Divagazioni colte sul Mille e una notte di Donnafugata

Milleeunanotte

Trinacria news: cronache gustose dalla Sicilia by Alfonso Stefano Gurrera

Si dice: “Se vuoi conoscere gli uomini, devi cominciare dal loro dio”. A ben pensarci  è un’astrazione applicabile ad ogni vino. Infatti, se vuoi padroneggiarlo veramente, il vino, devi iniziare applicando lo stesso protocollo. Partendo dal suo “creatore” o almeno dalla valutazione e dalla conoscenza del suo territorio.

Ma esiste un territorio del vino? E’ accertato che esiste il terroir, ma è un termine intraducibile, non ha nulla a che vedere con il suo suolo, la terra e il luogo dove il vino nasce, cresce, si evolve, matura e poi muore. Il terroir è  un insieme di geologia, ampelografia, storia, cultura, paesaggio. Il tutto cementato da quell’intimo rapporto che lo lega all’essenza spirituale dell’uomo che ci vive a stretto contatto e ne sa cogliere, di questo terroir, la sua vera essenza.  Vabbè, si dirà,  un luogo fisico lo avrà comunque.

Ma se dobbiamo parlare del “Mille e una notte” e dell’annata 2008, uno dei vini simbolo dell’azienda siciliana Donnafugata, da dove iniziamo? Già, il suo nome, è una complicazione. Inizia per “Mille” ma non rappresenta solo un numero ma un sinonimo di esagerazione. Non solo mille notti, ma anche mille storie, mille popoli, tantissime civiltà, gli Elimi, i Sicani, i Siculi, gli Arabi, i Latini, poi gli spagnoli ma prima ancora i francesi e qualche altro ci sfuggirà. Non è  una lunga teoria storiografica, ognuna ha lasciato tangibilmente tracce connaturate e orme biologiche palpabili. E nel Dna di questo territorio spicca una arazzo genetico  dai mille colori.

Ancora “mille” sono i file conservati in memoria, mille i processori interpretativi,  mille le finestre che si aprono a seconda l’esplorazione che ti accingi ad operare. Ma passiamo al concreto e facciamo un esempio. Partendo da questo “indefinibile” territorio. Ma quale criterio scegliere  per definire questo luogo? E’ quello orientaleggiante delle novelle del “Mille e una notte”? O quello gattopardiano della “Donnafugata” come il nome dell’azienda esplicita?

O ancora: perché non riconoscergli i caratteri di quei paesaggi delle “Cento e una storia” di Andrea Camilleri che di questo distretto è diventato una vera bandiera?  Anche qui le complicazioni si fanno a tre zeri. Perché  il Nero d’Avola “Mille e una notte” li racchiude tutti in sé i segni che possono emergere da questa lunga e tripla speculazione sui caratteri e  sulle sue origini. La cornice delle “Mille e una notte” incastona infatti  la più bella favola allegorica che si conosca sull’arte del raccontare. E all’origine del racconto c’è il tradimento e l’eros femminile. Pagine intere percorse da una formicolante ricchezza di sensazioni terrene filtrate dalla ragione: il profumo dei fiori e delle spezie il sapore dei frutti e della frutta secca, il muschio e la legna bruciata.

donnafugata1

Già qui, il lettore, può ritrovarsi disorientato. Si sta parlando del vino e di barrique o del carattere delle novelle? Tutto coincide in questo connubio, anche l’eros e il tradimento. L’Eros, all’origine della storia di “Donnafugata” lo ha rappresentato Gabriella Anca Rallo (oggi è José il volto femminile dell’azienda). E anche il tradimento rappresenta il nucleo centrale del climax della sua storia. In una rapida rappresentazione e in un semplice gesto è racchiuso questo tradimento: una donna che indossa i pantaloni, si mette a capo di un manipolo di operari, li porta in vigna, e tutti ad abbattere tendoni e decimare le rese. Un autentico tradimento, oltre ad una rivoluzione, delle tradizioni, della cultura, dei protocolli che hanno caratterizzato la Sicilia dei vini da taglio. Proprio su questa  crescente intensità del significato del gesto che nacque parallelamente la storia moderna dell’enologia siciliana.

E il “Mille e una notte” è figlio, non unico, di questo “amplesso”. Figlio che, invero, ha ereditato qualche carattere gattopardiano, uno dei quali abilmente ribaltato con una semplice aggiunta di un avverbio di negazione, un “non”, incastonato al posto giusto in quell’aforisma sull’immobilismo siciliano che recita: “Cambiar tutto affinché tutto (“non”) rimanga come prima”.

Poi c’è il terroir letterario del Camilleri che col vino “Mille e una notte” ha molti punti in comune. Osservano entrambi, Camilleri e il vino, una grammatica facile ed accessibile, usano lo stesso linguaggio  e rispettano la sintassi che ogni tipologia di vino occupa nella dieta e nell’occasione di consumarlo. Linguaggio che si regge e sui propri ludi e “sull’ardente gioia del suo dialetto”.  Nei romanzi di Camilleri il “profumo” (che impregna persino i vestiti del commissario Montalbano) non è di violetta come quella del “Mille e una notte” ma di giglio. Ma ambedue  si esprimono “con l’umiltà e l’ardente gioia del loro dialetto”. Ma Camilleri stempera gli accenti antichi della Scuola siciliana mentre  il vino diluisce in tinte chiare  tutta  la sua forza tannica e alcolica che il terroir gli regalerebbe.
Milleunanotte

Una forza che esonda non solo nel calice ma nel bacino mentale di chi, a questo vino, si è approcciato lasciandosi incantare e dal fascino di un nome e dalle suggestioni esalate, verso “un cielo d’oriente stellato”. Tra pensieri alati e profonde riflessioni. Ma, una volta sfumati gli effetti di questi vapori, astratti e spirituali, ecco che ti accorgi che questo 2008 si annuncia come uno dei più equilibrati “Mille e una notte” della sua storia. Merito di un’annata a “cinque stelle” che ha favorito una maturazione zuccherina e fenolica delle uve pressoché perfetta.

Lo racconta con una gioia negl’occhi, che si raccoglie persino dalla cornetta di un cellulare, Antonio Rallo. Lo considera una sua creatura, questo Mille e una notte; lo ha visto nascere e ricorda il primo test e le lacrime di commozione che ne ha generato. Era lì davanti a Tachis al quale, con onestà intellettuale, riconosce la sua impronta e ne ricorda gli incitamenti e i consigli predicati per saper scegliere il modo migliore per raccogliere i frutti che “questa terra generosa, come nessuna, sa regalare”.

Un 2008 che si distinguerà per  nitidezza enologica esecutiva, per il  nitore gusto-aromatico pressoché perfetto, con sentori di mora e ciliegia destinati ad evolversi e virare verso effluvi imprevedibili, vista la sua giovinezza. E poi “invecchierà bene e oltre i quindici anni” dicono in coro i suoi autori. Ma va goduto con la sua giusta liturgia, indossando quei paramenti mentali che incensano e amplificano le percezioni sensoriali. Perché non è un vino per chi vive di solo vino. Ricordate José Mourinho? “Chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio” sosteneva. Basta tradurlo in “vinese” e il concetto sarà chiaro.

Alfonso Stefano Gurrera
Gurrera

______________________________________________________________________ Attenzione!:
non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/

 

3 pensieri su “Divagazioni colte sul Mille e una notte di Donnafugata

  1. Qualcuno mi ha fatto notare telefonicamente, che tra le civiltà succedutesi in quell’area siciliana non ho incluso, nell’articolo, la civiltà della…”Magna Grecia” (sic) forse volendo intendere quella dei “Greci”. Per fortuna! Se avessi fatto così, alla lettera, avrei commesso la più grossa gaffe della mia carriera giornalistica. E si sarebbe aggiunta a quelle di tanti produttori che godendo della proprietà di un’azienda in quell’area, si vantano di possederla come situata nel cuore della Magna Grecia. Invece questa regione storica appartiene all’area meridionale d’Italia del sud e si delimita tra il parallelo, che si staglia dal tacco del Silento sino all’isola di Ischia difronte alla quale, fu fondata Cuma la prima colonia greca d’Italia e quello tangente del sud della Calabria. La storia greca di questa regione andrebbe sempre staccata da quella greca dei “coloni siciliani” che pur hanno scritto pagine storiche da meritare aggettivi “magnum”. Però, chiarito questo, è vero che la civiltà dei “Greci” non poteva mancare in quell’elenco, ma avevo messo anche i Fenici poi i Mamertini e altri ancora che non ricordo tant’è che alla fine, in fase di rilettura, e per quel mio vezzo di alleggerire frasi ed elenchi lunghi, scartavetrare, eliminare virgole e capoversi, sgombrare e correggere, riascoltare il palpito della frase e l’invischio delle parole, quello che i romani hanno impegnato con tre guerre (quelle puniche) io, per eliminare i Greci, con un semplice taglia e incolla ho impiegato un sol secondo. Vi pare poco?

  2. I vini di questa azienda vinicola non mi hanno mai entusiasmato e mi sembrano di prezzo eccessivo. So che la poesia ha un costo, ma se il contenuto in bottiglia non mi fa sognare che ne faccio di una bella etichetta?
    Pero’ riconosco che questa azienda, di cui le lodi si possono raccogliere in svariati ambienti, ha il grande merito di essere fra quelle che contribuiscono efficacemente all’immagine positiva della Sicilia vinicola nel mondo. Ed in una regione dove i cospicui contributi pubblici a fondo perso ed elargiti a pioggia il piu’ delle volte hanno avuto ”usi improprii”, per questa azienda che ne ha fruito, si puo’ certamente dire che sono stati denari ben meritati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *