Elio Grasso: il Barolo è la mia lingua, ma parliamo di Gaja

Una stravagante intervista di Cronache di gusto

Non appena lo avevo scorto mi ero avvicinato con grande curiosità e con gioia, avendo la fortuna di essere un suo vecchio amico, all’articolo dedicato dal sito Internet Cronache di gusto, ad opera di Stefano Gurrera a quel grande uomo del vino di Langa e barolista di rito monfortese che corrisponde al nome di Elio Grasso.
Con un titolo del genere “Elio Grasso: il Barolo, la mia lingua”, e dato il carattere straordinario di questo ritratto, da parte di un uomo che come veniva raccontato “ama sottrarsi alle interviste” mi aspettavo un articolo degno di questo nome.
Domande che riuscissero a sottrarre Elio, “langarolo-contadino di Monforte d’Alba”, al suo proverbiale riserbo, alla ritrosia a parlare di sé, preferendo far parlare suo figlio Gianluca e la dolcissima moglie Marina. E invece a cosa mi sono trovato di fronte, una volta scorso il breve articolo? Ad un qualcosa che invece di celebrare e raccontare questa figura di barolista rigoroso e tutto d’un pezzo, forte di valori solidi, di convinzioni tenaci, finiva per parlare di tutt’altro personaggio, lontani anni luce da Elio, nientemeno che Angelo Gaja.
Difatti su quattro domande rivolte a Grasso, per annunciare la sua presenza ad Enna il 22 ottobre alla degustazione organizzata da Beverfood Sicilia, ben due riguardano il noto produttore di Barbaresco, il re del Langhe Nebbiolo, proprietario di cantine anche in Maremma e a Montalcino.
Domanda: ma che senso ha intervistare (anche se solo telefonicamente) Elio Grasso per chiedergli non del suo lavoro, della sua filosofia del vino e del Barolo, della sua idea di Langa, bensì “cosa rappresenta Angelo Gaja per voi piemontesi?”.
E come diavolo si fa, evidentemente avendo una concezioni molto stravagante della Langa e del vignaiolo langhetto, ad affermare, secondo l’intervistatore ovviamente, che Gaja “dalla Francia assorbì la vera essenza dell’anima contadina dei vigneron”, come se i migliori vignaioli di Langa quest’anima non l’avessero profondamente e storicamente nel loro sangue senza aver bisogno di “ispirarsi” ai cugini francesi? Singolare e stravagante davvero il modo di fare informazione sul vino di Cronache di gusto…

  

3 pensieri su “Elio Grasso: il Barolo è la mia lingua, ma parliamo di Gaja

  1. Tutti, ormai, credono di avere facoltà a parlare di vino, anche ignorando completamente la materia, e non conoscendo nulla del mondo in cui i vignaioli vivono. Ma, soprattutto, la loro storia, il loro amore per il territorio e, addirittura, la simbiosi con i propri vitigni.
    Sarebbe il caso di rispondere con le parole di Dante
    “Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
    per giudicar di lungi mille miglia
    con la veduta corta d’una spanna?”.

    Mi farebbe piacere che tu leggessi il mio articolo
    “quelli come me………. che amano il vino”
    http://robertolepori.blogspot.it/2012/09/quelli-che-come-me-amano-il-vino.html

    Saluti cari
    Roberto

  2. L’improvvisazione regna sovrana, questo è un esempio lampante. Il problema non è chi fa domande: è chi risponde alle domande, chiunque gliele rivolga e qualsiasi domanda sia rivolta.

  3. Non c’entra niente con l’articolo e sicuramente lo sai, ma nella foga dello scrivere, il tuo uso dell’aggettivo é poco logico: langarolo ha valenza neutrale/positiva.
    Langhet/langhetto ha sempre valenza negativa/denigratoria.

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