tale termine entra in uso in epoca aragonese nella metà del XV secolo. L’antica forma “glianica” risalirebbe quindi allo spagnolo “llano:piano/pianura” ed il valore etimologico sarebbe “uva del piano”.
    Potremmo qui anche procedere ad una comparazione sinottica dei testi per dimostrare come lo scritto di Ricardo Valli dipenda interamente da quanto postulato nell’articolo di Guadagno ma non ci sembra questo né il luogo né il caso. Al lettore che voglia rendersi conto di ciò basterà leggere i due testi sapendo che Guadagno scrive nel 1997 e Valli nel 2008.
    Quello che ci rammarica è come su internet e specialmente nei siti che si occupano di enologia, le scoperte di Guadagno siano ormai ascritte al Valli e quest’ultimo non pago continui ad attribuirsi meriti altrui.
    Certo i giornalisti hanno il diritto di scrivere ciò che gli pare ed eventualmente attingere a fonti autorevoli ma certo non hanno il privilegio di appropriarsi delle scoperte altrui. Tanti bravi giornalisti divulgatori aiutano a trasmettere il sapere. Numerosi articolo iniziano con la frase “Uno studio dell’Università di …”, “Il CERN di Ginevra ha scoperto che…”, “Un prof. dell’Università di …”, “Il dipartimento dell’Istituto…”
    Basta una di queste semplici premesse perché il lettore possa apprezzare la bravura del giornalista e dall’altro, ove ne avesse voglia, andare a cercare l’articolo scientifico del ricercatore per approfondire l’argomento.
    A seguito delle nostre lamentele il direttore del sito http://WWW.tigulliovino.it, ove è apparso il post nel dicembre del 2008, ha aggiunto alla fine dell’articolo: “Fonte: prezioso il contributo scientifico a firma del prof. Giuseppe Guadagno apparso nel 1997 nella Rivista Storica del Sannio”.
    Ci sembra tutto sommato una precisazione minimalista. Ci saremmo aspettati da parte del direttore del sito una più marcata puntualizzazione. Qui non è in ballo una semplice citazione bibliografica mancante. Il Valli compie un vero e proprio plagio spacciando per sua una ricerca del compianto professore Guadagno, storico e archeologo di chiara fama, scomparso ad aprile 2015.
    Dobbiamo anche dire che Riccardo Valli in questa opera di spoliazione non è solo. In un post dal titolo “Aglianico=Ellenico” (http://dobianchi.com/2008/01/29/aglianico-ellenico/) del 29 gennaio del 2008 anche Jeremi Parzen fa passare per sue le conclusioni del prof. Guadagno attribuendosi i meriti della ricerca.
    A tal proposito mi viene in mente la celebre frase di Erasmo di Rotterdam -Elogio alla follia 1509-): “Coloro che pubblicano, spacciandoli per propri, gli scritti altrui e valendosi dell’apparenza trasferiscono sulla propria persona una gloria che è frutto del faticoso impegno d’altri, fidano su questo, che se anche saranno accusati di plagio, tuttavia, per qualche tempo, avranno tratto vantaggio dall’inganno”.
    Falciano del Massico 23-05-2016

    Ugo Zannini
    Direttore del Museo del Vino di Falciano del Massico

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