Sant’Angelo in Colle. Provatelo in autunno

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Good news da Montalcino. By Silvana Biasutti

Non tanto per constatare che l’autunno è la stagione dell’anno più ricca di toni caldi, di profumi intensi e di quel senso che ‘tutto finisce’ (ma poi tutto ricomincia); non solo per andare a fare una camminata tra bosco e vigne (e olivete) per scoprire arbusti e alberi ed erbe profumate e punti di vista che chi si affida solo al giro in auto non conoscerà mai, ma anche per godere dei silenzi e dell’aria nitida; per guardare le pietre e imparare storia e storie del piccolo paese. Questi sarebbero già – per alcuni  – buoni motivi per una visita ai luoghi, in tempo d’autunno. Non ho ricordato il motivo più popolare per venire qui, ma tanto su questo blog già lo conoscete tutti: ricordare l’appartenenza (non trovo un sinonimo più lieve) al comune di Montalcino è solo minima cosa, rispetto alla reputazione dei vigneti. Questo è il versante mediterraneo e sorridente di una terra che riesce a coniugare un vitigno in modi e tempi così ricchi e variati, da far pensare che al profumo di quest’uva non c’è mai fine.

Di Sant’Angelo in Colle, dunque, si trovano tracce sin dal 20 giugno 715. Allora era probabilmente un colle ricoperto da lecci, con un edificio religioso, magari una piccola pieve. La notizia, in cui si ritrova Sant’Angelo, riguarda una lite tra due vescovi che si spartivano ferocemente il possesso di terre e chiese sul limitare delle rispettive diocesi (Siena e Arezzo) e parla di re Liutprando che incaricò un notaio di dirimere la questione, con l’aiuto di ben settantadue testimoni; uno di questi ultimi, nella sua memoria cita questo paese.

Provate a immaginare come doveva essere, in quell’anno; provate a farlo, dopo aver lasciato l’auto al parcheggio, salendo (non più di 50 metri a piedi) in piazza e penetrandovi dalla vecchia porta ‘etrusca’. Oppure costeggiandolo per la strada bordata di cipressi, da un lato e di ulivi, dall’altro…
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Certo il luogo sarà stato ben diverso da oggi, irriconoscibile, ma di sicuro suggestivo: forse intorno c’erano casupole e orti? Chissà; le notizie dei poderi, i cui nomi sono spesso etichette del noto vino, sono più recenti: intorno al XV° secolo (!), (ma sono precise e spesso curiose). Certamente ci sarà stato più bosco, poi gli ulivi e anche delle vigne e chissà com’erano in quel tempo lontano.

Arrivati in cima, se è una di quelle giornate fredde e limpide, spazzate dalla tramontana, può succedere che sporgendovi verso la valle, a guardare il paesaggio infinito, appaia una specie di feluca napoleonica oltre l’ultima quinta di colline, come sospesa a mezz’aria; è l’Isola del Giglio, la luce del cui faro, di notte, arriva a confondersi con quella delle stelle.

In centro, uno in fila all’altro, vi attendono i due ristoranti – “Il Leccio” e “Il Pozzo” – e i loro menu, diversi (ma non complementari), con sfumature che rispecchiano due scuole di pensiero gastronomico che non hanno niente a che fare con gli chef stellati e stellari, cui fa cenno un recente articolo de l’Espresso: dunque cucina locale che sa essere anche robusta, ma che è immersa nei luoghi e come essi è ben ricca di sfumature.
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Le tonalità espresse da Franca e Paola, le signore de “Il Pozzo”, sono diverse da quelle di Luca, il giovane cuoco de Il Leccio e di suo padre Gianfranco. Se si trattasse di musica, sarebbe folk, intenso colto e ricco di memorie. Ma sono due canzoni diverse; per un’esperienza completa ascoltatele entrambe; ne vale la pena.

Dunque: salite al Colle guardandovi bene intorno e lasciate che la vostra immaginazione viaggi nel tempo; poi sedetevi a tavola: un giorno di qua e l’altro di là. Il cibo è musica e il vino … be’ per quello affidatevi a Ziliani! che può essere un po’ più cattivello..

Silvana Biasutti

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