Vini della Bergamasca: ecco perché non se li fila quasi nessuno

A proposito di un’uscita del Presidente del Consorzio Tutela Valcalepio

Milanese residente a Bergamo da oltre 40 anni, mi sono sempre chiesto, pur non essendo di certo un frequentatore delle cantine locali, perché mai i vini orobici non ricevano, da parte della stampa specializzata e delle guide, particolari attenzioni. Un eufemismo per dire che in fondo, qualche eccezione a parte (ma trattasi di giornalisti che riservano uno speciale interesse ai vini lombardi per motivi economici, di pagnotta, più che squisitamente politici o ideali o legati a convinte enoiche passioni…), questi vini bergamaschi, anche se Bergamo “vanta” addirittura una Docg, il ben poco conosciuto (e sopravvalutato) Moscato di Scanzo, non se li “fila” quasi nessuno.

Ora, ragionamenti sul loro livello qualitativo non propriamente eccelso a parte, mi sono finalmente dato una risposta. L’ho avuta andando in edicola e acquistando, confesso per la prima volta, il numero di dicembre della rivista denominata Affari di gola, “un mensile interamente dedicato ai temi della tavola, nato dalla volontà di valorizzare un comparto, quello dell’enogastronomia, protagonista negli ultimi anni di un forte sviluppo. Obiettivo della testata è far conoscere i prodotti tipici, la cucina e l’ospitalità made in Bergamo ed essere di supporto a chi opera nel settore”.

L’articolo che mi ha dato le risposte che mi mancavano e mi ha consentito di capire di più sul rapporto tra i vini bergamaschi e il giornalismo enoico (e si consideri che a Bergamo e dintorni hanno vissuto e operato due grandissimi come Luigi Veronelli e Francesco Arrigoni, e vi operano tuttora Gigi Brozzoni, Elio Ghisalberti, Roberto Vitali, Bruno Donati, più altre trascurabili figure…), è l’ospitata del presidente, da giugno 2011, del Consorzio Tutela Valcalepio, il Consorzio che si occupa della più diffusa denominazione enoica bergamasca, Enrico Rota, 43 anni, “titolare con i fratelli della Quattroerre di Torre dè Roveri,  azienda leader in bergamasca nella distribuzione di vino e bevande”. Un’azienda che dichiara di essere “dal 1985 imbottigliatori di vino alla spina non pastorizzato”.

E qui, prima di andare al contenuto di questo intervento, basterebbe ricordare che Rota è succeduto, dopo 30 anni, al “padre padrone” del Consorzio, il conte Bonaventura Grumelli Pedrocca, per sottolineare la particolarità di questo Consorzio e della situazione orobica, perché il sottoscritto non conosce nessun’altra realtà consortile che abbia visto una singola persona reggere la presidenza per un periodo così prolungato. Una particolarità che fa il paio con affermazioni tipo questa, che si leggono sul sito Internet del Consorzio, “per dichiarare apertamente le robuste ambizioni di innovare il settore vitivinicolo per fare un’enologia di alto livello capace di conquistare mercati vicini e lontani, l’effige del Colleoni, il più famoso condottiero bergamasco, fu inserita nel marchio del Consorzio”, che fanno ben capire come a Bergamo si dichiarino da soli i “meglio fichi der bigoncio”, mancando totalmente qualcuno che riservi loro simili valutazioni…

Nel proprio intervento il presidente Rota traccia un bilancio dei “primi diciotto mesi alla guida del Consorzio”, dichiarandosi più che soddisfatto perché, dice “noi siamo i protagonisti della filiera produttiva enologica di Bergamo”, filiera composta da “imprenditori vitivinicoli di primo livello, abili, coraggiosi e tenaci, che hanno costruito aziende di grande efficienza, moderne, che non temono confronti con nessuno”. Peccato però che di queste aziende che non hanno paura di confrontarsi con chiunque siano ben pochi ad accorgersene..

Rota lamenta, a ragione, il fatto che eppure esistano “produttori che non aderiscono al Consorzio”, ad un consorzio che, sostiene, ha compiuto “una rivoluzione silenziosa” (ecco perché la gente non se n’è accorge, forse perché è troppo silenziosa?), che ha fatto cose mirabolanti, anche se non inedite come lui crede, tipo costituire “una Commissione Tutela che si occupa del controllo della qualità del Valcalepio sul mercato e organizza apposite degustazioni fatte solo da produttori, per avere la possibilità di dipingere un quadro preciso e dettagliato del Valcalepio stesso sul mercato”, oppure siglare “un accordo con le Università di Milano e Piacenza per la ricerca in viticoltura ed enologia”.

Rota vorrebbe giustamente conoscere i motivi della mancata adesione di determinate aziende (quante? quali?) al Consorzio e vorrebbe anche sapere “da alcune istituzioni”, ma non dice quali, “se non meritiamo più attenzione e più sostegno per tutto ciò che abbiamo fatto e che siamo in grado di fare”.

Fin qui tutto bene, fino a quando il presidente nonché titolare della Quattroerre è arrivato a porsi un interrogativo che francamente poteva anche risparmiarsi che dà una risposta all’interrogativo che mi ponevo all’inizio, perché i vini “bergheimer” non se li fili, a parte Lombardia, pardon, Italia a tavola, quasi nessuno.

Scrive Rota: “sarei curioso pure di scoprire perché parte della stampa tende a elogiare molti vini basta che non siano bergamaschi, senza parlare di certe guide, che surrogandosi il diritto di valutare il lavoro altrui, ricercano solo sterili e faziose diatribe, ignorando poi gli insindacabili progressi dell’enologia bergamasca”.

Ecco spiegato l’arcano! E’ tutta in questo mix di provincialismo, manie di persecuzione, un filo di presunzione e incapacità di cogliere lucidamente la realtà, una parte di arroganza ed una piccola quota di intolleranza, che vanno a costituire una pericolosa “sindrome orobica” la spiegazione del perché i vini orobici siano autoreferenziali, ovvero che se ne parli, e li si beva soprattutto esclusivamente o quasi in provincia di Bergamo.

Ma in quale mondo vive mai il presidente del Consorzio Tutela Valcalepio, per permettersi di dire che le guide si “surrogano il diritto di valutare il lavoro altrui”? Devono forse, le guide, e la stampa specializzata, chiedere a lui il permesso, magari in carta da bollo, per degustare i vini orobici e scriverne quello che vogliono, oppure decidere, visti i riscontri delle degustazioni, di non scriverne?

Deve essere lui, il patron (con i fratelli) della Quattroerre, a dire quello che devono scrivere e magari intonare il coro, a comando, degli “insindacabili progressi dell’enologia bergamasca”? Continui pure a relazionarsi, con stampa e guide, e con chi non la pensa come vuole lui, in questo modo. Ma non si lamenti poi se da guide e stampa verrà ripagato riducendo la rappresentanza orobica nelle guide a percentuali da piccoli partinini da prima repubblica.

Non si lamenti Enrico Rota, potrà sempre consolarsi intonando, magari guardandosi allo specchio e gonfiando il petto mostrando i muscoli, intonando questa tipica canzone bergamasca, Noter de Berghem, che esprime meravigliosamente il suo sistema di pensiero… Magari per ottenere l’effetto desiderato, potrà sempre rivolgersi ai suoi degni sodali, agli ultras atalantini della curva nord…

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una cosa mi pare certa, da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fermare il declino!

7 pensieri su “Vini della Bergamasca: ecco perché non se li fila quasi nessuno

  1. in tutto questo tuo condivisibile quadro resta però un dubbio: ritieni che in terra orobica vi siano prodotti degni di considerazione (dentro o fuori da consorzi francamente al bicchiere poco importa) oppure è terra o gente o entrambe le cose che al far buon vino non si attagliano?

    • nonostante il livello dei “ragionamenti” dimostrato dall’uscita del presidente del massimo consorzio enoico orobico sia veramente basso e nonostante un evidente problema di cultura che si ripercuote sui vini, ci sono oneste e più che dignitose cose che francamente non mi viene una gran voglia di porre in rilievo e che passano in secondo piano di fronte a queste dimostrazioni di ordinaria arroganza

  2. Non é che ai bergamaschi manchino proverbi per dipingere un po´ la situazione attuale: si potrebbe dire che il Valcalepio
    “L’è al mond perché gh’è pòst.” e che il Consorzio sembra il cesto
    “Antet caàgna che ‘l manec l’è ròt.” o che, come dici tu vine bevuto a
    “Cà sò e po’ piò.” Peró é un peccato perché la DOC ha avuto un padre saggio ed illuminato, Carlo Zadra, scelte di uve che comunque hanno buona risonanza nel mondo, cabernet e merlot di marze trentine, che se vinificate bene danno un “Vì che salta ‘n del bicér”. Forse manca qualche eccellenza (ricordo peró un fenomenale Moscato di Scanzorosciate di Mario Pina ,Cascina Berlendesa) ottimi Colle del Calvario Valcalpio capaci di buon invecchiamento e piacevolissimi rossi di Monzio Compagnoni, peró
    i presupposti secondo me ci sono tutti ed anche se é difficile proporre
    “bordolesi d’Italia”, forse il Consorzio dovrebbe guardare di piú ai nuovi mercati BRIC & Co.ed un po’ meno al comunque sempre importante consumo interno. La posizione geografica e la bellezza scenica dei posti dovrebbero facilitare questo “sguardo dal balcone”

  3. Discorso del gran capo a parte, a me non dispiacciono per nulla i metodo classico de Il Calepino. Ricordo interessanti anche i rossi de La Collina di Grumello ma dovrei riprovarli..

  4. Ritengo il Valcaleppio un vino più che dignitoso. Sono diversi i produttori che ritengo bravissimi. Ci sono vini famosi – questione di marketing?- che mi fanno ridere e non meritano di essere tali. Non faccio nomi di vini e di regioni
    per educazione. L’unico difetto del valcaleppio è il costo. Buono ma caro. Un consiglio? Abbassate un po’ i prezzi.

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