Langhe Bianco A-Nascetta 2006 Elvio Cogno

Non sono tantissimi i vini bianchi italiani che possono essere stappati e gustati con piacere dopo diversi anni di permanenza in cantina.
A qualche friulano, a qualche Gavi e Roero, ovviamente a qualche Verdicchio dei Castelli di Jesi, a qualche Fiano di Avellino o Etna bianco, ovviamente a qualche Pigato e Vermentino (Riviera Ligure di Ponente e Colli di Luni) mi sento di aggiungere, per ripetuta esperienza diretta, anche un vino che per molti costituisce un mistero, dato che nella sua zona di origine conta su una decina di ettari scarsi vitati.
Siamo in Langa, nella zona di produzione del Barolo, nel comune di Novello, che è stata ed è patria (anche se attualmente si conta qualche ettaro anche altrove, a Sinio ad esempio) di questo vitigno, che da qualche tempo, come ho scritto in un articolo dedicato a “vini bianchi in Piemonte e Toscana” pubblicato su La cucina del Corriere della Sera di ottobre, conta su un’apposita denominazione, Doc Langhe Nascetta.
Un vitigno e vino, che troviamo indicato sia come Nascetta, che come A-Nascetta, oppure ancora Nas-cëtta. Iscritta solo da pochi anni al Catalogo nazionale delle varietà di vite, e da meno ancora prevista come specifica tipologia della Doc Langhe, mentre in passato i vini che se ne ottenevano venivano classificati come Langhe bianco, la Nascetta, secondo recenti studi condotti da una delle più grandi esperte di ampelografia italiane, la dottoressa Anna Schneider, è un vitigno autoctono delle colline albesi che potrebbe essere imparentato con il Grò blanc, vitigno tipico della  Val di Susa.
A dispetto del nome, che farebbe pensare a qualche elemento in comune, non ha nulla a che fare con il vitigno sardo denominato Nasco. Come ho scritto nel mio articolo, il nome Nascetta fu coniato nell’Ottocento dall’ampelografo piemontese Giovanni Gagna, che citandola come ottima uva da vinificazione, utilizzata in combinazione con Moscato bianco e Favorita, e sostenendone la validità per la spumantizzazione di vini definiti “somiglianti allo Champagne”, ipotizzava la sinonimia della Nascetta con il Nasco.
Venendo ai giorni nostri possiamo definire la Nascetta come una varietà a bacca bianca semiaromatica, ricca di terpeni, con aromi che anche se i vini che se ne ottengono nascono da vinificazioni in purezza di quest’uva, fanno pensare anche al Sauvignon, al Riesling e al Vermentino.
Potenziale aromatico che costituisce una delle attrattive, ma non la sola, di questo vino, e che richiedono, anche se la vendemmia è tardiva, una grande attenzione ai tempi di raccolta, perché se si raccolgono le uve troppo presto a non completa maturazione si condiziona lo sviluppo aromatico, mentre se la raccolta avviene in ritardo, in condizioni di sovra maturazione delle uve, si rischia di impedire l’espressione di una delle singolari caratteristiche del vino, la sua attitudine all’invecchiamento, sia in acciaio che in legno.
La storia moderna di questa uva, che secondo alcune ricostruzioni più leggendarie che storiche potrebbe essere arrivata in Piemonte nel periodo alto medioevale dalla Liguria, vede protagonista come vera terra di elezione il borgo di Novello, in provincia di Cuneo, compreso nell’area di produzione del Barolo, posto tra i comuni di Barolo e Monforte d’Alba.
Qui, intorno a metà anni Novanta, due aziende, Elvio Cogno e poi Le Strette, recuperano il vitigno in forma sperimentale e dopo diversi tentativi e sperimentazioni commercializzano il primo migliaio di bottiglie facendo della Nas-cetta, come veniva definita in etichetta, un vero caso. Il resto, con l’iscrizione nel 2000 dell’uva al catalogo delle varietà autorizzate, e dal 2010 la possibilità di indicare il nome di vitigno nella doc Langhe, è storia recente. Perché parlare della (A)Nascetta? Semplicemente perché mi sono trovato in cantina, recentemente, una bottiglia non dell’annata attualmente in commercio, sto ovviamente parlando dell’allora Langhe bianco di Elvio Cogno, bensì del 2006 di quella che viene chiamata in etichetta come Anas-Cëtta, che Valter Fissore e sua moglie Nadia producono dai primi anni Novanta.
Un bianco, piemontese, non uno Chardonnay, di sei anni, ma cosa pretendere di trovare, direbbe qualcuno? Pretesa nessuna, ma qualche speranziella di trovare un vino interessante, date precedenti esperienze di vecchie annate fatte in cantina, quella l’avevo. E non sono stato deluso, anzi…
Splendido il colore, un paglierino oro squillante, pieno di riflessi luminosi di grande vivacità e brillantezza, e subito un naso profondo, assertivo, denso ma delicato, affilato, ben secco e perentorio, tutto fieno e fiori secchi e agrumi, accenni di miele, una leggera speziatura e una nota minerale di pietra focaia precisa a scandire il ritmo, a far capire di trovarsi di fronte ad un vino ancora in piedi, integro, pieno di energia.
Altrettanto convincente la bocca, ben secca, ampia, calda, avvolgente, con ampio sviluppo e la classica presenza tannica della Anas-Cëtta o Nascetta (chiamatela come volete, ma soprattutto bevetela) sul finale, ancora teso, di grande vigore e sale, con vena acida nervosa, e gusto avvolgente e di grande personalità.
Un gran bel vino, di quelli cui togliersi tanto di cappello…

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N.B.

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5 pensieri su “Langhe Bianco A-Nascetta 2006 Elvio Cogno

  1. Buongiorno Franco, immagino che intendesse un vino di 16 (sedici) anni, non sei come ha scritto nel testo…. Oppure il vino è del 2006?

        • Lei aggiungerebbe qualche vermentino della Sardegna alla lista di vini bianchi italiani che possono essere stappati e gustati con piacere dopo diversi anni di permanenza in cantina?
          Sarei curioso di conoscere quali sig. Gianni. I nostri vermentini, salvo qualche rarissima ma rarissima eccezione, non vanno oltre i due anni dalla data di vendemmia e già superato l’anno inizia la loro fase discendente. Di certo non si evolvono in bottiglia. Sono vini da bere giovani in quanto fanno della freschezza e piacevolezza la loro caratteristica più importante. Anche per questo i prezzi di certi vermentini di Sardegna doc e di Gallura docg sono davvero fuori ogni logica di mercato e buon senso.

  2. Pingback: La nascetta: il futuro re dei bianchi albesi?

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