Clamoroso: Monica Larner “scopre” che il gusto americano sul vino è cambiato

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Per la nuova Italian reviewer di Wine Advocate non è mai troppo tardi…

Dobbiamo ringraziare Luciano Ferraro capo redattore del Corriere della Sera e curatore, sul sito Internet del quotidiano di via Solferino, del blog Di Vini, per l’articolo che ha pubblicato oggi, dal titolo “Dalle Alpi all’Etna i 15 vini dell’estate (e il nuovo gusto americano)”. Questo articolo ci consente di capire non tanto o non solo, come sostiene l’articolista, che il modo di guardare al vino della nota ed influente rivista, The Wine Advocate creata da Robert Parker sarebbe cambiato.

E che quest’organo che ha condizionato il mercato del vino Usa e spesso deciso le fortune di vini ed aziende in base alle valutazioni, i punteggi in centesimi, espresse dal guru Parker, avrebbe scoperto che c’è vita e vino, oltre i soliti Cabernet, Merlot, Chardonnay e vitigni vari internazionali.

E che l’Italia del vino merita attenzione, considerazione e rispetto non grazie a stupide scimmiottature di vini californiani, australiani o francesi, a Super Tuscan o vini cabernetizzati e iper legnosi e concentrati, ma in virtù dei tanti vini espressione di quella sconfinata varietà di vitigni autoctoni, che abbiamo solo noi e che assurgono a voce autentica dei terroir di origine, che costituiscono il nostro vero tesoro. Le nostre…  blue chip enoiche.

MonicaLarner

L’articolo del blog Di Vini ci consente soprattutto di capire che chi ha determinate abitudini è molto difficile che le perda e nella fattispecie che la nuova “Italian reviewer” o “nuova corrispondente di Wine Advocate”, Monica Larner, tende ad avere lo stesso occhio di riguardo e sperticata simpatia nei confronti delle grandi aziende che ha sempre avuto negli anni in cui è stata responsabile italiana di un’altra rivista del vino americana, Wine Enthusiast.

Luciano Ferraro ci rassicura nel suo articolo raccontando che “per la prima volta nella Vintage Chart di Wine Advocate, la tabella con il voto alle annate dei grandi vini del mondo, non compaiono più solo, nella casella Italy, il Piemonte con Barolo e Barbaresco e la Toscana con Brunello di Montalcino, Chianti Classico, Bolgheri. Da quest’anno sono stati inseriti il Trentino Alto Adige (con i bianchi), il Friuli con i bianchi del Collio, il Veneto con l’Amarone, la Campania con il Taurasi e la Sicilia con i vini dell’Etna”. Questo perché secondo la Larner, che forse in questi anni si è distratta e non è stata a conoscenza di quello che scrivevano autentici conoscitori e appassionati americani dei veri vini italiani, cito il critico del New York Times Eric Asimov, la prima firma del seguitissimo sito Internet Snooth Gregory Dal Piaz, blogger come Alfonso Cevola e Jeremy Parzen, oppure wine writers come Tom Maresca o Tom Hyland o Charles Scicolone, o la sua brava collega Kerin O’Keefe, che l’ha sostituita a Wine Enthusiast, giornalisti che parlavano dei vini veri italiani e non dei soliti noti, il gusto sarebbe “completamente cambiato” e “gli appassionati d’America cercano gli autoctoni italiani meno conosciuti. I grandi rossi piemontesi e toscani restano una bandiera, ma questo è il momento è di raccontare anche le altre meraviglie d’Italia, Parker è d’accordo”.

Occhioriguardo

Come ho già scritto in un altro articolo, che potete leggere qui, la Larner, di cui non ricordo un solo articolo degno di nota o che abbia fatto opinione, mantiene le vecchie abitudini.

E così come aveva fatto mentre era la responsabile italiana di Wine Enthusiast, quando si era “distinta” ratificando la comicissima (roba da Stanlio e Ollio), decisione di premiare come “European Winery of the Year” la mega cantina cooperativa trentina Mezzacorona, e inserendo nei Best 100 of the year vini quali il Brunello di Montalcino di Casanova di Neri, il Moscadello di Castello Banfi, e poi decretando il Prosecco come migliore territorio vinicolo dell’anno, cosa fa approdata a The Wine Advocate?

Sceglie per far parte dei vini dell’estate delle cinque “nuove” zone della Vintage Chart un vino che la stampa concorde e compatta definisce un “outstanding wine”, ovvero “il Sauvignon di Ca’ Bolani, “nato grazie ai migliori professionisti di Bordeaux, da provare con il frico, il formaggio fritto”.

Per chi non lo sapesse, come si può leggere qui, “La Tenuta Ca’ Bolani sorge nel cuore della Doc Aquileia e rappresenta la più importante estensione a vigna del Nord Italia con una superficie totale di circa 600 ettari vitati. Fu la prima realtà vitivinicola acquisita nel 1970 al di fuori del Veneto dalla famiglia Zonin che l’ha riportata al massimo splendore facendone una della gemme più preziose della vitivinicoltura friulana”.

WineAdvocate

Poco conta che poi nella sua selezione di 15 vini novità scelga vini e aziende indiscutibili come Livio Felluga, Pieropan, Graci, Mastroberardino (per par condicio ed essere politicamente corretta ovviamente sceglie anche un vino di un’altra maxi azienda cara a stampa internazionale e guide, Feudi di San Gregorio…), Benanti, Franz Haas, Cantina di Caldaro, Ferrari, con la definizione chicca del Giulio Ferrari quale “miglior vino spumante d’Italia”, se la “svolta” rappresentata dalla Larner è questa che comprende come vino e azienda di riferimento l’onesto e niente più Friuli Aquileia Sauvignon di Cà Bolani/Zonin, se è questa l’Italia del vino novella “che voglio raccontare”, aridatece Parker, il suo vecchio collaboratore italiano Daniel Thomases, e persino James “Giacomino” Suckling, che almeno non avevano la pretesa, e la presunzione, di rappresentare il cambiamento…

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3 pensieri su “Clamoroso: Monica Larner “scopre” che il gusto americano sul vino è cambiato

  1. Ciao Franco.
    Capisco che dal punto di vista giornalistico le generalizzazioni siano un male insormontabile ma dal mio piccolo punto di vista di enotecario in città turistica con forte presenza nordamericana trovo che il cambiamento di cui si parla non ci sia. Abbiamo sempre riscontrato almeno due tipologie di americani. La prima è quella di un pubblico acculturato, educato al bere con impostazione europea, e debbo dire che questo consumatore ha sempre ricercato i vini più espressivi dei vari territori privilegiando i grandi sangiovesi, i grandi nebbioli, i grandi vini da autoctoni, per così dire. Questa categoria è in moderata ma costante crescita.
    La seconda tipologia è quella che assume informazioni e segue molto i media americani, è certamente la categoria più ampia, non necessariamente la meno facoltosa, ma certamente quella la cui conoscenza enoica è più recente. Questa categoria, anch’essa in ottima espansione, continua a preferire e a chiederei vini moderni, i supertuscans belli, ricchi, avvolgenti, morbidi, che impressionano per struttura, gusto boisé e colori impenetrabili. A questo tipo di consumatori questi vini piacciono e tanto, forse perché per accedere alla prima categoria citata e apprezzare quei vini occorre un piccolo sforzo che, almeno per ora, non hanno voglia di fare.
    Ti auguro una buona settimana.

    • Ho avuto, nel tempo, e continuo ad avere esperienze simili, anche molto recentemente. Americani più colti, in senso generale (più attenti e magari legati alla cultura europea), che sono alla ricerca del vino che più esprime territorio e altri loro compatrioti che invece si mostrano più ‘facili’ (e non è necessariamente un modo diminutivo di definirli). Non so dove stiano i numeri, ma è chiaro che più si europeizzano nel gusto e più tendono a mirare verso la tipicità.
      Ora, tra l’altro, tutto sta cambiando, anche il modo di vedere e vivere il vino (e gli altri prodotti della terra): così almeno mi sembra….

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