Anche i vini rosati possono dare alla testa! A proposito di un singolare articolo de La Madia

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Non avrei mai pensato, anche solo cinque o dieci anni fa, per non dire di quindici o vent’anni, quando ero praticamente da solo, insieme al collega Massimo Di Cintio, a decantare le lodi di questa particolare tipologia di vini, che quella dei vini rosati potesse diventare una moda, e che scrivere di rosati potesse dare alla testa a qualcuno. Eravamo davvero in pochi, in primis i produttori stessi, a credere nelle potenzialità di questa difficile, delicata, estremamente duttile e piacevole modalità del vino, e se qualcuno ci avesse detto che nel nuovo secolo che si annunciava ci saremmo trovati di fronte ad un passaggio al rosa generale, spesso non consapevole ma semplicemente dettato dalla volontà di cavalcare un “trend”, gli avremmo dato del matto.

Oggi, e lo registro assaggiando rosati per la mia rubrica che credo continui ad essere l’unica in Italia, dei rosati, che curo per il Cucchiaio d’argento, si producono rosati dalla Valle d’Aosta alle isole, spesso utilizzando uve che con la particolare vinificazione in bianco destinata ai rosati non hanno assolutamente nulla a che fare. E di rosati, perché sono diventati trendy e sono così simpatici, dicono, finiscono con lo scrivere spesso persone che forse, prima di farlo, dovrebbero pensarci sopra una decina di volte. E poi, magari, rinunciare e dedicarsi ad altro.

Questo pensiero mi è venuto imbattendomi, nel numero di agosto – settembre di una rivista che stimo, La Madia, innanzitutto perché ci scrive l’amico e collega bolognese Andrea Dal Cero, che di vino ne sa ed è tremendamente simpatico, in un articolo intitolato “Vini rosati e misticismo ancestrale nella terra d’Otranto”. Un articolo che prende lo spunto dalla cerimonia di premiazione dell’edizione 2013, la seconda, del Concorso Enologico Nazionale dei vini rosati d’Italia, che si è svolta lo scorso 18 maggio in quel di Otranto.

Solitamente, in questi casi, ci si limita a pubblicare l’elenco dei vini premiati nelle diverse categorie e magari a commentare e dire se si concorda con il premio attribuito a questo o quel vino. In questo caso, invece, l’autrice dell’articolo, che non conosco e corrisponde al nome di Eva Kottrova, ma sulla quale ho trovato in rete grandi celebrazioni, manco fosse una novella Jancis Robinson venuta da Est, ha pensato bene, non si sa se presa da un divorante estro poetico o semplicemente perché desiderosa di far colpo sugli organizzatori del Concorso, di dar libero sfogo ad una prosa a metà tra l’immaginifico ed il tono ufficiale da velina dell’Agenzia Stefani.

Voglio regalarvi qualche scampolo di questa presunta opera d’arte: “I complessi rituali collettivi del Salento, coniugando aspetti apotropaici di misticismo pagano a sfrenate danze popolari, veri e propri esorcismi musicali correlati alla dialettica del corpo, investono la psiche in un crescendo di emozioni ebbre di adrenalina e ottenebrano l’intelletto reso inquieto dalle menadi invasate e dai satiri folli che agitano il tirso nel corteggio di Dioniso. L’estratto del vitigno niuru maru, intima espressione enoica del territorio salentino, infiamma l’anima di vitalità irrefrenabile, implementando il vortice di emozioni che accompagnano i ritmi ossessivi delle pizziche tarantate e scandiscono i momenti trascendenti nell’incedere del tempo delle genti messapiche, che da oltre tremila anni popolano l’italico tacco fra i due Mari”.

E ancora, se siete tuttora in grado di leggere, e non vi siete piegati in due dalle risate, ecco che “a stemperare lo stato corale di estasi medianica e ritemprare il corpo stremato con nuova linfa vitale, il succo del negroamaro regala una fresca versione, vinificata in rosato, che completa le molteplici sfaccettature di un popolo attorniato da colori decisi, sensazioni indelebili e sapori penetranti. Il calore solare emanato dalla pietra leccese, caldo come un tenero abbraccio filiale, le terre color ruggine cariche di idrossidi ferrosi, frutto del dissolvimento della roccia calcarea, presentano vistose analogie con l’indole genetica delle produzioni locali e con i caratteri peculiari, forti ma gentili, della popolazione autoctona”.

E la premiazione del Concorso? Ovviamente un evento, un clamoroso successo, svoltosi, nemmeno gli organizzatori si sarebbero spinti ad adottare questo tono, “al cospetto di una pletora di esperti internazionali del comparto, qualificati giornalisti della stampa specializzata e personaggi del piccolo e grande schermo”.

Vi risparmio altre “perle” della prosa dell’autrice dell’articolo, forse impegnata ad emulare le “menadi invasate” ed i “satiri folli” da lei evocati, limitandomi alla descrizione di uno dei vini vincitori, con le sue “nuance terribilmente brillanti” che “illuminano il calice cristallino come un prezioso gioiello nelle mani di una bella donna”, elementi che “appagano ogni esigente estimatore”.

E poi dicono che i rosati sono vini leggeri, freschi beverini e che non danno assolutamente alla testa… Vogliamo scommettere che il prossimo anno, grazie a questa dimostrazione di prosa poetica, alla fantasiosa autrice di cotanto capolavoro verrà riservato un posto, ed in pole position, nella giuria del Concorso?

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7 pensieri su “Anche i vini rosati possono dare alla testa! A proposito di un singolare articolo de La Madia

  1. E’ molto bello che si parli della Puglia e se ne colga l’essenza intima. Delle volte forse proprio noi pugliesi non riusciamo a promuovere questo enorme tesoro enoculturale che è il vino rosato.
    Uno sterile elenco di premiati lo può scrivere chiunque copiandolo dal comunicato stampa, invece usare un linguaggio forte, aulico e forbito può essere evocativo (senza arrivare alle maroniane ampollosità).
    Noi pugliesi e noi italiani in genere dovremmo essere più bravi a raccontarci soprattutto in un momento critico come questo.

    Buona giornata

    • bene Anglani, se vi piace questo linguaggio ampolloso e artificiale per descrivere i vostri rosati tenevelo pure e magari continuate ad affidarvi a petulanti prezzemolini per presentare le vostre iniziative. Contenti voi..
      E aggiungo che trovo comico che preferiate il parvenu furbo dell’ultimo minuto a chi scrive dei vostri vini da vent’anni e ha contribuito a farli conoscere

      • Buongiorno Franco,

        prima ho scrito chiaramente che il linguaggio non deve essere ampolloso stile quello di Maroni.

        Forse poi ho epresso male quello che volevo dire e lo ripeto.
        Noi pugliesi dovremmo parlare di più e più spesso del rosato…crederci di più insomma, come dovremmo fare da italiani in tanti campi.

        Il linguaggio eccessivo va evitato perchè diventa solo comico, ma una persona normale, cioè il grosso dei consumatori (non mi riferisco quindi agli appassionati e neppure ai bevitori seriali di tavarnello), non leggeranno mai elenchi o comunicati stampa fatti con lo stampino perchè vogliono conoscere e vivere delle esperienze.

        Quello che è necessario è legare il rosato al nostro territorio in modo evocativo, in modo che chi vuol conoscere la Puglia voglia conoscere le nostre bellezze e fra queste una è il rosato.

        Spero di essere stato chiaro adesso. Non volevo sminuire i tuoi ariticoli di questi 20 anni sul rosato, ma spero ci siano sempre più persone a scrivere di questo nostro tesoro.

        Buonagiornata
        Ignazio

        • Non si coglie quale sia il problema ? se la poetica natura letteraqria o se la sostanza dei contenuti???
          Penso sia fondamentale in questo momento socio economico esprimersi in qual si voglia forma ma in maniera positiva del nostro territorio e dei nostri prodotti se poi ls “forma” risulta ricca ,ben venga,ad elevare l’attenzione.
          Rimane quindi un mistero la natura polemica se non fine a se stessa..
          Cordiali saluti
          Marcello Mulato

          • Gentile Marcello, de gustibus. Se le piacciono e se pensa che giovino alla causa dei rosati di Puglia si coccoli pure e auspichi che aprano una tendenza “articoli” del genere.
            La natura poetica letteraria di un testo anch’io l’apprezzo, quando veramente c’é, ma quando non c’é, e per di più é fuori posto, che fare, far finta di niente?

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