Fiano, aglianico e cabernet franc sull’Etna. La scommessa di Peter Wiegner

Peter Wienger

Dal caro amico catanese Alfonso Stefano Gurrera un intenso racconto, come sempre splendidamente scritto, sul lavoro, molto personale, di un produttore dell’Etna di origini prussiane, Peter Wiegner.  Uno che sulla “muntagna” ha scelto di piantare non solo Nerello mascalese, ma anche Fiano, Aglianico e Cabernet franc… Ci avrà visto giusto? Buona lettura!

“Il destino dell’uomo non è possedere la propria umanità, bensì preoccuparsi di realizzarla interamente”. E’ un’espressione pronunciata con gli occhi, e altri pochi e allusivi concetti, ma poi  supportata da autentiche, chiare e convincenti parole: “La mia missione sarà quella di valorizzare i cru dell’Etna. Qui tutto è straordinario e pochi, o forse molti, ma comunque non tutti, ne hanno la consapevolezza. E per i miei vini lavorerò affinché essi siano vera espressione del territorio”.

Così ha parlato, e con un certo sussiego, uno degli ultimi coloni approdati sul vulcano con la fregola di creare un’azienda vinicola modello. E c’ha azzeccato in pieno. Anche a giudicare dalle prime vendemmie, le prime etichette, i primi vini. Ha un cognome dall’assonanza tedesca, che quasi mette soggezione. Si chiama Peter Wiegner e ha origini prussiane. Il suo carattere, e anche l’accento, richiamano però l’indole dei più “maledetti”, ma simpatici, toscani. Infatti, se è pur vero che é nato nella Svizzera tedesca, la sua forma mentis si è forgiata a Prato allora provincia di Firenze.

Per cambiare idea sulla sua personalità, bastano comunque pochi minuti. Perché subito emerge, anziché la toscanità, l’aspetto nobile e zuccheroso del suo carattere. Che può definirsi carico di quel termine da poco diventato parola chiave dell’Etna: umanità. Con lui si arricchisce quel concetto che fa dell’Etna non solo, un “Patrimonio dell’umanità”, ma un gremito “patrimonio di… umanità”.

Il racconto di questa azienda non può prescindere dalla componente umana del suo creatore. Si dice: “dove c’è umanità sboccia la virtù, si tempera il coraggio, rende durevole la gloria”. E’ un adagio gli si cuce addosso perfettamente. A cominciare da quel temperato “coraggio” che ha spinto Peter Wiegner a scegliere tre vitigni che sul l’Etna, secondo alcuni di quelli che (per miopia culturale o ignoranza enologica) non riescono a guardare più in là del loro naso, ci stanno – affermano – “come il cavolo a merenda” o, per riferirla testualmente, “rappresentano un paradosso per non dire una vera e propria bizzarria”. Sono infatti il fiano, l’aglianico e il cabernet franc. A cui, Wiegner, naturalmente, non poteva non aggiungere il nerello mascalese.

VignetiEtna

Chi mastica di ampelografia sa che i primi tre vitigni, dei quattro citati, si sono dimostrati veri prosatori dei terroir in cui crescono. Adattandosi a situazioni pedoclimatiche diverse da quelle loro originarie. Un esempio inequivocabile arriva proprio dalla Sicilia, da Menfi, zona dell’agrigentino, dove il fiano dei Planeta raccoglie consensi e riconoscimenti internazionali.

E poi parlando dell’aglianico scopriamo che il più celebrato in Italia, e nel mondo, è quello del Vulture. Lì tutto si caratterizza dal terreno, in cui nasce cresce e matura l’uva di questo vitigno, e che, guarda caso, è di origine vulcanica. Come l’Etna.

Poi c’è il cabernet franc. Forse, questa scelta di Wiegner, riferisce una sua giovanile e velata passione, quasi nascosta, sbocciata chissà, negli anni giovanili della sua esperienza maturata in Francia al fianco di Paul Bocuse, sì proprio quello là, uno dei più grandi cuochi mondiali del ventesimo secolo e “fenomeno” e inventore della nouvelle cuisine. Da cui ha imparato non solo il fondo bruno, la bouillabaisse, il pot-au-feu, e mille altre ricette d’Oltralpe, ma il culto dell’eccellenza, la cura dei dettagli, la filosofia della perfezione; pilastri esistenziali che oggi modulano il suo modo di pensare e soprattutto di agire.

Tutte qualità, che aggiunte ad una qualificata formazione conseguita alla “Baccalauréat en sciences commerciales” di Fribourg, l’istituto svizzero che raccoglie e soddisfa richieste di iscrizioni da una settantina di paesi sparsi nel mondo, lo hanno spinto ad affermarsi, dopo l’esperienza gastronomica francese, come manager, a partire dagli anni ’70, nel settore del commercio di tessili e pellami ed ad alti livelli, e non solo economici.
Etnavigneti

Questi cenni biografici non sono altro che dei marcatori di una personalità che hanno motivato, o spiegato, quelle scelte audaci dei vitigni impiantati nei suoi circa dieci ettari ubicati sull’Etna. Scelte audaci sino ad un certo punto: perché, al pari delle riserve, per non chiamarle critiche, e in particolare per il cabernet franc, spesso riscuote dei rasserenanti conforti: ad esempio, gli raccontano, di quando, nell’edizione del 2009 della Vinovip di Cortina organizzata da Civiltà del bere si organizzò, col patrocinio dell’allora Istituto regionale della vite e del vino, un siparietto dedicato alla Sicilia dal titolo “I love you Sicily: terra vocata alle lingue del mondo”.

E fu tutta una celebrazione di “miracoli enologici” chiamati chardonnay, cabernet sauvignon, merlot, pinot nero e Syrah. Ovviamente tutti siciliani. E totalmente declinati attraverso i relativi terroir. E per ogni terroir i pertinenti cru. Insomma i dogmi della missione di Wiegner. Il tutto, in quel convegno, per arrivare ad una stupefacente conclusione: “chi è dotato di una spiccata vocazione, è predisposto a qualsiasi miracolo”. Vale per Peter, vale per tutti i terroir, compreso quello della sua azienda, vale per i “suoi” vitigni.

E vale per le sue scelte, compresa quella di aver abbandonato strade conosciute per imboccarne altre non padroneggiate, ma di cui ha la certezza di dove conducano. E che si chiamano le vie dell’Etna. Il nome, di per sé, è già una garanzia. E altrettanto indubitabili i suoi cru; si trovano nel versante nordest dell’Etna a pochi chilometri da Passopisciaro, nelle contrade Rampante e Suor Marchesa; il primo nome richiama un cru di Franchetti, apprezzatissimo, il secondo è il sito del “Lavico” del Duca di Salaparuta, entrambi due nerelli diversi e affermatissimi. E autorevoli espressioni di questo territorio.
LogoWienger

Da cui nascono le quattro etichette della “Wiegner Wine”: con un denominatore comune, legato alla giovinezza e le virtù dei relativi vini. Peccato, per adesso, che la loro giovinezza possa solo offrire solo freschezza e bevibilità. La struttura, quasi sempre espressione di maturità, non è prerogativa di gioventù. E qui vini e vitigni, (quest’ultimi non ancora decenni) come tutte le cose, “hanno bisogno del tempo di cui hanno bisogno”. E nessuno potrà comprarglielo.

Ma sarà solo una questione di un biennio, la loro evoluzione pare abbia già virato verso i parametri alti della qualità. Ecco i nomi: l’ “Elisena” è il fiano; il “Treterre” e il “Torquato” rispettivamente il nerello mascalese e l’aglianico; l’Artemisio”, il cabernet franc. Tutti vinificati in purezza. Chissà che con questo cabernet franc non nasca un altro celeberrimo “Cheval” magari da bere in calici di cristallo, non di plastica come quello del Miles di Sideways. Ma questa volta non “Blanc” ma “Noir”. Meglio con qualche sfumatura di grigio, anzi di mineralità. Come quella che solo l’Etna sa offrire e così generosamente. Ecco le schede:

Elisena Fiano 2011 12°

Ottimo l’impatto olfattivo segno di una armoniosa integrità dell’uva. Con fiori gialli, camomilla, margherita di campo. In bocca rotondità ed equilibrio con sentori di pesca bianca e melone d’inverno la cui persistenza aromatica fatica a cessare.

Artemisio Cabernet franc 2009 12,50°

Predestinato a crescere, e vivere, per volare alto. Il colore viola-rubino è il segno visivo della sua integrità. Al naso peperone arrostito e note vegetali. Morbido in bocca con la magrezza tipica della gioventù. Ma ottima la sua bevibilità. Dominano al gusto il chiodo di garofano e le bacche di ginepro ma in una forma nitida e turgida. Un vino-frutto figlio di una enologia corretta.

Treterre Nerello mascalese 2009 14°

Colore tipico del nerello mascalese. Al naso si presenta inibito e chiuso ma, vinta la timidezza ecco esplodere fiori rossi, con prevalenza della “bella di notte”, poi il geranio le spezie con preponderanza del pepe nero. Morbido ed elegantissimo in bocca ci fa piacevolmente pensare che sicuramente molti pinot della Borgogna vorrebbero assomigliare a questo vino dell’Etna. Questa idea ci risparmia di usare molte parole per descrivere il miglior vino degustato nel corso della cena allo Shalai di Linguaglossa dove sono stati presentati questi vini.

Torquato Aglianico 2008 13°

Granato compatto e consistente. Iniziale impressione olfattiva calda e fascinosa. Con note di ribes, mirtillo, macchia mediterranea, timo e rosmarino. In bocca gran sfoggio di setosa eleganza tannica e chiara una ciliegia sotto spiritò. Una silhouette dell’aglianico ma predestinato anch’esso a crescere molto e bene.

(Schede realizzate con la collaborazione del delegato provinciale di Catania della FISAR, e past president nazionale, Vittorio Cardaci)

Alfonso Stefano Gurrera

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10 pensieri su “Fiano, aglianico e cabernet franc sull’Etna. La scommessa di Peter Wiegner

  1. Concordo con l’autore dell’articolo che ha descritto egregiamente il contesto produttivo dell’azienda Wiegner. Scelte adottate in maniera piu’ soggettiva che commerciale, un coraggio che sull’Etna scuote gli animi e che, se non saranno cavoli a merenda , solo il tempo potra’ rivalutarne gli esiti.

  2. “Chi è dotato di una spiccata vocazione,è predisposto a qualsiasi miracolo”
    Sono completamente d’accordo!!
    Finalmente qualcuno che mette in luce anche le piccole aziende che cercano un’espressione del territorio coraggiosa, ma che se analizzata più affondo, il senso ce l’ha, ECCOME! Soprattutto per i vitigni Di Fiano e Aglianico che come citato dall’autore hanno la loro origine su terreni Lavici.
    l’Etna è un territorio straordinario, unico del suo genere, e quando bevi un vino prodotto con criteri dal profilo etico, ce lo senti, qualsiasi varità sia, questo territorio ha una marcia in più!!
    Complimenti all’autore dell’articolo, scritto divinamente!!

  3. Esattoooooo !!
    L’etna ha delle risorse inimmaginabili, che come scritto e dichiarato dal sig. Peter nell’articolo, pochi ne hanno la consapevolezza !!
    Aziende come quella del sig. Wiegner sono un valore aggiunto a questo terrotorio!! Ogni tanto si deve uscire dalla monotonia!
    Coltivare solo nerello o carricante sull’etna, ti privi di alcuni termini di paragone che servono per far comprendere al 100% l’espressione del territorio.è giusto farlo, infatti l’azienda Wiegner produce anche nerello mascalese, ma con la produzione di altri vitigni come fiano e aglianico (VITIGNI ITALIANI SOTTOLINEO) che sono prodotti anche in molte altre zone d’italia, ecco lì secondo me hai veramente la massima espressione del terrotorio etneo, perchè ci senti la differenza che da quel terroir, CI SENTI L’ETNA!! Logicamente devi essere un bravo deguastatore ed intenderti di vino !! Sul cabernet franc poco da dire, io lo adoro e comprendo la scelta !
    Forza e coraggio !!
    Complimenti al giornalista che ha scoperto questa piccola realtà etnea !!

  4. Bravi Bravi Bravi !!
    L’espressione di un territorio come l’etna può e deve anche evadere dai soliti canoni centenari !! Vitigni “Italiani”di origine vulcanica sull’etna!!??
    Dove si trovano le bottiglie sono di Catania ???

  5. Articolo stupendo che riflette perfettamente la realtà . Peter Wiegner come il figlio che ha preso le redini dell’azienda , hanno dimostrato con il loro prodotto che scommettere sulla terra e sulle novità ,ovvero piantare oltre al noto nerello mascalese, vitigni non autoctoni è stata una scelta azzeccata . Nulla è stato lasciato al caso, bensì è tutto frutto di esperienza e vari studi , infatti come giustamente scrive l’autore l’ampelografia, ovvero la disciplina che studia, identifica e classifica la varietà dei vitigni testimonia che i primi tre elencati nell’articolo riescono a svilupparsi egregiamente anche sull’Etna adattandosi alla diversità del terroir . È stimolante trovare persone che scommettono sull’Etna e su quanto può ancora darci questo strabiliante vulcano , ammiriamo il coraggio e l’innovazione , non dobbiamo fossilizzarci nella monotonia ma scommettere e credere in quelle persone che grazie al loro ”coraggio”porteranno grandi innovazioni e soprattutto grandi vini firmati ”Etna”.

  6. Sì, questa recensione, questo racconto è così stimolante che fa venir voglia, come minimo di conoscere l’uomo e i suoi vini, fa venir voglia di volare incontro a quella terra.

  7. Che l’Etna abbia mirabili risorse e’ ben noto agli addetti ai lavori, anche all’estero e lo sanno persino in Cina.
    Sono tanti i motivi che fin oggi hanno frenato la sperimentazione viticola sul vulcano e l’aspetto economico e’ fra i piu’ importanti. Ci vuole un bel coraggio per andare ad investire sudati denari in Sicilia.

  8. In un panorama approssimativo e spesso pseudoenologico, questo scritto risalta per la sua piacevolezza, rivalutando, con toni equilibrati e competenti, i reali valori del vino, che discendono dalla terra e dalla semplicità, mettendone in risalto le potenzialità che nascono anche da considerazioni scientifiche, quali quelle relative alle caratteristiche del territorio vulcanico etneo. Un modo egregio per diffondere ed ampliare la cultura del buon vino senza snobismo e con toni aggraziati e convincenti anche dal punto di vista descrittivo.

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