Niente Rosso del Conte 2009 Tasca d’Almerita: una rinuncia dolorosa

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“Non sarà messo in commercio il “Rosso del Conte” della vendemmia 2009”, il Nero d’Avola tra i più prestigiosi e  celebrati di Sicilia. La laconica affermazione, del responsabile comunicazione della Tasca d’Almerita, Ivo Basile, ha la freddezza di un referto medico. E il tono palesa tutta la drammaticità di una tale decisione.
Una vendemmia “non all’altezza” di elevarsi ai livelli qualitativi, quasi sempre raggiunti da un’etichetta prestigiosa, e che ha scritto un corposo capitolo della storia moderna dell’enologia siciliana, a volte ritorna. Ed è sempre drammatica per chi decide di cancellarla. In passato, e nei suoi quarantatré anni di vita, è già successo per cinque volte: 1972, ‘73, ’74, ’82, ’96 e a cui ora si aggiunge il 2009 (questo vino viene immesso in commercio dopo cinque/sei anni di affinamento)

L’ esordio del “Rosso del Conte” risale infatti  al 1970. La  sua storia, che molti conoscono, si sbroglia lungo il  filo, anch’esso rosso, di un’armoniosa evoluzione. In origine era solo un “Nero d’Avola con una piccola aggiunta di Perricone”, da uve dello storico vigneto ad alberello “San Lucio” piantato nel 1959. Proprio partendo da qui che s’instaura una lunga  storia fatta di esperimenti, evoluzioni e, grazie anche  alla collaborazione del giovane ed intraprendente enologo Ezio Rivella, tecniche di affinamento che contemplavano, dal 1970, l’utilizzo di botti diverse. Cominciando dal castagno, e fino all’87, (e si arieggia la possibilità di ritornarci), per poi passare  a quelle  di rovere di Slavonia da 30 e 60 ettolitri (fino al 1991), per poi approdare ai tonneaux e barriques di rovere francese.

E il vino che vi nasceva mostrava un’unica costante: era un Nero d’Avola meno forte e virile dei suoi compaesani, forse semplicemente “buono e impiccione”, perché gabbava anche i palati dei cultori più preparati, qualcuno, per darne un’idea, lo scambiava persino per un Barbaresco.

Questa creatura definita da molti un “Super…Tasca”, voluta fortemente, e ottenuta, con spirito yankee (se desideri una cosa, sognala!) da nonno Giuseppe Tasca conte d’Almerita, papà di Lucio e nonno di Giuseppe e Alberto, esprime bene tutte le caratteristiche della Tenuta Regaleali.

E lo si può percepire ma solo dopo averla visitata questa tenuta, ma soprattutto dopo averne colto  lo spirito, capito l’anima e le peculiarità del suo terroir. La trovate a quasi  cento chilometri di macchina da Palermo. Terroir che non si può circoscrivere alle sole croste in cui affondano le radici dei loro vitigni. Ma a tutta la natura che vi ruota attorno. Un’esperienza spirituale. Che alla fine confonde se la bontà del vino sta nello scenario della natura o se il paesaggio è bello perché c’è questa sfarzosa e splendida dimora nel cuore di una tenuta di cinquecento ettari, la tenuta Regaleali.
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Chissà, magari l’uno sarà la forza dell’altro. Perché qui fra terreni argillosi, fini, leggermente calcarei, che si erigono dai 400 ali 800 metri, vi trovi vigneti disegnati in euritmiche ondulazioni, con filari spaziati da palme sventaglianti, poi  ulivi secolari e mandorli che a febbraio offrono la loro scenografica fioritura. E ancora eucalipti assediati da riserve d’acqua piovana, nidi prediletti di anitre selvatiche e aironi cinerini. E non mancano zone fiorite di ginestre, e di rosmarino, e bordure di orchidee. Insomma lì ogni stagione ha la sua coloritura. Ma non è stagionale, invece, l’innata cortesia dei padroni di casa. E sarà più straordinaria, questa accoglienza, se vi offriranno la possibilità di una verticale del Rosso del Conte. E qui, anche  il vino, poi alla fine vi rimarrà impresso indelebilmente nell’album dei ricordi.

Noi abbiamo avuto la fortuna di celebrarla più di una volta questa verticale. Occasioni diverse e annate disuguali ma una costante: qualità e tipicità secondo gli abituali marcatori. Tutti confermati nell’ultima verticale organizzata dall’AIS di Palermo. Ecco le impressioni di degustazione.
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2006                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

Rubino lucente, frutta fresca al naso, la tipica marasca, ma anche ciliegia ed amarena, Note erbacee, spezie e la vaniglia, con accenni di tostatura ancora da fondersi con il gran frutto. In bocca è potente, ha polpa e freschezza, tannini esuberanti e termina con una lunga scia fruttuosamente  sapida. Crescerà ancora, molto e bene

2004

Colore rosso rubino intenso, al naso complessi sentori, qui prevale la  mora, la prugna, nuance di macchia mediterranea, aromi balsamici, di vaniglia e spezie. Ricchezza d’estratto, di frutto carnoso e d’intensa mineralità. Conclude in lunghezza con tannini ancora in movimento.

2000

Inverno piovoso, estate calda. Effetto:  colore granato, olfatto di gran finezza floreale, con amarena, cioccolato e suadenti note balsamiche. La  bocca gode di sentori di frutta rossa estiva e di una morbidezza inusuale dei suoi tannini. Nobilita un’annata storicamente non tra le migliori per la Sicilia.

1998

Luminoso  color rosso granato, sentori di frutti neri al naso, spezie, cannella, tabacco, humus, note minerali e di grafite. Morbido al palato ma sostenuta dall’ancora presente vena acida, i fini tannini fanno da preludio ad un finale persistente. Ad oltre dieci anni dalla vendemmia è godibilissimo.

1989

Una delle prime annate affinate in botti di rovere di Slavonia da 30 e 40 ettolitri, e la differenza comincia a sentirsi. Color granato lucente agl’occhi, frutto rosso sotto spirito al naso, belle sensazioni di goudron, cuoio, muschio, pelliccia d’animale. Denso al tatto al tatto sorprendente  in bocca. La chiusura lunga lascia in bocca una gradevole nota  di spezie e vaniglia.

1979

Vino d’altri tempi. Infatti è fermentato in vasche di cemento è affinato in botti di castagno. Ha i profumi del tempo che passa: viola appassita e frutta rossa si fondono con le note terziarie. Ma morbidezza in bocca e persino incredibili lampi di freschezza. Chiude con rimandi al frutto ed alle spezie, e sapori di sottobosco.

Alfonso Stefano Gurrera

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