A Pranzo dalla Signora del Brunello

InternocasaBarbi

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Good news from Montalcino by Silvana Biasutti

Una vera Signora non si mette in posa, come abbiamo visto fare soprattutto dagli uomini (che si sa sono ben più vanitosi di noi …). Una vera signora non si mimetizza in stereotipi retorici. Una vera signora ti riceve offrendoti le cose vere a cui è abituata, sapendo che tu le apprezzi perché la tua storia è diversa dalla sua e la diversità ti piace, e anche a lei, ma a te lo lascia capire solo se la guardi dentro agli occhi vividi e puntuti e sempre ironici e con l’ombra (appena) di un sorriso che sublima tutto quello che le passa il convento della vita.

E la signora ne ha viste – guerra e guerre – tante. Ma la signora ha una ricetta segreta, per vincere (che non è mai sopravvivere, perché non è il suo genere – e neanche il nostro, no?); un segreto che possiamo anche mettere in piazza, perché il modo migliore di mantenere un segreto – in fondo – è quello di raccontarlo a tutti, banalizzarlo, dirlo in giro, vestirlo da si dice, e permettere che diventi leggenda.

La signora legge (e scrive); ‘scrive’ non dovrei metterlo tra parentesi, perché lei scrive davvero e racconta, storie e storia, anche piuttosto appassionanti. La signora scrive – caso raro – perché sa, conosce, ed è dentro quello che ci racconta.

La signora è una tosta (chissà se si rammaricherà dell’aggettivo), e io dopo essermi tolta qualche curiosità spiluccando tra i libri impilati, non per bellezza e nemmeno per arredare, nel suo salotto dove niente è fuori contesto (semplicemente è di casa, ed è di casa sua), approdo al vassoio con il vino bianco di benvenuto che lei mi porge a modo suo, con la pragmatica tartina.

Allora parlare di politica? Ma no, ma no! Parlare di Brunello? Ma no, ma no …

Si parla della vita (e solo lei sa farlo) che va oltre il momento, oltre i fatti quotidiani e le piccole gioie, va oltre noi stessi e i casi dell’oggi. Intuito, personalità e senso del tempo (e le letture da onnivora) le hanno fatto aprire le porte di casa e di fattoria – in tempi ormai lontani e non sospetti – a scrittori e poeti, agli autori di un mondo insospettato (tutt’ora) da quelli che le cose le fanno per sentito dire e per muovere gli affari (perché la cultura si usa, ora, anche se non si sospetta cosa sia, oltre la parola). In tempi non sospetti la signora ha riannodato luoghi e sapere, uomini e vino, parole che raccontavano fatti.
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Dentro Francesca Colombini c’è tutto questo, e tutto questo è lei: concretezza. E il pranzo, da lei, è tutta storia, un’altra ancora. Se altrove, da queste parti, puoi avere cose buone e trovi la tipicità, a pranzo da Francesca Colombini incontri la storia delle grandi famiglie: grandi perché hanno memoria di sé stesse e hanno saputo coltivare la conoscenza. E a pranzo non si sta sull’astratto, anche se mi riesce difficile una cronaca puntuale degli sformati, la scoperta di abbinamenti che ignoravo, della cucina sapiente di cui la padrona di casa rende merito a chi esegue, ma di cui è suggeritrice e filo conduttore. Perché la signora sta sempre un po’ dietro le cose, dirige col pensiero e il pensiero, si sa, è fuoco, quando c’è.

La prima percezione di una presenza invisibile ce l’ho avuta una sera di primavera che si sforzava di sembrare ancora inverno – come solo a Montalcino la primavera sa fare –, quarant’anni orsono, e mi sono rimasti nel ricordo i colori, di pietre lucide di pioggia, il verde che era ancora turchese, una luce che rendeva il luogo un’isola accogliente nella campagna gonfia di promesse, ma molto austera.

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Ero approdata alla Taverna dei Barbi, con un figlioletto piccino, gli amici e persino un marito, che allora non era una rarità.

Una rarità, invece, per una milanese DOCG come la sottoscritta allora si vantava di essere, erano il luogo: non un ristorante, ma l’incontro con un mondo di cui non conoscevo niente e di cui mi piaceva tutto. E messer Brunello non sapevo davvero cosa fosse!

Quella cena la ricordo bene. Un grande camino sulle cui braci sfrigolava qualcosa, una zuppa di fagioli con erbette, costoleccio, pane insipido (lettura milanese), vino. Il ritratto discreto di un signore che stava lì accanto, l’abbiamo commentato come quello dell’uomo che i luoghi li aveva fondati e l’unica cosa che ci scontentava era l’orario che non lasciava molto tempo alle chiacchiere del dopocena.
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Non sapevo ancora che dietro alle pietre e al costoleccio, dentro i colori di quella sera, c’era la figlia di quell’uomo, anzi il suo pensiero e che incontravo, in quel momento, il senso di Montalcino e un modo indimenticabile di stare in campagna, una campagna speciale, ricca di promesse sconosciute in quell’Italia di cittadini che sconoscevano la ruralità. Non era ancora il tempo di Chiantishire anche se gli inglesi c’erano, eccome! Non erano ancora gli anni in cui gli uomini chic delle città avrebbero indossato scarpe da boscaioli. Non erano ancora gli anni del desiderio di natura, come di un bene che sparisce. Dovevano passare ancora vent’anni, prima che campagna e città, in Italia, si riconoscessero. Ma in quella sera gelida di primavera avevo conosciuto la campagna italiana che sarebbe diventata più famosa nell’universo mondo.

Mi ritorna in mente, quella sera e il suo ricordo ogni volta che Francesca Colombini mi invita a pranzo. E ogni volta mi viene da pensare che questa campagna, divenuta così famosa, ha rischiato di dimenticare se stessa!

Silvana Biasutti
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16 pensieri su “A Pranzo dalla Signora del Brunello

    • quel professore di spagnolo, che tu hai ben conosciuto, se llama Gabriel Garcia Marquez, “Gabo”, l’autore del meraviglioso Cien años de soledad, e di quel L’amore ai tempi di colera di cui ho visto ieri sera su Rai Movie una stupenda e commovente edizione cinematografica…
      Eh sì, cara Silvana, anche tu un tempo dovrai scrivere “Confesso che ho vissuto”…

    • cara Donatella, se non avessi conosciuto la tua mamma, la mia conoscenza di questa campagna e di questi luoghi così straordinari sarebbe stata meno profonda. Si veniva da Milano e per vedere gli occhi non bastavano …

  1. Buona questa storia mi ha ricordato le gite fuori città. La prima volta che ho sentito parlare di Moltalcino è per il vino brunello, sull’Espresso, li si diceva dello uno scandalo, prima non lo avevo mai neanche assaggiato. Non ho mai capito cosa hanno combinato.

  2. Buongiorno Zac@! La domanda che mi viene da farle è :”l’ha assaggiato, e le è piaciuto?”. Ma sappia che a Montalcino e in tutta la campagna circostante, prima ancora del vino – formidabile – c’è un paesaggio, anzi ci sono paesaggi che meritano il viaggio, anche da lontano. Il vino Brunello è “anche” il risultato di quei paesaggi … venga e li assaggi!: non tradiscono mai.

    • Si il brunello di Moltancino mi piace ma non è tanto alla portata delle mie tasche e io non me ne intendo tanto. sui pasticci che hanno fatto ormai ci siamo abituati l’italia è tutto una mangeria, che peccato tanto rovinano tutto

  3. Che piacere leggere questi racconti…sembra quasi di vivere quel tempo…! E raccontati dalla chiarissima sig.ra Biasutti hanno sicuramente qualcosa in più…!
    Non mi capita di andare spesso dalle parti di Montalcino e dintorni…ma appena posso ci torno sempre molto volentieri, così come altrettanto volentieri tornerei nel Chianti senese (Gaiole, Radda…)…che stupendi paesaggi!!!

    • eh sì, la Biasutti, di cui ricordo anche gli ottimi cioccolatini con ripieno di autentico Brunello, che portano il marchio registrato de I colori del Brunello, é davvero bravissima nel tratteggiare questi ritratti

      • I cioccolatini? Li conosco bene…alcuni anni fa ne ho regalata una confezione ad un’amica sommelier. Mi ha ringraziato dicendomi: “Semplicemente meravigliosi…!” 🙂

        • lo so che sono buonissimi, ma sembra che a qualcuno a Montalcino siano andati di traverso…
          Messaggio in codice: chi vuole intendere intenda. Perché, come dicono a Napoli, “accà nisciuno é fesso” 🙂

          • meglio così, perché per certe persone non ci vorrebbero i cioccolatini farciti di Brunello di Montalcino Docg, ma di olio di ricino… Quel tanto che basta…

        • Pubblicità! Nonsolochocolat! Ora anche un meraviglioso panettone (sontuoso). Capirà, caro Boldrini: come immigrant milanese non potevo esimermi …

          • Cara sig.ra Silvana, da buongustaio amante dei dolci non posso che avere l’acquolina in bocca…!
            Anche se originario di Milano, oramai il panettone è internazionale…ma per caso l’uvetta utilizzata è macerata nel Brunello 😉
            Le rispondo anche che io, da buon Romano, gradisco molto anche i mostaccioli romani e il pangiallo…
            p.s. per Franco: meglio ancora il pangiallo-rosso…! 😀

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