Matt Kramer su Wine Spectator sdogana definitivamente i vini rosati e ribadisce la loro serietà

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Devo in qualche modo ringraziare Luciano Ferraro, curatore del blog Di Vini del Corriere della Sera perché con questo bell’articolo, che vi invito a leggere, ha fatto una serie di cose a mio avviso giuste e utili. Innanzitutto ha dato il proprio autorevole contributo a quell’opera non solo di rivalutazione, ma di attribuzione della giusta importanza e della serietà, enologica e organolettica, dei vini rosati, alla quale, modestamente, penso di avere offerto un contributo di una qualche rilevanza da un bel numero di anni. In secondo luogo, parlando di “estate del rosato”, ha scelto di concentrare la propria attenzione su un rosato in particolare e su un’azienda che da sempre considero centrali non solo nell’ambito della produzione salentina ma nazionale.

Parlo di quel Girofle dell’Azienda Monaci di Copertino, proprietà della famiglia del grande enologo Severino Garofano, al quale ho dedicato un articolo pochi mesi fa nella mia rubrica dei rosati sul Cucchiaio d’argento. Ha fatto di più però Ferraro, definendo il Girofle “uno dei vini migliori dell’estate, un nuovo rosato che merita il giudizio sulla categoria che appena dato Matt Kramer di “Wine Spectator”: “I vecchi tempi in cui i rosé significavano qualcosa di frivolo e di insulso se ne sono andati da un bel po’. Gli appassionati più seri adesso gradiscono bere rosé. I rosé di oggi sono di gran lunga più interessanti di qualunque cosa esistesse, per dire, vent’anni fa”, mi ha offerto lo spunto per andarmi a leggere – in fondo sono ancora abbonato all’edizione on line – quello che il più brillante columnist della celebre rivista statunitense ha scritto in tempi recenti proprio in materia di vini rosati.

Ho ritrovato un articolo del luglio 2011, in libera lettura anche per i non abbonati, qui, che condivido in toto e dove esprimeva il proprio dissenso nei confronti di coloro che tendono a snobbare i rosati, perché “è vero – scriveva – che ci sono molti rosati, troppi, che sono insipidi, vuoti e senza gusto, ma sarebbe un errore rifiutare la tipologia in toto”. E poi definiva un “non senso” la sparata di chi dice che i rosati per loro natura sarebbero “insipidi”, perché, basta cercarli, ci sono tantissimi rosé “genuinamente pieni di carattere”.

Lamentava poi il fatto – cosa che ho fatto anch’io di recente – che tanta ristorazione (non solo negli States Mr. Kramer, ma anche in Italia…) si ostina a non inserire nelle carte dei vini alcun rosato, e poi dichiarava il proprio diverso sentire rispetto a quei sapientoni del vino, che io chiamerei eno-snob con la puzzetta sotto al naso, i quali affermano che i rosati non meritano rispetto “perché non sono vini coinvolgenti”, non sono vini “dialettici” che fanno discutere.

Però, ricorda Kramer, la maggior parte delle persone “non vogliono essere trascinate in una discussione sul vino, vogliono, è questo il caso dei rosati, una bevanda piacevole che funzioni bene sul cibo oppure “lubrifica” un’occasione sociale. Ecco perché i rosati sono così graditi, soprattutto d’estate quando nessuno vuole discutere o agitarsi per il vino”.

E qui Kramer coglieva in maniera perfetta l’occasione per chiedersi se non avessimo già “troppi vini che chiedono e sollecitano coinvolgimento”, una “spaventosa serie di vini prodotti per essere “seri”, che il vino meriti o meno rispetto. Ci troviamo di fronte, e dobbiamo degustare tutto quel legno, tutto quel frutto sovramaturo, questo come segno di seriosità, determinazione e levatura, tanto da giustificare un prezzo elevato”.

E per Kramer è “troppo facile e maledettamente snob affermare che le persone che non sono preparate a farsi coinvolgere dialetticamente in realtà non sarebbero interessati al vino. Come se le persone che ascoltano musica senza ricorrere ai vecchi dischi in vinile non sarebbero degli autentici musicofili”.

Ed ecco pertanto spiegata da Kramer – God bless you Matt! – la crescente popolarità dei rosati, perché “molte persone semplicemente ne hanno piene le scatole questi vini impegnativi, ma li rifiutano. Non vogliono impegnarsi ogni volta che ordinano un vino, a loro basta un semplice flirt e se questo poi evolverà in qualcosa di più, allora bene”. Ecco perché, chiudeva, non mi sento affatto di biasimare chi in base a questi decida di scegliere un rosato…

Questo due anni fa, e ora? Ora in un pezzo intitolato “Summer wines made simple”, che non posso linkarvi perchè é riservato agli abbonati, ribadisce il proprio pensiero sull’assoluta libertà da preconcetti, pose e atteggiamenti innaturali che deve avere il consumo e l’apprezzamento dei vini dell’estate.

Rigettata in toto l’idea sciocca secondo la quale d’estate si possano bere solo vini non costosi, semplici, senza particolari pretese, proprio perché non “coinvolgenti” o “dialettici”, e che questa cosa debba essere vissuta come una forma di apprezzamento del vino a metà, perché, dice bene Kramer “Summer wine is all about pleasure now”, il bere estivo deve essere innanzitutto all’insegna della piacevolezza. Della curiosità a percorrere strade diverse, a sperimentare.

Inoltre per il wine writer americano devono essere vini da servire freschi e questo chiama in causa i rosati, perché, come citava giustamente nel suo articolo Luciano Ferraro “I vecchi tempi in cui i rosé significavano qualcosa di frivolo e di insulso se ne sono andati da un bel po’. Gli appassionati più seri adesso gradiscono bere rosé”. E quindi “I rosé di oggi sono di gran lunga più interessanti di qualunque cosa esistesse, per dire, vent’anni fa”.

Non concordo in toto con questa affermazione del wine writer americano, perché ho ricordi splendidi di certi rosati salentini conosciuti giusto vent’anni, alcuni dei quali si sono evoluti e cambiati, altri si sono persi per strada, altri hanno subito delle trasformazioni, anche se penso che oggi la tecnica e la consapevolezza del rosato, che mancava in tanti produttori pugliesi, che sembravano un tempo quasi “vergognarsi” di produrre anche un rosato, oggi finalmente ci sia.

Giusto poi che nel suo articolo citi i rosati di Tavel, 960 ettari di un’AOC storica e prestigiosa della Provenza interamente consacrata ai rosati – leggete qui un mio ampio articolo del 2004 – e giusto che torni, come aveva fatto nell’articolo di due anni orsono, a dichiarare la propria passione per gli “Spanish rosés made from Garnacha (Grenache)”. Nell’articolo del 2011 Matt Kramer parlando di rosati aveva annotato: “the most characterful rosés, in my experience, hail from Italy. There, they are not just called rosato but, depending upon the zone, are given names such as cerasuolo (Sicily and Abruzzo) and chiaretto (Lake Garda)”.

Oggi, tornando a parlare di rosati, due anni dopo, non ci nomina più. E allora chiedo: cosa hanno fatto i produttori di rosati italiani per aiutare un wine writer influente e prestigioso come Matt Kramer, che scrive su Wine Spectator e non su… Vino al vino, a saperne di più sui loro vini, a coltivare e dare sempre nuove ragioni e basi all’interesse e all’apprezzamento dei rosati italiani? Scommetterei un bel niente.

E allora non stupiamoci se saranno sempre i soliti francesi, oltre a realtà produttive del Nuovo Mondo la qualità dei cui rosati lascia clamorosamente a desiderare, ma hanno capito che quella dei rosati non è una moda passeggera ma un fenomeno duraturo che richiede applicazione ed impegno e consapevolezza, a bagnarci il naso e a sapersi proporre (alias vendere) meglio di quanto sappiamo, o meglio vogliamo fare noi italiani… Ma questo sarebbe un altro lungo e complesso discorso, che rimando alla fine di agosto, quando discorsi più impegnativi avranno più senso e costrutto di oggi… ______________________________________________________________________

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9 pensieri su “Matt Kramer su Wine Spectator sdogana definitivamente i vini rosati e ribadisce la loro serietà

  1. Invece sono io a chiedere a te: nella parcellizzazione estrema dei rosati, non ti pare che sia un po’ difficile trovare un modo corale per incidere nell’opinione di un wine writer d’oltreoceano?
    Io penso che sia così; vivendo tre le vigne, anche se non produco vino, mi rendo conto delle dinamiche che ‘governano’ la vita dei produttori – i grandi e i piccoli – e delle difficoltà che ci sono nel mettere a punto azioni collettive. Ma soprattutto credo sia difficile, in generale, valorizzare ciò che di buono noi italiani facciamo. E’ un handicap culturale che diventa pedaggio da pagare soprattutto ai cugini d’oltralpe. E quando scrivo culturale intendo proprio alludere a una maturità collettiva che da noi non c’è, proprio a causa dell’arretratezza del paese.
    Basta pensare alla nostra situazione politica…

    • certo che abbiamo una parcellizzazione della produzione, ma resta il fatto che mentre i francesi giocano la carta “vins de Provence”, “rosés de Provence” per presentarsi sui vari mercati, da parte delle principali zone e regioni di produzione italiane, parlo di Puglia e Abruzzo, non c’é alcuna azione comune. E così i francesi e gli spagnoli ci battono sul tempo e riescono a comunicare meglio quello che fanno ai Matt Kramer di turno… 🙁

  2. Torno ora dal solito giretto annuale in Alsazia e un paio di volte ho strabuzzato gli occhi: in due enoteche, una a Colmar e l’altra a Guebwiller, nell’angolino dei rosati in vetrina c’erano alcune bottiglie italiane. Sempre a Colmar, nel mercato coperto c’è un banco di gastronomia italiana e i rosati erano la maggioranza delle bottiglie esposte!

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