Il Bene che vince sul Male (con l’aiuto di Rosso Brunello?)

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Bad news from Montalcino by Silvana Biasutti 

Voglio aggiungere un solo pensiero a questa riflessione e denuncia, acuta come sempre, di Silvana Biasutti, che vive e opera a Montalcino e da alcuni anni produce con grande successo, commercializzandoli con il marchio registrato I colori del Brunello, squisiti Bâtons di cioccolato fondente extra ripieni di Brunello di Montalcino DOCG o di grappa di Brunello di Montalcino. Ma il Consorzio del Brunello di Montalcino, ed il suo Consiglio di amministrazione, cosa fanno di fronte a questo clamoroso, assurdo, intollerabile esempio di italian sounding? Sono certo che non perderanno tempo, se non l’hanno già fatto, anzi l’hanno sicuramente fatto, per porre fine a questo clamoroso esempio di sfruttamento indebito del marchio Brunello… f.z.

Prima che qualcuno possa pensare che mi abbia dato di volta il cervello, se avete un account face book, andate lì, e cercate Rosso Brunello. Scoprirete che lungi dall’avere qualsiasi collegamento, con storia, colori, stile di vita, poetica, cultura e paesaggio dei formidabili vini di Montalcino, questo bel marchio elegante e dinamico, letteralmente usurpa uno dei luoghi più noti del made in Italy, o forse no; perché magari ‘fa la festa’ a un altro prodigio della creatività nostrana: Brunello Cucinelli.

Perché di accessori di moda si tratta, in questo caso, con una presentazione super dinamica, molto brillante, che illustra come in India, dall’aeroporto di Mumbay, fino ai mall delle città di tutto il subcontinente, ci sono vetrine con le insegne affiancate: Da Milano Italia – Rosso Brunello. E scorrendo su e giù per il sito/vetrina, si capisce che il marchio (o i marchi) si rivolge a un pubblico indiano, che magari prima o poi assaggerà il mitico vino (Brunello o Rosso?) oppure indosserà un capo di Brunello Cucinelli. Non solo, ma quella vetrina ‘dialoga’ con indiani residenti in tutto il mondo, perché vi si possono leggere commenti e richieste, dal Canada agli USA, oltre a quelli provenienti da tutta l’India!

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Un bel botto (e un bel fatturato), mi pare; e così – senza riuscire a capire come e dove nasca questo condensato di marchi che suonano Italia (del resto lo scrivono pure) – questo miscuglio con pretese italiane, viene proposto alla buona borghesia indiana affinché indossi delle creazioni “made in Italy” per festeggiare il Durga Puja, cioè la festa del Bene che prevale sul Male.

Ho quindi esplorato questa vetrina, scoprendo un’orgia di scarpe, di borse, di accessori che declamano Rosso Brunello che viene “Da Milano”; con la presentazione di boutiques che ostentano insegne “all’italiana”, con modelli e stili che orecchiano quelli degli stilisti italiani più famosi – da Bottega Veneta a Dolce&Gabbana.

RossoBrunello-scarpe

Ma non ci si limita a questo, perché il marchio allude alla provenienza, giocando sulla lingua inglese: “Rosso Brunello coming from Da Milano”, come se i prodotti fossero di provenienza italiana; e via via che si legge, emerge una efficace strategia di comunicazione, con l’obiettivo di coprire tutte le potenzialità di questo marchio, legandolo a feste, circostanze e occasioni diverse e introducendolo   nello stile di vita della borghesia indiana (sparsa in tutto il mondo).

Di questi tempi strani, in cui la produttività nazionale è in caduta libera, ci manca anche che gli spazi della nostra creatività vengano occupati in modo inopportuno e inappropriato da chissà chi …   Non basta aprire il giornale e leggere, ogni giorno  che i marchi italiani più famosi e reputati volano all’estero, e che siamo seriamente minacciati dal famigerato ‘italian sounding’; bene, mi viene da osservare: se non è italian sounding questo – Rosso Brunello, Da Milano Italia -.

Ecco che proteggere i nomi italiani affinché siano coerenti con la loro storia diventa impellente, con i tempi che corrono (ma proteggerli davvero non è facile). Per non perdere fatturato (dove sono prodotte quelle scarpe e quelle borse?), per non perdere la nostra storia, permettendo commistioni e pasticci nocivi (perché evocare il Brunello, e il Rosso, legati a quei prodotti così lontani dalla terra del Sangiovese?), per non perdere di vista quello che dovrebbe essere l’obiettivo comune: lavorare per offrire beni di altissima qualità, e impedire di contrabbandare per italiano ciò che non lo è e questo va (andrebbe) sottolineato; ma magari guardare con attenzione, se la meritano, i prodotti che aggiungono valore al made in Italy e che sono davvero quello che dicono di essere!

L’unico modo per ottenere questo risultato è avere occhi attenti e sereni, lavorare bene e usare la comunicazione in modo dinamico e cosmopolita; la rete lo consente (l’esempio indiano lo dimostra), si tratta di avere una solida strategia e di nutrirla con i contenuti giusti. RossoBrunello
Un giovane importatore giapponese che ho incontrato in Umbria, la settimana scorsa, mi ha detto “io non voglio importare in Giappone solo dei prodotti, voglio far assaggiare ai miei clienti un pezzo d’Italia, fargli vedere i vostri paesaggi, capire, vedere, ascoltare – prima di vendere –“. Forse non tutti sono capaci di esprimersi in quel modo o pensano di farci riflettere, facendolo, ma sono almeno vent’anni che escono articoli sul Sole, che affrontano questo tema come un’opportunità.

Ne ricordo in particolare uno, quello uscito già nel 1997, che riporta l’analisi di un economista toscano – Giacomo Becattini – intitolato “Le uova d’oro del made in Italy”, in cui il Becattini lega in modo acuto e predittivo i temi culturali alle attività produttive, nei distretti (e paesaggi) di cui è fatto il nostro sistema-paese.

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E già allora, si scriveva della necessità di proteggere “l’italianità” autentica del made in Italy, la storia, le storie e ‘gli ingredienti’, pena la perdita (non solo di credibilità) di quell’alone carismatico che permette di assaporare nel nostro cibo e nei nostri vini il paesaggio di cui fanno parte.

Ecco che il pasticcio “ROSSO BRUNELLO from Da Milano Italia” abusa, di certo sotto il profilo etico, di una serie di nomi, di sicuro tradendo terra, prodotti, e anche – osservo – deprimendo fatturati che stiamo lasciando nelle mani di altri, per mancanza di spirito e – aggiungo – di serenità.

 

 

Silvana BiasuttiSilvanaBiasutti ______________________________________________________________________ Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/

5 pensieri su “Il Bene che vince sul Male (con l’aiuto di Rosso Brunello?)

  1. Ho fatto una piccola ricerca: Da Milano Italia ha la direzione a New Delhi in un ufficio di comunicazione e apparentemente non è una società italiana. Ma non finisce qui.Digitando rosso Brunello su Google le immagini che escono sono soprattutto auto e poi i sandali infradito di gusto italiano marchiati rosso Brunello. La confusione è dunque molto più ampia di quanto si poteva immaginare. Ma la cosa peggiore è la pagina Facebook di Rosso Brunello dove la sua attività è così descritta – Da Milano,the hub of exquisite italian leather accessories brings the international high end footwear brand”Rosso Brunello” in india for all the fashionistas who aspire for style with utmost comfort-. Nonostante questo molti hanno equivocato fra il vero Brunello e questo brand indiano di dubbia correttezza. Infatti fra gli 11. 652 mi piace della pagina molti appartengono a montalcinesi o wine lovers che sono stati ingenuamente attratti dall’assonanza con Brunello. Ecco che fra i nomi e i volti visibili ci sono Camillo Privitera Presidente AIS Sicilia, il giornalista Umberto Gambino e due residenti a Montalcino Bruno Dalmazio e Maurizio Ghesio Giannelli. Che brutta storia! Non so come ci si possa difendere da simili raggiri in un Paese come l’India. Infatti, anche se il Consorzio ha registrato in tutto il mondo il nome Brunello, probabilmente lo ha registrato nel settore vino e non in quello dei pellami. Dunque difendersi da questo uso improprio potrebbe rivelarsi più costoso e difficile del previsto.

    • Gentile Donna Donatella, magari tra i tanti I-likisti della pagina Facebook di questa furbata, anche personaggi del mondo del vino, ci sono persone che hanno trovato simpatico quest’uso disinvolto del marchio Brunello o belle le scarpe…
      Adesso però al Consorzio siete informati tocca a voi darvi da fare per difendere il Brunello da chi vuole farne un uso improprio. Persone che non hanno nulla a che fare con Montalcino, i suoi vini, e quelli che Silvana ha chiamato efficacemente “i colori del Brunello”…

  2. Caro Franco, dopo il commento di Donatella Cinelli Colombini, aggiungo – a quanto già scritto (e da te pubblicato qui sopra), due parole, che ritengo opportune, perché non vorrei che alcuno pensasse – tra sé e sé – guarda guarda la Biasutti, con il suo marchio “I Colori del Brunello”, cosa ti va a tirar fuori!
    Non ho mai lavorato alle spalle della operosa comunità dei produttori di Montalcino, né tanto meno del Consorzio; è quasi un luogo comune affermarlo e credo anzi di aver prodotto valore: c’è persino un articolo, di Winenews (2002 o giù di lì) che recensisce il mio lavoro, nato da una serata di solidarietà organizzata da italianissimi produttori di cashmere che hanno coinvolto (mio tramite) alcuni generosi e sensibili produttori di Brunello di Montalcino. Oltre a numerosi articoli di giornale e corrispondenze varie (anche con il compianto Sindaco Ferretti), a proposito del premio omonimo, conferito sempre alla presenza di produttori (e del direttore del Consorzio) a giornalisti tutt’altro che di seconda fila: sto parlando di Severgnini Beppe, di Feltri Vittorio, di De Bortoli Ferruccio, di Fiorenza Vallino e – non da ultimo di Franco Bomprezzi di Vita (periodico più noto del Terzo Settore). Ho sempre tirato la volata a questa terra che amo molto.
    Sono perciò rimasta strabiliata – alla lettera – quando in una randonnée su facebook ho incocciato questi ‘ladri’ d’immagine: “Rosso Brunello Da Milano”.
    Con altro spirito, decisamente più bonario, ho segnalato al Consorzio – qualche mese fa – una confezione di biscotti “Ubriachi al Brunello”, ritrovata in un mercatino nostrano; lì avevo osservato che l’ubriacatura non giova davvero a un grande vino, trovando attenzione – nel Consorzio – e prontezza di reazione. Ma quella era opera di uno spirito ingenuo. Invece qui siamo proprio di fronte a qualcuno che porta avanti una vera e propria speculazione.
    Ribadisco. Questi “fenomeni” si controbattono, come mi sono permessa di indicare lì sopra, con ricchezza di contenuti e con un continuum di attenzione (e di azioni costless). Perché oggi il mercato (e il fatturato) è il mondo intero ed è ricco di strumenti molto sofisticati … altro che gli “Ubriachi al Brunello” di cui sopra.

  3. Pingback: Rosso Brunello: cerchi il vino e trovi una scarpa | CinelliColombini

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