La scomparsa di Stefano Bonilli, raffinato cronista enogastronomico

Bonilli
Quando viene a mancare qualcuno dei componenti della nostra strana “tribù” dei cronisti del cibo e del vino, la reazione è sempre di incredulità e di sgomento, come se la morte potesse risparmiare noi che spendiamo le nostre strane vite raccontando di vini, ristoranti, cibi, cuochi, vignaioli e piatti.

Giusto a tre anni dal giorno orribile in cui un amico mi telefonò per dirmi che Francesco Arrigoni, a soli 52 anni, ci aveva lasciato, un’altra notizia bruttissima ha gelato questa mattina di agosto, apprendere che, probabilmente per un infarto, ieri sera se n’era andato Stefano Bonilli, uno di quei personaggi che hanno fatto la storia del giornalismo e della comunicazione enogastronomica degli ultimi decenni.

Fondatore nel 1987 del Gambero rosso, che inizialmente prima di diventare una rivista e una guida era un supplemento del Manifesto (di cui Stefano era redattore), ne fu direttore e anima per vent’anni, gestendo la difficile convivenza con l’altra anima della guida, lo Slow Food di Carlo Petrini.

Una volta uscitone, non senza traumi e discussioni, Stefano era rinato a nuova vita, utilizzando in maniera particolarmente efficace Internet e dando vita al blog Papero giallo e la raffinata rivista La Gazzetta Gastronomica. E poi viaggi, un po’ in tutto il mondo, dall’Australia agli States, ai vari Paesi europei, materia fondamentale per i suoi libri ed i suoi post ed i suoi racconti di vita vissuta, ed i ricordi dei personaggi che aveva incontrato.

Io lo conobbi proprio nel 1987 quando partecipai all’avventura dei primi due anni della guida Vini d’Italia e collaborai al Gambero rosso. Non posso certo dire che diventammo amici, ma riconoscevo a Stefano, soprattutto nel lavoro che stava facendo in questi anni sul Web, una qualità della scrittura non indifferente e una conoscenza diretta del mondo di cui scriveva e un’esperienza consolidata che portava comunque ad essere interessante quello che raccontava. E meritevole, spesso, di essere commentato.

Pieno di idee e progetti, pieno di energie nonostante si avvicinasse ai settanta, Bonilli stava lavorando ad una fondamentale storia della cucina e soprattutto della ristorazione dal dopoguerra ad oggi. Un’opera che manca e che penso fosse tra i pochissimi a poter scrivere non per sentito dire ma per esperienza diretta. Come dimostrano post che fanno letteralmente venire i brividi come questi su Giancarlo Godio, Franco Colombani e Peppino Cantarelli e la sua mitica trattoria a Samboseto, puntualizzazioni come questa, di un realismo impeccabile.

Con la scomparsa di Bonilli la comunicazione enogastronomica perde un protagonista tra i più importanti e significativi, tra i più capaci. E tutti noi, della “banda” del cibo e vino, ci sentiamo più soli e più fragili. Perché la morte arriva per tutti e non guarda in faccia a nessuno.
Che la terra ti sia lieve Stefano, e che tu possa riposare in pace.

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