Ecco perché non scriverò mai sul Corriere della Sera: a proposito di una verticale di Luce

FrescobaldiLamberto

Chiusa la parentesi simpatica degli scherzi (che peraltro sembrano essere riusciti piuttosto bene) voglio dire che questi giorni di Pasqua mi hanno consegnato un’evidente consapevolezza. A dispetto di quanto sostenevo nel “divertissiment” di ieri non solo non farò i soldi, ma non scriverò mai sul Corriere della Sera. Non ho la diplomazia ed il sense of understatement per poterlo fare.

A questa conclusione sono arrivato leggendo (il ritaglio l’avevo messo da parte ma ho continuamente rimandato la lettura immaginando quali sarebbero state le mie reazioni) l’ampio articolo, che potete leggere qui, dedicato lo scorso 23 marzo dal Corriere della Sera ad una verticale del Super Tuscan Luce e al suo artefice, il marchese Lamberto Frescobaldi.

Voglio dirlo subito, non penso affatto, alla luce (è il caso di dirlo) di quello che dirò in seguito che l’autore dell’articolo, Luciano Ferraro, caporedattore centrale e responsabile del vivace blog Di Vini, e persona che stimo molto, sia un giornalista asservito alla Grandi Aziende del Vino e ai loro interessi.

Luce

Dico solo che con realismo, tenendo conto dell’assetto proprietario del grande quotidiano di via Solferino e della Rizzoli RCS, un giornalista del Corriere della Sera che scrive di vino non può avere nei confronti dei potentati dell’italico vino lo stesso atteggiamento che ha tranquillamente, dicendo senza problemi che non nutro per loro alcuna stima, il sottoscritto.
Che è un “cane sciolto”, un free lance, un libero pensatore, che pur avendo scritto in passato per Il Giornale (con Montanelli direttore e con la prima direzione Feltri) e per La Stampa, non troverà più posto in un grande quotidiano.

Detto questo, nello scrivere la leggiadra celebrazione di un vino sostanzialmente superfluo come Luce, avrei lungamente esitato e alla fine avrei rinunciato a chiedermi se “in un vino che nasce dal connubio tra un casato medievale e un self made man americano prevale il peso o la leggerezza? Il fardello della tradizione o la levità del nuovo”. E mai mi sarei riferito alla tradizione in termini di “fardello”, cosa che avrebbe indignato un Bartolo Mascarello.

E quando nell’incontro il sor Marchese Lamberto (uno che indulge a disinvolte letture di Brunellopoli) mi avesse detto che “con orgoglio e passione, abbiamo accoppiato il Sangiovese e il Merlot, talvolta in percentuali diverse, dipende dalle annate. Non per fare un vino dal gusto internazionale, ma per unire eleganza e struttura”, gli avrei replicato, io che non scrivo sul Corriere della Sera ma qui, per favore non si prenda beffe dell’intelligenza dei lettori e della mia. Il Sangiovese di Montalcino, coltivato nei posti giusti, non in estensioni vastissime poste a Sud o in luoghi dove sarebbe già un’impresa ottenere delle buone patate, è già sintesi di eleganza e struttura.
E non ha bisogno di alcun ammorbidente enologico, alias Merlot, o di altro. E che il Merlot aggiunto al Sangiovese imbastardisce, non nobilita di certo, il Sangiovese.
LambertoFrescobaldi

E a chi alla domanda, un po’ stupidella, “Luce è un Supertuscan o un baby Supertuscan?” che mi rifiuto di credere che Luciano Ferraro possa avere fatto, mi avesse risposto “Non c’è bisogno di catalogare: è un superbuono”, avrei replicato ricordando che “chi si loda s’imbroda”. E che “chi non ha vantatori vanta se stesso”.
E che anche se il marchese vive nel mondo un po’ aureo frequentato dai tecnici del governo tecnico Monti e si è fatto montare la testa dai punteggi mirabolanti attribuiti dal suo amico Suckling, nel mondo delle persone normali e dei vini veri sono i consumatori e gli appassionati chiamati a dire se un vino è buono, non chi lo produce.

Non voglio dare lezioni al bravo giornalista del Corriere della Sera, ma io, che non sono lui e non scrivo sul Curierun, quando mi fossi trovato a ricordare che “ora Lamberto è il presidente delle Tenute di Castelgiocondo e Luce della Vite, in cui si produce anche Brunello”, non avrei mancato, anche se per un giornalista del Corriere citare Repubblica sarebbe stato inusuale, di citare un passaggio contenuto in questo articolo.
Un passaggio che testualmente recita: “La Procura di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio per sei persone al termine dell’ inchiesta sul Brunello di Montalcino prodotto violando il disciplinare, cioè utilizzando anche uve diverse da quelle previste. All’ udienza preliminare del 17 settembre compariranno davanti al gup di Siena Stefano Campatelli, direttore del Consorzio del Brunello e membro del comitato di certificazione, Baldassarre Fanti, presidente del Consorzio fino al giugno 2007, Lamberto Frescobaldi, legale rappresentante della società Castelgiocondo, Niccolò D’ Afflitto, enologo e responsabile della produzione della stessa società, Giampiero Pazzaglia, legale rappresentante della società Argiano, Paul Harri, un tempo enologo di Banfi accusato di aver reso false informazioni al pm.
Tra le accuse, a vario titolo, falso ideologico, vendita di sostanze non genuine e di prodotti industriali con segni mendaci e false informazioni al pubblico ministero”.

Per completezza dell’informazione, per ritornare alla cronaca, quella di pochi anni orsono, tra una pennellata di colore dedicata al “tavolo ricoperto da un drappo verde” dove “ci sono le bottiglie dal 2006 al 2009, davanti al camino”. E dove, sicuramente per merito di Luce, “l’ocra delle pareti e di un grande dipinto con la mappa della tenuta si riflette sugli argenti”…

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