Alla faccia del Dolcetto in crisi! Un grande Dolcetto d’Alba 2010 bevuto in quel di Como

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Si dice molto, ultimamente, che il Dolcetto, il più popolare ed emblematico dei vini piemontesi, sia in crisi. Che il mercato, non solo quello tradizionale locale, ma quelli classici, ovvero Milano, Liguria, resto del Piemonte e Lombardia, non assorbano più le quantità prodotte di una volta.

Si dice che i vari Dolcetto a denominazione d’origine (Dogliani, Alba, Ovada, Diano d’Alba ecc.) siano vini un po’ all’antica, legati ad un’idea un po’ superata del consumo di vino. Si scrive che i buoni Dolcetto (e ce ne sono molti) siano troppo cari per essere appetibili ai consumatori di oggi e che il loro prezzo entri in una fascia già presidiata da vini più appealing o modaioli. Si scrivono tante di queste cose, forse anche perché quei Dolcetto buoni li si beve purtroppo non di sovente. Però, quando capita di imbattersi in uno di quelli, perbacco, che libidine!

E’ quello che è capitato a me ieri in quel di Como, dove mi trovavo in compagnia dell’amica e collega wine writer russo-inglese, Eleonora Scholes, ovvero sito Internet Spazio vino, e di una persona, segnatevi il nome, di cui sentirete parlare, Stefano Grancini.

Su indicazione di Eleonora, che a Como vive, ci siamo dati appuntamento in un posto molto simpatico, il Café fleurs Pane e Tulipani, un locale, in pieno centro storico, in via Lambertenghi, dove si mangia, si legge, si trova un’ottima e personale selezione di vini, e dove si possono anche acquistare fiori (mais oui!) per parlare di varie cose.

Ingannando l’attesa e parlando delle nostre cose, anche dell’edizione 2013 di Radici del Sud, ci siamo gustati l’ottima Coda di Volpe della cantina irpina Vadiaperti, e quando siamo andati a tavola, per un light lunch, la mia scelta è caduta su un vino che avevo visto sullo scaffale in bella vista e che non bevevo da tempo.

Parlo del Dolcetto d’Alba Tre Vigne della cantina Vietti di Castiglione Falletto (villaggio barolesco del mio cuore), una cantina che evoca in me ricordi bellissimi, dall’incontro con i grandi artefici del successo di questa cantina, Alfredo Currado e sua moglie Luciana Vietti, all’amicizia, che nacque proprio in questa cantina, con il collega barolista e amico fraterno Salvatore Marchese.

Un Dolcetto d’Alba di quelli con i contro… fiocchi, che nasce da vigneti di età compresa tra i 25 ed i 30 anni siti in Monforte d’Alba, Novello e Castiglione Falletto con una densità media di 4.500 viti per ettaro coltivate a gouyot. La produzione è di 50 ettolitri. La scheda tecnica del vino parla di fermentazione in acciaio per 9 giorni (nove giorni! E poi c’era qualche fenomeno e pseudo guru barolista new wave che predicava fermentazione di 5-6 giorni per i suoi “barolini” barricati e iperlegnosi di La Morra!) e di affinamento per dieci mesi in botte di Rovere di Slavonia.

Bene, abbiamo ordinato questo vino e sin dal primo assaggio, che meraviglia! Colore intenso, da Dolcetto e un naso fitto, caldo suadente, avvolgente, mix di viola, terra, sottobosco, cuoio, cacao, liquirizia, erbe aromatiche, un naso quasi baroleggiante anche se fragrante e freschissimo, pieno di grazia, immediato, e poi una bocca da rimanere senza fiato, carnosa, ben polputa, terrosa, ricchissima di sapore, lunga, persistente. Una bocca golosa, materica, eppure ricca di nerbo, grazie ad un perfetto equilibrio, ad un’acidità freschissima, ad una materia splendente per integrità.

Solo ad un controllo successivo alla bottiglia, all’atto di fotografarla con il mio smartphone (di cui sto imparando le varie funzioni) ho scoperto che non di un 2011 si trattava, bensì di un 2010.
Accidenti che Dolcetto, che vino, che piacere, compatibilmente al ritorno a Bergamo in auto (ma fino a Milano guidava Stefano…) berlo copiosamente! Saranno vini come questi a restituire dignità e futuro al Dolcetto (Alba, Dogliani, Diano, Ovada), a sottrarlo alle strettoie della crisi, a riconsegnarlo al circuito virtuoso dei vini di cui non solo si parla o si scrive, ma che si bevono… Sono pronto a scommetterlo.

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