Franco Ricci è giusto che tu voglia bene al tuo amico Riccardo, ma non esageriamo!

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Per favore, nessuna beatificazione per il Michel Rolland della Tuscia!

Apprezzo molto, in questo mondo dove valori come fedeltà, riconoscenza, coerenza, dicono siano caduti in disuso o abbiano una valenza deamicisiana, che qualcuno coltivi il senso dell’amicizia. E si mantenga fedele, accada quel che accada, ad un amico. Di amici o presunti tali che ti tradiscono, e ti tirano coltellate a tradimento, ce ne sono talmente tanti che è impossibile non apprezzare, senza diventare per questo degli emuli di Dario Baldan Bembo, chi si fa condizionare dall’amicizia nel giudicare una persona.

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Per questo non posso che manifestare la mia ammirazione al boss di A.I.S. Lazio (e, dicono, Grande Padrone dell’A.I.S. nazionale), Franco Maria Ricci, che nell’uscita di venerdì 3 maggio del Web magazine settimanale Bibenda 7 nel nome dell’amicizia (sentimento condiviso anche da altri) ha celebrato con un peana – leggetelo qui – l’elezione di un suo storico amico e sodale a nuovo presidente dell’Associazione Enologi.
Ricci, sempre nel sacro nome dell’amicizia definisce il nuovo presidente A.E.I. “Enologo serio, bravo, capace di sperimentazioni serie e di grandi valori. È uno di noi che comprende il valore della cultura come unico artifizio per la conoscenza del vino italiano nel mondo”. E lamenta che “L’Associazione Enologi, invece, in questi anni passati, non l’abbiamo vista impegnata sul fronte cultura. Anzi. Non l’abbiamo vista impegnata a perseguire fini di grande risultati di comunicazione. Anzi. Al suo interno non risultano iscritti Enologi di grande valore nazionale e internazionale. Nomi noti al Popolo del Vino, nomi che hanno accompagnato la nostra crescita di anni, insieme ai quali abbiamo cambiato e affinato le regole della comunicazione efficace. Tutti questi nomi, e sono tanti, non ci sono”.
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Caro Ricci, ci sarebbe materia per dilungarsi a profusione per contestare, punto per punto, le tue affermazioni. Concordando solo con la tua prima affermazione, contesto che dell’A.E.I. non facciano parte, e non siano iscritti quelli che tu chiami “Enologi di grande valore nazionale e internazionale. Nomi noti al Popolo del Vino”.
A me risultano iscritti, tanto per fare qualche nome, ad esempio, Severino Garofano, Leonardo Palumbo e Lino Carparelli in Puglia, Roberto Di Meo in Campania, Stephan Filippi in Alto Adige, Daniele Accordini in Veneto, Sandro Cavicchioli in Romagna, Aldo Venco in Lombardia, Giulio Bava in Piemonte. Che magari non sono i soliti dieci (anzi meno) nomi di enologi consulenti e flying winemaker che fanno vino, spesso lo stesso identico noioso tipo di vino, dal Piemonte alla Sicilia e che le varie guide, tra cui la tua, Bibenda ex Duemilavini, chissà perché vi ostinate a premiare. Ma non sono degli ignoti, non sono degli enologi di serie B, non sono ignoti a quello che tu chiami “il popolo del vino”. E non sono dei pirla.

A me, che pure dell’A.E.I., a differenza di qualche collega che blandisce l’associazione, non sono certo un laudatore, anzi, sembra che il tessuto connettivo dell’Associazione Enologi sia vivo e che se magari non ne fa parte qualche superstar “co’ baffi” o senza, qualche fenomeno amico di Suckling e di Parker, questa assenza sia ampiamente colmata dalla presenza, cospicua e trionfante, del tuo caro amico nuovo Presidente…

Osservi poi nel tuo articolo che “l’enologia moderna necessita cambiamenti strutturali importanti. Decisioni atte a dare certezze nel futuro sia ai Produttori che ai Consumatori. Quella modernità iniziata negli anni Sessanta con Giacomo Tachis deve avere una logica continuazione sul fronte delle nuove esigenze di chi ama il vino. A cominciare dal biologico. Riccardo avrà quindi due compiti fondamentali da prendere in esame subito. Avvicinare questi grandi nomi e farli partecipare con entusiasmo alla politica di una grande Associazione italiana di vino fondata, pensate, nel 1891. Avvicinare l’Associazione Italiana Sommelier, come fino ad oggi ha fatto nel suo lavoro personale, per fare un percorso insieme come sarebbe dovuto essere già da 40 anni e passa… Dovrà recuperare il tempo perso da una colpevole ignoranza che non ha concesso quelle opportunità che un connubio di così rilevante qualità avrebbe dato al Paese”.

Bene, a parte il fatto che l’union sacrée che tu auspichi presenterebbe un tale livello di “inciucismo” e uno spirito da “pateracchio” al cui confronto il compromesso difficile tra PD e PDL base del neo governo Letta sembra un accordo limpido, e che un’alleanza tra un A.I.S. con velleità di fare comunicazione e cultura e un A.E.I. custode ringhiosa dell’ortodossia enoica introdurrebbe elementi di conformismo e di sistema da Cortina di ferro prima della Caduta del Muro di Berlino, c’è altro da eccepire rispetto alla tua visione.

Sicuramente il tuo amico neo presidente avrà argomenti convincenti per persuadere i vari winemaker di grido (o di ex grido) rimasti fuori dell’A.E.I. a farvi rapidamente ritorno, ma non credo proprio che per proseguire il cammino della modernità iniziata negli anni Sessanta dall’insuperato “architetto del taglio” Tachis per approdare al “biologico” il tuo carissimo amico umbro – laziale sia la persona più indicata.

Todopossible

Va bene che, come ho già scritto qui, dopo le dimissioni di un Papa e la nascita di una Monarchia Presidenziale non posso stupirmi di nulla, nemmeno di un teorico del Merlot a prescindere, magari anche nel caffè, folgorato sulla via di Damasco del bio anche se “scientificamente realizzato”, ma acciperbacco, pensare che la salvezza ed il rilancio dell’enologia italiana possano essere affidati a al tuo amico è davvero troppo. E più facile sarebbe credere ad un Berlusconi entrato in convento o ad un Bersani che possa finalmente vincere delle elezioni: impossibile!

Voglio farti un piccolo regalo. Anche se alla sua autrice non risparmio, quando ritengo sia il caso, una bonaria tirata d’orecchie, voglio consigliare, a te e al tuo caro amico, la lettura di un libro comunque interessante, Natural woman della giovane produttrice siciliana Arianna Occhipinti.

Vi consiglio in particolare la lettura da pagina 68 a pagina 71. La 31enne marsalese esordisce sostenendo che “in Italia c’è stato più di un ventennio di enologia “di correzione e non di valorizzazione” e prosegue sostenendo che “questo è avvenuto per due fattori: l’arrivo di prodotti industriali e la centralità sempre maggiore dell’enologo che dava al vino un approccio chimico, a tratti alchemico”. Un ventennio, secondo Occhipinti, “ in preda alla follia”.

Lei ricorda l’uso di lieviti industriali: “vuoi un sentore di frutto della passione e pipì di gatto? Ecco il lievito xyz” e evoca quella strana epoca “dove si pensava di fare tutto: far partire sempre la malolattica con i batteri; aumentare acidità; togliere acidità; aggiungere tannino per i vini “importanti”; la gomma arabica per ammorbidire quelli troppo decisi”. E poi, ancora, ricorda: “via con l’osmosi inversa e concentrazione per dare colore, e via con l’uso massiccio della barrique (…) Il vino degli anni Ottanta-Novanta doveva sapere di botte. Con il risultato che alla fine i vini sapevano di segatura”. E infine si è arrivati ad un “momento che la situazione è sfuggita di mano. Più affinamento in barrique facevi, più il tuo vino sarebbe stato considerato buono”.

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E poi ecco Arianna Occhipinti, sempre più “inca….a” ricordare il periodo allucinante in cui i tradizionalisti del Barolo rischiarono di essere travolti e additati come reazionari e passatisti dai barricadieri della new wave modernista (portati in palmo di mano dalle varie guide, nessuna esclusa) fino all’evocazione del momento in cui “nei disciplinari delle Doc italiane arrivavano le uve internazionali: alle varietà autoctone si aggiungevano merlot, cabernet sauvignon, cioè “i vitigni migliorativi”. Migliorativi? Migliorativi di che?”.

Fino ad arrivare, giuro che non gliel’ho scritto io questo libro, alla conclusione – quasi invettiva finale: “Insieme a un non-gusto, si stava generando un non-suolo privo di organismi viventi e caratteristiche proprie. Per troppi anni in viticoltura a nessuno è interessato il suolo ma solo la vigna, che doveva avere la perfezione estetica di un filare disegnato con la squadra; e il vino, il prodotto finale, bello, piacione e truccato come un modello all’inizio di una sfilata. Il ventennio e più di follia però giungeva al termine nonostante le risorse impiegate, la qualità del vino non migliorava, anzi, i vini diventavano banali, privi di carattere. Se si voleva dare tipicità al vino, era arrivato il momento di tornare alla vigna”.

Bestfriend

Ascolta Franco Ricci, vuoi chiedere al tuo amico nuovo Presidente dell’Associazione enologi italiani se leggendo questo racconto di un ventennio abbondante di enologia distorta, interventista, protagonista, stravolgente, omologatrice in qualche modo si riconosce?
Puoi chiedergli se per caso si sente di fare qualche mea culpa prima di potersi presentare, pensando di essere preso sul serio, non da te, che sei e resti suo amico e sodale e gli vuoi bene, ma da tanti eno-appassionati che ricordano certe Falanghina al profumo di banana e altre eno-amenità e che la denuncia di Arianna Occhipinti ritengono sacrosanta e soprattutto non hanno dimenticato, come novello adepto della causa di vini “scientificamente realizzati” con “uve perfette”?
Se farai questo, se glielo chiederai, sarai veramente… un amico…

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6 pensieri su “Franco Ricci è giusto che tu voglia bene al tuo amico Riccardo, ma non esageriamo!

  1. Buongiorno grande Franco. Questo articolo mi era completamente sfuggito.
    Concordo, su tutto praticamente, e direi che nella vita, in tutti i settori, se c’è l’esigenza di “costruire” un elogio, dovremmo avere quantomeno l’eleganza di non distruggere l’intero sistema per risaltarne la celebrazione.

    Sono rimasto molto sorpreso, invece, dai richiami tratti dal libro di Arianna Occhipinti, una ragazza forte, capace e scaltra. Parlare a 30 anni di una realtà che evidentemente non ha vissuto mi lasciava quantomeno perplesso, a maggior ragione perchè il libro nasce come un’autobiografia e non una ricerca storico culturale.

    Credo che lei, Franco, sia riuscito a celebrare Arianna avvalorando quelle parole, ora forti della sua esperienza realmente vissuta, per di più senza offendere nessuno.

  2. Niente da eccepire. Gradirei un suo commento acnhe sulle prine dichiarazioni rese al Sole 24 ore dal neo presidente: mi sembra si voglia
    andare nella direzione opposta rispetto al quella indicata dalla giovane produttrice.
    Saluti

  3. Solo una modestissima consideratione di carattere generalissimo :di “pardone dell’AIS”,di superman,di faccio tutto io,di “io sono il piu’grande del mondo””,di “re sole il”,di “io sono tutto e voi siete zero”-ne abbiamo fin Sui capellini!

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