Il vino, le rose e tutto il resto

Montalcino-Biasutti

Good news da Montalcino by Silvana Biasutti

Chi viene a Montalcino per visitarla, o chi vi approda per entrare a far parte di una comunità fortunata, complessa e molto disomogenea (per origini, appartenenza e culturalmente), ci arriva dopo un viaggio tortuoso (alla lettera) in cui ogni chilometro pare avvicini alla mitica meta enologica. Ogni chilometro porta soprattutto verso un’evidente bellezza e a un’armonia che neppure alcune mani, meno felici di altre, sono riuscite a intaccare nel profondo; i diversi scenari offerti dai versanti in cui si presenta la collina attorno a cui sale la strada, si spezzettano sotto la luce cambiando continuamente la realtà e stimolando fantasie e illusioni che raccontano a ciascuno una storia che si lega alla propria, come se si specchiassero nella mente di ogni singolo visitatore. È l’energia di Montalcino.

Il lavoro che sta dietro a tutto questo – o meglio, dentro – può essere oggetto di una riflessione; del paesaggio disegnato dall’uomo, dal lavoro agricolo e da secoli di fatiche (eccetera) si parla tanto ed è ormai un argomento al centro dei (per ora) discorsi della politica e, da molto più tempo, dell’attenzione delle persone più lungimiranti. Inoltre anche i sassi ormai sanno che vivere in un posto bello fa bene in tutti i sensi, e non solo a quelli che vengono appagati dalla cosiddetta enogastronomia. Poi ci sono quelli che se ne infischiano di tutto ciò e pensano che debba fare bene soprattutto al portafoglio, ma questo è un altro discorso ancora …

Qualche giorno fa, nella frazioncina in cui vivo, abbiamo accompagnato al cimitero un vecchio (ma non vecchissimo) contadino, uno che conoscevo da circa quarant’anni, cioè da quando ho cominciato a venire in questo luogo dove temporaneamente risiedo e da cui sto scrivendo. Era scapolo ed era l’ultimo di una famiglia composta da un fratello e dalla cognata, moglie di quest’ultimo – entrambi morti da alcuni anni – ; vivevano tutti e tre nel podere contiguo a quello di cui mi innamorai nel 1974, quando venni da queste parti in visita al direttore dell’agenzia di pubblicità internazionale in cui allora lavoravo.

Era una persona molto semplice e io ho sempre fatto un po’ di fatica a capire la sua parlata stretta, un patois molto circoscritto che denotava una vita semplice, senza voli pindarici; ma quando ti si rivolgeva, con un mezzo sorriso che affiorava negli occhi, rivelava qualcosa che era tipico della sua famiglia: una specie di gentilezza contadina, che ho visto qualche volta nelle facce della gente che un tempo viveva nei poderi sparsi per la campagna.
roseiniziofilare

Sergio – così si chiamava – i suoi voli li faceva, quotidianamente, raso terra; su quella terra che lui, suo fratello e sua cognata sapevano lavorare con tocco speciale che non c’è macchina, squadra di operai, attrezzo, istruttore o capoccia che oggi riescano a dare a un recinto, una siepe oppure a una potatura; quel senso di naturalezza di cui quei tre sono stati capaci per tutta la loro esistenza, praticamente fino all’ultimo respiro della loro vita era un qualcosa nato e morto con loro. Un lavoro duro, ma un modo di lavorare che si concretizzava in una bellezza oggi appena un po’ dispersa, che è stata per lunghi anni il senso di questi luoghi, attraendo un genere di visitatori diverso da altri che frequentavano le spiagge alla moda o si dedicavano alla montagna .

Oggi qui ci sono meravigliose vigne ben pettinate, talvolta punteggiate da olivi, quasi come un tempo (che non ho conosciuto) quando si piantavano i ‘testucchi’ a sostegno dei filari. E in capo ai filari ci sono piante di rose sfolgoranti che strappano esclamazioni ammirate ai visitatori e sono motivo di orgoglio di vignaioli e proprietari terrieri. Ci son voluti impegno fatica e investimenti per costruire tutto ciò, uno sforzo talvolta un po’ fuori misura; i proprietari più avveduti hanno mantenuto una maglia piccola e accurata, che ricorda il paesaggio sfaccettato e ‘narrativo’ di un tempo – quello che invita anche alla camminata, alla scoperta di un paesaggio, alla visita lenta e contemplativa, che parla di un vino artigianale, di un lavoro molto speciale (e specializzato) per ottenere un grande vino da invecchiamento (e non certo un prodotto di massa in cui alcuni hanno visto un futuro) -; c’è, di solito, grande attenzione per gli alberi che segnano confini o punti particolari del paesaggio, anch’essi motivo di orgoglio.

Ma stento un po’ a ritrovare quello sguardo per il proprio luogo e per la terra, che mi viene in mente, pensando ai miei vicini ormai morti e sepolti. Ma quello era un altro mondo – osserveranno molti e con qualche ragione – però a me pare che in quei talenti (Sergio e i suoi non erano i soli, tra quelli che ho conosciuto da queste parti) che si concretizzavano in lavoro che potremmo definire banalmente “molto accurato” vi fosse qualcosa di più, non solo intrecci straordinariamente armoniosi dei tralci nei filari. E quel qualcosa è riuscito a rendere molto attraente e quasi unico questo posto; quelle persone hanno lasciato un segno, una traccia che va alimentata, nutrita, implementata: con un pensiero contemporaneo s’intende.

Non si tratta solo di ricordare volti, voci e ospitalità, lavoro. Scrivo pensando che proprio in questa epoca di cambiamento, in cui luoghi, persone e modi sembrano cambiare pelle, la tentazione di accontentarsi del bello e del buono è forte. Non ho la testa girata indietro: i tempi nuovi sopraggiungono insieme a persone, gusti e mercati che si aprono e si chiudono. L’immagine di un luogo (e di un vino) si consuma, si appiattisce un po’, tende a normalizzarsi a confondere un la sua anima con gli affari. E gli affari sono sacrosanti; dunque allora che c’è, che cosa mi ha fatto venire in mente il congedo da Sergio?
testucchi

Credo che quello che mi ha spinto a scrivere sia proprio la sensazione che in questa svolta di tempi non ci si possa permettere di tirare via, di tirare avanti: fare bene non basta più, soprattutto se fare bene diventa di maniera, soprattutto per un vino che racconta se stesso come particolarmente longevo (esclusivo anche per questo) e i suoi luoghi come favolosi. Credo che si debba sfuggire alla tentazione di “accontentarsi” e si debbano rinnovare l’ambizione e la pazienza, la ricerca del meglio, l’orgoglio dei perfezionisti, e anche l’umiltà di chi sa che la terra ha i suoi misteri.

Silvana Biasutti
SilvanaBiasutti

3 pensieri su “Il vino, le rose e tutto il resto

    • Gentilissimo Gagliardi,
      Lei così scrivendo rovina la mia reputazione di “cattiva”, anzi di pessima, perbacco!
      (Ci ho investito così tanto tempo …)
      Comunque: qui stasera fa un bel freddo.

  1. Carissima Silvana, mi sono proprio emozionata nel leggere queste parole perché i ricordi di un tempo ormai lontano sono arrivati come un fulmine a ciel sereno….grazie per avermi ricordato queste persone e questi posti…

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