Duca Enrico 2008: un grande classico del vino siciliano compie trent’anni

NerodavolaDuca

A Suor Marchesa ascoltano anche il suono del vento, i suoi silenzi, le voci che giungono dal mare. Sanno che tutto ciò che percepisce l’ “orecchio” di un vitigno in qualche modo può finire in un calice di vino. «E il Nero d’Avola ha orecchie sensibili – affermano alla “Duca di Salaparuta” – Lo dicono i nostri studi, meravigliosamente sorprendenti, che qui portiamo avanti».

Questa è la metafisica sintesi che l’enologo Francesco Miceli dell’equipe enologica anticipa prima di confezionare la scheda tecnica dell’annata 2008, da poco in commercio, del “Duca Enrico” un Nero d’Avola in purezza. Perché loro, qui su questa collina, nell’agro sud-orientale della Sicilia, del comune di Riesi in provincia di Caltanissetta, pochi chilometri a nord di Gela, hanno aggiunto la “quinta stella” al “Resort ampelografico” pensato e progettato per i loro vitigni, una struttura dorata e dotata di tutti i migliori servizi che si possano offrire ad un vitigno: una media altitudine, una giusta esposizione, pendenze ventilate da brezze marine e caratteristiche del terreno ideali. E ci tengono molto a farlo sapere.

“Suor Marchesa”, è un nome che si adatta bene ad un vero resort, però è una contrada e ospita il vigneto da cui nasce il “Duca Enrico”, etichetta icona dell’enologia siciliana. Un’immagine sacra dell’enologia siciliana, la prima a consacrarsi, verso la fine degli anni ‘80, come grande vino, ed entrare nelle attenzioni dei critici, nazionali, e internazionali. Con un effetto dirompente, offrire alla Sicilia l’immagine di un dignitoso rinascimento enologico.

E ne aveva proprio bisogno la regione “più vitata d’Italia”. Era avvilito, quel panorama, da scenari di vini da taglio, vini eccessivamente alcolici, ricchi di colore sì, ma poveri di struttura, spesso letteralmente volgari. E poveri di cultura, di competenze enologiche e di prospettive erano anche gli uomini che vi ruotavano attorno: il loro motto: “quantità!”; e “qualità”, una parola elusa dal loro vocabolario.

Questo era il panorama generale, solo i vini Corvo, assieme a quelli dei Tasca d’Almerita, costituivano due rare eccezioni. Insomma quella vecchia storia che tutti conoscono e non serve rinvangarla.

E’ la trentesima annata ad uscire sul mercato e queste “nozze di perla” del “Duca Enrico” vanno dunque celebrate con la dovuta solennità. Ma come nasce questo celebratissimo vino? La storia inizia così: “…correva l’anno 1984, e all’orizzonte di quel desolante panorama che si chiamava “enologia siciliana” si affacciava sul mercato un’etichetta dal nome echeggiante: il “Duca Enrico”.

Per buona ventura, arrivò in Sicilia un “Angelo Gabriele” di nome Franco. E venne giù, non a spiegare la storia della fine dei giorni ma il suo contrario, l’inizio di un’era che tutt’oggi stiamo vivendo. Quel Franco è il piemontese Giacosa che arriva in Sicilia, seconda metà anni ’60, per una consulenza di 20 giorni alla cantina ennese Furnari. Poi ci rimase per il resto della sua vita, o quasi. Colpa di un amore a prima vista, una folgorazione, la consueta storia di passioni.
FrancoGiacosa

Ma l’oggetto del desiderio non fu una bellezza al buio, con il calore che ha dentro di sé e la voglia di esplodere e di librarsi in cielo, come sono definite le donne siciliane, ma un acino “piccolo e nero”, chiamato appunto Nero d’Avola. Piccolo e nero ma con una forza dirompente. Il cui primo esempio lo manifestò convincendo il giovane enotecnico, a cercar casa in Sicilia, continuare gli studi universitari, laurearsi, in economia e commercio alla facoltà di Catania, e continuare lo studio del vitigno.

E così fece proponendo poi una tesi, definita dal collegio esaminante, singolare e bizzarra: “Le potenzialità economiche del Nero d’Avola”. Dovette spendere un’ora del suo fiato, il Giacosa, per spiegare a quei relatori che per Nero d’Avola (nome che sentivano per la prima volta) non s’intendeva una corrente metafisica del Barocco siciliano, ma un vitigno ottimo per fare un vino e pure buono. «E vista l’estensione del “vigneto Sicilia” – concluse la sua arringa – i riflessi economici e di immagine, non possono definirsi che scontati». Una stoccata finale da gran fiorettista. Conquistò il podio e preparò quella tesi.

Un buon auspicio, una prima perla da attaccare alla collana della vita. Che si lega a quell’iniziativa sognatrice e visionaria di questo enologo che la Regione Sicilia, pochi anni dopo l’acquisizione, 1959, dalla famiglia Alliata, s’era scelto. Giacosa capì da subito, appena messo piede in Sicilia, che quel Nero d’Avola non andava “umiliato” al rango di vino da taglio. Ci mise un entusiasmo inarginabile, contagioso.
Trascinò anche Giacomo Tachis in questa avventura. Con lui, nacque un sodalizio solido e potente. Aprirono assieme una nuova era, spalancarono nuove frontiere con questo Nero d’Avola vinificato per la prima volta in purezza.

Un’operazione rivelatrice, una ventata di novità che oggi ci porta a celebrarla, e a evocarla.  Perché oltre ad essere un grande vino e proseguire nel segno di una continuità, impeccabile, delle linee tracciate dagli Alliata, sin dal 1824, (già da allora i Duchi iniziarono a coltivare il culto dell’eleganza e della finezza), spalancava una tendenza, anzi apriva un portone che oggi è ancora aperto. Quello della valorizzazione non già dell’autoctono quanto tale, ma delle capacità del vitigno di rendere autentica l’espressione varietale del suo territorio d’origine. E molti ne hanno emulato l’esempio. Ebbe effetti “scompiglianti” questo vino nel mondo delle guide. Cominciò da lì una lunga serie di gratificazioni: la prima vera investitura da “Grande vino” (tra i “migliori d’Italia”) fu celebrata al ristorante “Le Jardin”, oggi si chiama “Sapori”, dell’ “Hotel Lord Byron” di Roma. Evento che richiamò il gotha della “sommellerie” capitolina, c’erano Trimani e Chiarotti. E poi le firme migliori del giornalismo di settore tra cui Daniele Cernilli e Stefano Bonilli del Gambero Rosso (“litigammo con Carlo Petrini – raccontano – perché non voleva assegnare un “Tre bicchieri” a una regione così incolta, dove mai si era prodotto un vino degno di un riconoscimento. Rimandammo tutto di un anno e nell’89 il premio fu meritatamente assegnato al Duca Enrico”).

Avuta la consacrazione nazionale ora occorreva il salto internazionale. Ed ecco presentarsi l’occasione per conquistare gli “States”. A New York, ristorante “Le Cirque” di Sirio Maccioni. Alla degustazione del “Duca Enrico” c’è Sheldon Wasserman, critico e scrittore assai stimato d’America “se volete conoscere i vini italiani dovete leggete i suoi libri”, scrisse di lui il New York Times. In programma un confronto alla cieca. Con uno Chậteau–Mounton Rothschild. Il primo vino che gli servirono fu il “Duca Enrico”. E subito partì un’esclamazione: «My dear Franco, this is not your wine» (mio caro Franco questo non è il vostro vino). Poi fu la volta del Mounton Rothschild: «but, this is as good as the other» (ma questo è buono come l’altro)…
bottigliaDucaEnrico

Torniamo all’oggi. Con questo 2008 che si allinea perfettamente alla “collana di perle” di questa produzione. Annata quasi perfetta se non ci fosse stato un caldo settembrino da fuori stagione. Ma a questo esubero di caldo e alle abbondanti piogge invernali è seguita una primavera mite con fioritura, allegagione e invaiatura regolari. Così le tre classiche maturazioni, zuccherina, fenolica, olfattiva, sono risultate perfettamente bilanciate e il loro effetto si è già rimarcato sul vino. Lo annunciano i profumi, con un netto sentore di ciliegia sotto spirito, chiara anticipazione di un certificato di sicura eleganza e ancor più di una longevità potenziale. Complessa la gamma di frutti maturi e poi iris e spezie. E un sapore possente, di grande struttura e personalità con un attacco acido e tannico decisi ma nel contempo eleganti. Lunga e gradevole la persistenza.

Alfonso Stefano Gurrera

5 pensieri su “Duca Enrico 2008: un grande classico del vino siciliano compie trent’anni

  1. Guardo la prima foto, in alto e sento il caldo che sale dalla terra, il suo odore e quello della vigna. Mi ritrovo in un feudo, quello della mia vecchia amica Giuseppina, che quando si faceva sera, si sprangava il portone del recinto e si lasciava fuori il resto del mondo. La Sicilia …

  2. Non v’e’ dubbio che codesto redazionale sia scritto molto bene ma , a parte gli indiscussi meriti del grande enologo Franco Giacosa, la storiella sulla Casa Vinicola Duca di Salaparuta andrebbe senz’altro rivista o quantomeno corretta in molti punti perche’ fornisce una immagine confusa ad un lettore inconsapevole degli avvenimenti storici.
    Il Duca Enrico e’ un buon Nero d’Avola ma paragonato ad altri vini di varie regioni non capisco perche’ debba essere cosi’ eccessivamente caro.
    In tutti i casi consiglierei all’ Azienda di spendere qualche soldo per correggere i difetti dei link e rendere più funzionale e veloce il proprio web site.

  3. gli articoli nascono da un’idea e per questo articolo l’idea si è sviluppata attorno ad un anniversario: la trentesima uscita del vino in oggetto. Come celebrarlo? Abbiamo pensato che raccontare la storia, quella legata alla sua “creazione”, sarebbe stato il format migliore.E così abbiamo fatto. Se avessimo dovuto raccontare invece la storia della Duca di Salaparuta, avremmo dovuto iniziare dal 1824. E dal Duca Giuseppe Alliata di Villafranca, Principe del Sacro Romano Impero, Duca di Salaparuta e Grande di Spagna, vissuto fra il 1784 e il 1844 e sposato con Agata di Valguarnera da cui ebbe dieci figli. Vivevano in una residenza definita la più lussuosa delle ville siciliane: “Villa Valguarnera” a Bagheria. Lì vi arrivavano vini da tutte le sue tenute, “ma il migliore – affermava il duca – era quello che arrivava dalla contrada Corvo di Casteldaccia”. Qui comincia la storia del Corvo e avremmo dovuto impiegare molto più spazio di quanto ne sia occorso per raccontare il “Duca Enrico”. Il primogenito del Duca Giuseppe si chiamava Edoardo. Fu lui a dare impulso e ampiezza internazionale alla Duca di Salaparuta. Sarebbe occorso altrettanto spazio per raccontarlo.Seguono altre generazioni. E quella del principe Enrico, chiamato goliardicamente “il Duca”, e a cui è dedicato il vino, è un’altra storia lunga e affascinante. Se saltiamo all’ultima troviamo Topazia Alliata e allora dovremmo aggiungere la storia di tanti vini Corvo, dal “Colomba Platino, sua personale creazione sino al primo grande bianco siciliano il “Bianca di Valguarnera”, nome che evoca un’altra lunghissima storia. Insomma solo disponendo di un libro di grosso volume avremmo potuto rendere non “lacunoso” l’articolo da lei citato. Per quanto riguarda il prezzo è ovvio che esso viri verso l’alto in quanto determinato da tanti fattori concorrenti. E’ un buon vino, è molto richiesto, è prodotto in quantità limitate, è un brand affermato, ha appeal, è frutto di un’idea geniale e questo ha un prezzo, ha la sua storia, è l’effetto di una ricerca lunga e dispendiosa, fa un affinamento di oltre cinque anni, che dilatano i costi, vuole che continui….? Alfonso Stefano

  4. Penso che ai lettori del blog interessi poco l’araldica e piu’ utili informazioni sui vini. Dai miei ricordi personali:
    La casa vinicola Duca di Salaparuta e’ sempre stata un imbottigliatore fin dalle origini in quanto i proprietari non possedevano piu’ alcun feudo vitato. Al finire degli anni 50 fu rilevata dal carrozzone dell’ESPI ed ebbe la fortuna di non farsi sfilare mai l’amministrazione dai politici del tempo, per cui e’ stata gestita bene ed e’ rimasta sempre in attivo fino alla vendita per necessita’ di cassa da parte della Regione Siciliana. Bisogna riconoscere che la gestione tecnica e commerciale negli anni 50-60 era all’avanguardia e la qualita’ costante, cioe’ tipica di un prodotto altamente industrializzato. Il Corvo biano e rosso forse era l’unico vino siciliano presente in una moltitudine di ristoranti a New York dove veniva proposto molto volentieri da meitre di sala che conservavano i tappi per essere poi gratificati dall’importatore del tempo. Il Corvo biano era gradevole e ricordo che era il preferito dagli italiani, si beveva bene con aragoste e spaghetti alle vongole, mentre il Corvo rosso dicevano che era imbevibile e me ne sono reso conto quando ho raggiunto l’eta’ per poter bere………

  5. Il Duca Enrico fu il primo nero d’Avola vinificato in purezza negli anni 80. Giacosa fu primo enologo a vanificare. Ho avuto la fortuna di degustare una verticale …stupendo fantastico . Credo che il prezzo sia buono. Il corvo rosso oggi ..un buon vino da tutto pasto.

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