La chiamano etica del vino, ma sempre di business si tratta. Una singolare iniziativa di un gruppo di winemaker di Assoenologi

Mamifacciailpiacere

Quando ho letto di questa iniziativa, dopo una prima reazione di sorpresa, mi è immediatamente venuto alla mente il peggiore volto dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani, che pure qualche aspetto positivo presenta, nonostante tutto, apparso su questo blog lo scorso anno.

Non voglio rinfocolare polemiche, visto che con il protagonista di questo spiacevole incidente quest’anno c’è stato un chiarimento e, almeno da parte mia, una sorta di pacificazione, ma leggendo di questa Wine Ethic e del suo modo, alquanto presuntuosetto, di presentarsi, mi è venuto alla mente un intervento “dal sen fuggito” pubblicato – potete leggerlo qui in data 28 aprile 2012 – dell’ex presidente degli enologi di Puglia e Calabria, che commentando questo post, scriveva testualmente: ““Qualora un concorso enologico abdicasse il giudizio tecnico ed obiettivo degli “onnipresenti” enologi a favore di quello discrezionale, soggettivo e verboso degli “amatori” del vino, offrirebbe una valutazione poca obiettiva perché poca adesa ai parametri di pregevolezza organolettica che gli enologo colgono immediatamente. Direi che per fortuna ci sono gli enologi che il vino lo fanno, lo conoscono e se lo bevono pure! Ai “cultori del vino” resta però lo squisito piacere di raccontarlo e promuoverne la conoscenza. D’altronde ciascuno nel proprio lavoro è maestro. Leonardo Palumbo”.

All’esperto winemaker, che conosco e apprezzo da una quindicina d’anni, avevo replicato con questo post, imputandogli “un tono sprezzante da “a regazzì e lassame lavorà, ma anche se la polemica si era chiusa lasciando ognuno delle proprie opinioni, convinto probabilmente lui della superiorità intrinseca del modo di degustare dei tecnici enologi e persuaso io che il punto di vista di noi giornalisti degustatori sia altrettanto valido, oltre che diverso nell’approccio, e che in un qualsiasi concorso sia opportuno intrecciare le visioni sul vino loro e nostre, pensavo che gli enologi avessero seriamente rinunciato a credere di detenere il verbo e la verità sulle qualità di un vino.

Errore, leggendo la presentazione, che potete trovare anche in due video, qui e poi ancora qui, di quella che con un pizzico di arroganza tipica della categoria chiamano, ovviamente in inglese perché sono winemaker, Winethic The Ethical wine choice, la scelta etica, come se loro fossero gli unici a possedere un’etica del vino e gli altri fossero tutti spudorati marchettari, mi sono accorto che costoro credono ancora di essere i meglio fichi der bigoncio. I puri e gli incorruttibili, che non hanno alcuna responsabilità nell’aver fatto prendere al vino italiano strade e derive, sino a quella di Brunellopoli, che vide alcuni di loro direttamente coinvolti, che hanno portato alla standardizzazione, all’omologazione e alla perdita di identità e alla banalizzazione di tanti nostri vini.

Che cos’è dunque Winethic? L’idea “di un gruppo di professionisti dell’ambito enologico, del marketing e della comunicazione. Il nome dell’iniziativa unisce le due parole chiave del progetto: Wine (vino) ed Ethic (etica). Winethic è un progetto innovativo per la degustazione etica del vino, che si pone i seguenti obiettivi:
Glasnost

la massima trasparenza delle operazioni di degustazione;
la migliore valutazione professionale da parte degli enologi;
un’ampia visibilità per le aziende vitivinicole e i loro prodotti;
la semplice ed efficace consultazione per gli utenti appassionati di vino”.

I responsabili di Winethic ci dicono ancora che “l’obiettivo è quello di soddisfare al tempo stesso le esigenze delle aziende produttrici di vino, degli enologi e dei consumatori in un’ottica di trasparenza, etica e professionalità. Winethic nasce con l’obiettivo di recensire in modo trasparente, obiettivo e corretto, in una parola etico, i vini di tutto il mondo.
Da sempre gli enologi mettono a disposizione la loro creatività, tecnica e competenza per ottenere dal frutto della vite il miglior prodotto. Essi hanno pertanto un ruolo fondamentale nella produzione di un vino: chi meglio di loro può quindi darne un giudizio super partes?”.

Per questo motivo “Winethic ha scelto la figura professionale dell’esperto enologo per offrire al pubblico l’opportunità di conoscere il reale valore qualitativo di un vino e il giusto rapporto qualità/prezzo. Tutto ciò grazie ad un sistema che non mette mai in contatto l’azienda produttrice del vino con l’enologo degustatore: chi produce non saprà mai chi degusta il suo vino e, viceversa, il degustatore non saprà mai chi lo ha prodotto.
L’azienda, infatti, invia le proprie bottiglie prive di etichetta e altri segni distintivi a Winethic, che a sua volta le inoltra, sempre in forma anonima, alla commissione di degustatori. Il risultato è un giudizio scevro da ogni influenza esterna e dunque frutto esclusivamente della competenza e della professionalità di ogni singolo degustatore”.

Gli ideatori di questa geniale pensata ci rassicurano poi dicendo che “per mantenerci sempre equidistanti da qualsiasi produttore, abbiamo deciso di non ospitare pubblicità di aziende vitivinicole, perché vogliamo che tutti i vini possano avere la stessa imparziale visibilità sulla base esclusivamente delle proprie caratteristiche e qualità espresse dalla scheda di valutazione degli enologi”. Il che rispetto a determinati siti e blog del vino, infarciti di pubblicità di consorzi e aziende (i cui vini magari finiscono recensiti, ovviamente positivamente), è già un passo in avanti, ma non giustifica che si finisca con l’allargarsi e gonfiarsi come rane asserendo che “chi visita Winethic può contare sempre su una valutazione imparziale ed etica, che rispecchia il reale valore qualitativo di ogni vino, a prescindere dalla notorietà dell’azienda produttrice”.

AEEI-logo

Direte voi, ma che bravi questi enologi – i loro nomi li trovate qui, con tanto di numero di tessera di iscrizione alla AEEI – che in nome dell’etica, e opponendosi alla spudoratezza dilettantesca e al giudizio “soggettivo e verboso degli “amatori” del vino”, prendono le difese dei produttori e dicono loro se i loro vini, prodotti con la consulenza di buona parte di loro, enologi consulenti, sono qualitativamente impeccabili oppure no. Che bello il loro progetto! Poi se si va a leggere come funziona, quali sarebbero i vantaggi, il regolamento dei degustatori, il regolamento di degustazione, il Contratto aziende, il contratto di degustazione e soprattutto il listino prezzi, ovviamente in “promotion”, per scoprire che ovviamente si paga, che le aziende sono chiamate a pagare per usufruire di tale servizio, 90 euro più Iva per singola degustazione, 85 euro ognuna per due e 80 euro, sempre più Iva, per tre.

Altro che bei principi, belle parole, affermazione e rivendicazione dell’impegno etico, da Don Chisciotte dei laboratori di analisi! Qui sempre di business, anche se presentato sotto vesti altisonanti, si tratta!
Certo, oltre al responso analitico del collegio di anonimi winemaker, aderendo alla proposta di Winethic si ottiene un plus, almeno teorico: Se la media dei punteggi del vino è uguale o superiore a 80 punti, il risultato viene automaticamente pubblicato nella sezione “Vini” del sito. Se il punteggio è inferiore a 80 punti, invece, Winethic lo comunicherà all’Azienda che sceglierà se pubblicare o meno la scheda del vino”. E poi “Quando la scheda del vino è stata pubblicata, Winethic lo promuove attraverso il proprio sito e i social network e lo rende disponibile alla community degli appassionati di tutto il mondo che possono consultare sia la scheda del vino che il profilo dell’azienda produttrice”.
business

A parte il fatto che non capisco quanto ci sia di etico nel promuovere attraverso il sito di Winethic una ristrettissima selezione “dei nostri vini” e delle “nostre aziende”, di produttori che pagando hanno aderito alla proposta, ovviamente etica, di questi enologi, e in che cosa si differenzi questo modo di procedere da quello giustamente criticassimo, e finalmente non solo da parte del sottoscritto, di un Luca Maroni, mi verrebbe da chiedere agli alti papaveri dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani se giudichino questa iniziativa parallela presa da un gruppo di associati in linea oppure no con gli obiettivi dell’AEEI.

Io, che ho qualche dubbio in merito, di fronte a questa pretesa di rappresentare un rinnovamento, il tutto in “un’ottica di trasparenza, etica e professionalità”, penso al grande Totò e ad una sua celeberrima gag. Winethic, “ma mi faccia il piacere”!

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15 pensieri su “La chiamano etica del vino, ma sempre di business si tratta. Una singolare iniziativa di un gruppo di winemaker di Assoenologi

  1. A mio modo di vedere l’idea di un panel di degustazione professionale e anonimo che informa i potenziali clienti non è di per sé da scartare, ma ha un enorme tallone d’Achille; i vini sono forniti dalle aziende. Qui o si presume che noi produttori siamo tutti santi, cosa che tenderei ad escludere (anche di me stesso), o non si può escludere la possibilità del campione confezionato ad arte e dissimile dalla vera produzione di serie. Una possibile soluzione è evidente, basta chiedere alle aziende aderenti di fornire i soldi per l’acquisto dei campioni sul mercato e farlo fare da un notaio che ne garantisca la corrispondenza con quelli realmente in vendita. Questo è il limite che ha ridotto la credibilità di troppe guide e di troppi giornalisti che, magari in buona fede, da sempre valutano campioni inviati dalle aziende.

    • i miei articoli molto spesso sono basati su degustazioni fatte in azienda o su campioni che mi forniscono i produttori. Ma poiché, soprattutto per le mie rubriche qui e sul Cucchiaio d’argento, scelgo in larghissima parte vini “normali”, quotidiani, base e non le riserve delle riserve, le cuvée numerate, credo proprio che le mie valutazioni corrispondano a quelle dei vini normalmente in commercio. E poi, poiché non regalo, diciamo così, bicchieri, stelle, grappoli e simbologia guidaiola varia, tendo ad escludere che mi vengano sottoposte, come accadono ai Suckling, alle Larner, ai colleghi vari delle guide, quelle che in Francia definiscono le “cuvées journalistes”… 🙂

      • Un conto è assaggiare presso aziende che si conoscono e di cui si sa bene che si può fidare, tutt’altra cosa è limitarsi chiedere campioni a chi paga. Essendo l’Italia quella che è, agendo così il rischio di beccarsi una cuvées journalistes si avvicina alla certezza.

  2. A me me sembra ‘na presa per culo. Ben impacchettata ovviamente ed in italiano forbito, ma sempre na presa é. Da qualsiasi punto di vista la si guardi é una scelta molto piú “amica del produttore” che “amica del consumatore”. E questo dice tutto.

    • se questa é una scelta “amica del consumatore” allora io sono juventino, comunista, fan dei vini di Cotarella e del “baffo” Ferrini…

  3. critica gli enologi, ma anche lei pubblica degustazioni di vini sul suo blog. E chi ci dice che le aziende non la paghino per parlare bene dei loro vini?

    • lei può pensare quello che vuole. La mia storia e la mia professionalità testimoniano che marchette non ne faccio e non ne ho mai fatte.
      Basta chiedere alle aziende dei cui vini scrivo.
      Altro che quello che dicono quelli di Wineethic http://www.idproject.it/winethic/it Le mie (e anche quelle di altri colleghi e amici) sono veramente etiche, a costo zero per i produttori, che non pagano perché io scriva se un loro vino é buono e mi é piaciuto…

  4. Buongiorno,
    dopo un’attenta riflessione mi sento in dovere di risponderle.
    Innanzitutto la ringrazio per l’attenzione che ci ha dedicato, è stato l’unico a farlo, tuttavia ritengo che abbia frainteso, per non dire strumentalizzato, la mission di Winethic.
    Winethic era, uso il passato per ovvi motivi, una semplice start up nata da un’idea, quella di garantire l’oggettiva valutazione di un vino e l’immediatezza nel disporre del servizio. Per questo era indispensabile il giudizio, credibile, di una commissione anonima, formata da enologi iscritti all’Associazione, come di prassi avviene nei concorsi ufficiali.
    Inoltre sarebbe stato facile, disponendo di un albo, verificare se l’iscritto fosse realmente un appartenente alla categoria.
    Tutti questi elementi, nel nostro progetto, comportavano che il meccanismo risultasse etico.
    Quanto ai presunti guadagni, la informo che spedire 8 bottiglie a 8 persone diverse comporta una spesa di circa 70 euro totali, comprensivi di trasporto e imballo; il rimanente (cifra lorda) servivano a coprire eventuali imprevisti di rotture delle bottiglie, mancato recapito e naturalmente le spese di gestione del sito per il quale ci siamo appoggiati ad un’agenzia del settore.
    Ora, in merito all’Associazione Enologi, che peraltro non patrocina alcuna iniziativa personale, ma permette di usufruire dell’albo, le faccio notare che nel suo post esordisce dicendo che non intende fare polemiche, poi però si accanisce sulla stessa occupando tutta la prima parte dell’articolo. Probabilmente si sente “minacciato” o sta utilizzando un pretesto per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, sassolino che di sicuro non le ho messo io.
    Di certo la superficialità che ha utilizzato nel darmi del presuntuoso ed arrogante, è la stessa con cui ha commentato un’idea che ha richiesto più di un anno di sviluppo e intenso lavoro.
    Infine, da parte di Winethic non c’è stata nessuna pretesa di rappresentare un rinnovamento, magari un piccolo sogno? Probabile. Forse se nessun giovane rischiasse di pretendere qualcosa dalle proprie idee, ci ridurremmo tutti a presumere di trovare il marcio dietro ad una novità, in una società dove chi parla di etica mette scompiglio perché non siamo più abituati, no, a pretendere davvero un rinnovamento.

    Detto questo mi unisco volentieri a lei: “ma mi faccia il piacere”.

    • Signor Durigon, non ho il “piacere” di conoscerla, ma letto il suo intervento mi sento di fare, con tutta sicurezza, un pronostico. Lei farà carriera e sentiremo parlare di lei. Ha di fatto tutte le credenziali che servono per emergere in una società come la nostra e in un’associazione come quella di cui lei fa parte: spocchia, arroganza e una clamorosa auto-considerazione e un ego ipertrofico. Lei farnetica dicendo che io mi sentirei “minacciato”, e da chi di grazia? e sostiene che criticando la vostra iniziativa io sto “utilizzando un pretesto”per togliermi qualche sassolino dalla scarpa.Niente affatto, rispetto il lavoro silenzioso e concreto di larga parte di esponenti dell’AEI, e mi prendo la libertà di criticare iniziative, venate da super protagonismo, di alcuni associati che pretenderebbero di rappresentare l’intera associazione.
      Non mi ha spiegato perché io, produttore di vino, che già spendo per analisi e consulenze fornite da enologi o enotecnici, dovrei poi spendere altri soldi per farmi fare una degustazione, anche se etica, dal vostro team di “missionari” dell’enologia.
      Perché poi quelle aziende finiscano su un sito Internet sconosciuto e frequentato quasi esclusivamente perché ieri l’ho segnalato io?
      Io non ho strumentalizzato alcunché. Ho presentato il vostro progetto e ho detto che non mi convince e mi sono chiesto e mi chiedo se l’Associazione Enologi condivida un’iniziativa del genere.
      Vede Durigon, anch’io, come ha fatto notare oggi un lettore, degusto e pubblico note di degustazione e descrizioni di vini. Le segnalo, tra le ultime, queste:

      http://www.cucchiaio.it/bere/doc-langhe-favorita-fratelli-rabino-2012/
      http://www.vinoalvino.org/blog/2013/09/marche-bianco-ricordi-2011-fattoria-villa-ligi.html
      http://www.lemillebolleblog.it/2013/09/09/metodo-classico-brut-2006-decugnano-dei-barbi/

      Ma vede, sa cosa sono costati ai produttori questi articoli. Zero euro. Si sono limitati, alcuni lo fanno spontaneamente, altri aderiscono alla mia richiesta di inviare dei campioni, se lo ritengono opportuno, due bottiglie per tipo, a mandarmi dei vini da assaggiare. E lo fanno evidentemente perché si fidano del mio modo di fare, credono che sia autorevole, che venga letto. E che faccia opinione. Spesso vengo a sapere dai produttori che lettori si sono recati in cantina da loro, a provare e acquistare vini, in seguito alla pubblicazione di miei articoli. Che vengono ritenuti seri, affidabili, onesti, e non puzzano di marchette.
      Io nella vostra operazione commerciale non sento profumo di bucato, sento l’odore del business. Della pensata un po’ furbetta. Ed é per questo che non mi piace, che l’ho criticata e la critico.
      Mi stia bene

      • Sono andato a vedere il sito, a proposito di ethic, e mi chiedo a quale ethic ci si richiama, con quello spot pubblicitario con scena raccapricciante inclusa.

  5. Signor Durigon: Al di lá di tutte le “buone intenzioni” di partenza e senza voler accusare nessuno di malafede, a me continua a sembrare una presa per i fondelli verso il produttore. Per i motivi tra l’altro che ha ben spiegato Stefano Cinelli Colombini. Ma per pura ipotesi ammettiamo che questa impresa commerciale abbia il successo che (secono me : non) si merita, supponiamo che diventi la Standard & Poor , la Moody, la Norsk Veritas del vino italiano.
    Allora ? sempre impresa sará e come tale soggetta agli interessi commerciali degli azionisti. I quali, saranno, sempre secondo me , ma posso sbagliare, “etici” finché gli converrá, meno etici quando gli converrá di meno e con tutte le sfumature del caso. Allora evviva Luca Maroni che perlomeno ha il buon gusto di dire quello che fa con tariffario allegato.

    Ma c’é un altro punto, forse piú rilevante. Se io fossi un produttore ed avessi la malsana urgenza di voler essere testato a pagamento, beh, forse mi sceglierei – dovendo comunque pagare – un recensore meno etico, meno neutrale e meno equilibrato. Vorrei che il mio vino fosse valutato da una persona preparata, si, ma con la stessa passione, con la stessa “partigianitá” e lo stesso personale coinvolgimento con cui io produco il mio vino. Anche a rischio di vedermelo maltrattato, il mio vino: di una valutazione eticamente neutrale, con vini assaggiati alla cieca, con risultato positivo ed asettico, da mettere in retroetichetta, non saprei proprio che farmene, io.

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