Vitigni e vigneti: i viticoltori del Prosecco sotto accusa

Proseccovigneti
Riflessioni sul “Sistema Prosecco” dopo il disastro di sabato sera a Refrontolo

Il disastro di sabato sera presso il Molinetto della Croda di Refrontolo in provincia di Treviso, nel cuore della zona di produzione del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, (in una terra patria anche del Marzemino passito (oggi Refrontolo passito) caro a Lorenzo da Ponte, librettista principe di Mozart…) nella zona del Prosecco storico, sta facendo capire e ribadisce due cose.

Che nei cronisti che lavorano nei grandi quotidiani la cultura del vino è tuttora ridotta – e anche la sana abitudine di fare ricorso al dizionario, o quantomeno a Wikipedia… – visto che prendono disinvoltamente vitigni (che sarebbero le varietà di uva) per vigneti (ovvero estensioni di zone vitate), come ha fatto in questo articolo dove si legge di improbabili “terreni messi a vitigno” nientemeno che il Corriere della Sera, che ha pubblicato anche una infografica abbastanza discutibile.

E si è capito che “l’industrializzazione del prosecco” cui si è assistito in questi anni comincia a presentare aspetti inquietanti, tanto che, cito ancora l’articolo del Corriere, “sul banco degli imputati è infatti finito subito il Prosecco, secondo questa ipotesi: la terra rubata al bosco non assorbe l’acqua piovana che così scende tutta a valle e i torrenti esondano e devastano”.

Innanzitutto una distinzione, necessaria, la cui mancanza ha portato la grande stampa a fare confusione: ci sono due Prosecco, quello storico Docg di Conegliano Valdobbiadene, nella cui zona è accaduto il disastro di Refrontolo (che ha portato alla morte di quattro persone) e quello di più recente storia, il Prosecco Doc, che si produce in Veneto ed in Friuli Venezia Giulia.

Diamo i numeri giusti per fare chiarezza. Come si legge sul sito Internet del Prosecco Docg “La zona di produzione comprende quindici comuni e si estende su un’area di circa 20.000 ettari. La vite è coltivata solo nella parte più soleggiata dei colli, ad un’altitudine compresa tra i 50 e i 500 metri sul livello del mare, mentre il versante nord è in gran parte ricoperto di boschi. All’Albo sono iscritti circa 6.000 ettari di vigneto”. Quindi un conto è l’area della zona di produzione e un conto sono gli ettari effettivamente vitati, che sono 6000. Ventimila ettari complessivi piantati a Glera (16.500 Ha in Veneto e 3.500 Ha in Friuli Venezia Giulia) è invece la superficie vitata del Prosecco Doc.

Questo precisato viene da chiedersi: ha costrutto, senso logico, basi concrete “mettere sotto accusa le vigne per quello che è accaduto”, oppure come afferma con decisione Filippo Taglietti tecnico del Consorzio Prosecco Conegliano Valdobbiadene “è solo segno di totale ignoranza”? Non ho elementi per dirlo, per dare la colpa di quanto accaduto alla “fatalità di una festa paesana in una situazione di rischio idrogeologico”, “all’imprevedibile accadimento della caduta di un’eccezionale massa d’acqua” oppure, come ha dichiarato al Corriere della Sera Tiziano Tempesta, docente di Economia del territorio all’Università di Padova, bisogna chiamare in causa i “nuovi metodi di coltivazione che portano ad arrotondare colline, a modificare l’assetto dei vigneti, a eliminare le particelle storiche. Rendono tutto molto più efficiente e produttivo ma la struttura idraulica complessiva ne risente”.

So solo che anche nella zona storica, di alta collina, splendida da vedersi, c’è stata una “coltivazione intensivae massiccia che ha cancellato boschi per fare viti e vino”. Non so se, come ha dichiarato Taglietti alla Stampa, tutto sia da attribuire ad un “luglio molto piovoso, in un territorio fragile sotto il profilo idrogeologico, soggetto a frane e smottamenti. La terra argillosa è satura d’acqua, non riesce più a drenare. Il torrente Lierza, al Molinetto, si restringe, basta poco per creare una barriera e creare le premesse dell’esondazione”.

Non so se abbia ragione lui, tecnico che i vigneti del Prosecco Superiore ben conosce, affermando che “le accuse ai coltivatori di vigne sono ridicole. Sono loro i custodi, le piantagioni seguono l’andamento delle colline, in modo da rispettare il sistema dei reflui delle acque, uguali da secoli, proprio per proteggere le piante, la terra, la casa, la proprietà, il reddito. E’ una vigilanza continua, quasi maniacale del territorio”. O se abbia ragione – si spera lo possa appurare l’inchiesta “per omicidio plurimo e disastro ambientale colposo” aperta dalla Magistratura – un importante organo di stampa locale, la Tribuna di Treviso che ha denunciato che “tra le ragioni della tragedia vanno messi, con ragione e senza isterismi, l’impianto massiccio di vigneti al posto del bosco e la scarsa manutenzione dei corsi d’acqua minori”.
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E in altro articolo ha parlato dello “stato di mala-conservazione ed consumo delle colline del Prosecco. È stato denunciato un sistema territoriale emunto dall’attività di coltivazione intensiva e massiccia che ha cancellato boschi per fare viti e vino. Le conseguenze? Un generale indebolimento dei costoni, l’incapacità del territorio di rispondere alla natura così come faceva una volta”.

Non ho alcun elemento e difatti mi guardo bene dal farlo, per chiamare sul banco degli imputati, i viticoltori e soprattutto i produttori del Prosecco Superiore ed il sistema che ha portato questa denominazione a crescere vorticosamente in questi anni di grande successo del vino. Anni nei quali si vende, con grande facilità, Prosecco. Non importa se si tratti del più nobile e titolato Docg o del rampante Doc.

Dico solo che vale la pena rileggere oggi quello che un giornalista della Tribuna di Treviso, Daniele Ferrazza, scriveva il 19 aprile dello scorso anno in un articolo intitolato “Così crollano anche i poggi del Prosecco”. Purtroppo alcune sue previsioni si sono tramutate in realtà e il collega non può di certo essere accusato di essere stato troppo duro con il “Sistema Prosecco”.

Scriveva, tra l’altro, Ferrazza: “Soldi per fare soldi per fare soldi. Se potessero, pianterebbero prosecco sin sulla cupola del campanile. Il paesaggio delle colline tra Valdobbiadene e Conegliano sta letteralmente cambiando volto. Si strappa il bosco per lasciare spazio ai vitigni, decisamente più redditizi. Il fenomeno dei vigneti che si arrampicano sulle montagne, per chiunque abbia l’occasione di perdersi dentro questo straordinario giardino che è la strada del vino, è tumultuoso come il lavoro delle ruspe e il colpo d’occhio notevole. Ma è un processo che sta aprendo più di qualche crepa, letteralmente, nella gestione del territorio.

L’industrializzazione del prosecco passa attraverso un uso intensivo del territorio. Si piantano viti dovunque, si aprono nuove strade per consentire ai mezzi agricoli di arrivarvi più agevolmente, si cambia la forma delle colline e si modifica il deflusso delle acque, che finiscono per creare nuove voragini. Soprattutto, lo si fa senza tener conto delle più elementari regole della natura. Perché togliere un arbusto dalla collina, con il suo apparato radicale, e piantare un vitigno non è senza conseguenze. Vuol dire realizzare terrazzamenti artificiali, vuol dire deviare la canalizzazione delle acque, vuol dire spargere quintali di fitofarmaci che penetrano nel terreno e lo impoveriscono, seccandolo.

Il tema, da queste parti, è spinosissimo e si affronta sottovoce. I sindaci lo sanno ma fanno fatica ad ammetterlo, perché da queste parti il prosecchista conta più di un banchiere. Qui un metro di terra vale dagli 80 ai 120 euro (180 se nel colle di Cartizze): tre volte un terreno industriale. «Proseccoshire» cominciano a chiamarlo i turisti tedeschi che si affacciano per fare incetta delle bollicine più conosciute del mondo”.
business

La Tribuna di Treviso articolo del 3 agosto, parla di “colline sfruttate fino allo sfinimento”, di “denunce inascoltate”. Che questa tragedia, che questi lutti, siano l’occasione giusta per fare chiarezza, per appurare le responsabilità, se ci sono, per riflettere su un sistema produttivo che non può essere portato a modello e ha avuto pesanti contraddizioni.

Perché fare “schei” è giusto, far crescere i fatturati doveroso, vendere di più la “mission” di ogni azienda degna di questo nome, purché l’interesse particolare non prevalga sull’interesse generale e nessuno rischi più di morire, un sabato sera, ad una festa nel cuore dei vigneti del Prosecco storico. Non per avere bevuto troppo e perché si è stati vittime di un incidente stradale, ma perché forse non si è tenuto conto delle più elementari regole della natura, che quando viene sfidata e oltraggiata spesso reagisce. Nel modo che abbiamo visto sabato sera, a Refrontolo…

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8 pensieri su “Vitigni e vigneti: i viticoltori del Prosecco sotto accusa

  1. Concordo con quanto dice Tiziano Tempesta, docente di Economia del territorio all’Università di Padova, per il quale bisogna chiamare in causa i “nuovi metodi di coltivazione che portano ad arrotondare colline, a modificare l’assetto dei vigneti, a eliminare le particelle storiche. Rendono tutto molto più efficiente e produttivo ma la struttura idraulica complessiva ne risente”. Testo che va profondamente assorbito per capire che se in un territorio ci versi una enorme quantità di energia (chimica fisica meccanica: pensiamo solo alla compattazione subita dai terreni anche coltivi per il peso dei mezzi meccanici e di trasporto) da qualche parte o in qualche modo questa si deve liberare. Poi abbiamo il coraggio di confrontare le aerofotografie del 1950, quelle del 1970 e quelle di adesso e vedremo il danno che abbiamo fatto. Magari occorre destinare qualche migliaia di ettolitri di prosecco per ripararli.

  2. Non dispongo pure io di sufficienti elementi per attribuire responsabilità a dx od a manca , mi viene solo da dire che in queste operazioni di dis-boscamento e di nuovi impianti di vigneti, dovrebbero esserci autorità preposte ( forestale, assessorato provinciale e/o regionale, genio civile ecc. ) a vigilare affinchè tutte le operazioni siano svolte nella massima regolarità e sicurezza dei luoghi, per non compromettere la sicurezza altrui !
    La salvaguardia della collettività prima della salvaguardia degli interessi di pochi , questa è una regola di carattere generale che andrebbe sempre rispettata !

  3. Le frane (che sono aumentate) riguardano quasi esclusivamente i tantissimi terreni abbandonati che si sono riforestati, perché il peso degli alberi e sottobosco è enormemente superiore a quello delle colture erbacee o legnose (come la vite) e questo provoca smottamenti. Invece la vite è usata, dal tempo dei Romani, per ridurre la possibilità di frane. E chiunque vive nelle aree vinicole lo sa benissimo, perché sa bene dove sono le frane; mai vista una in una vigna. Naturalmente una coltura che per sua natura aiuta la regimazione delle acque si può anche piantare all’incontrario, ma se una vigna è orientata in modo da favorire il dilavamento se ne va la terra fertile e tutta la sostanza nutritiva, per cui le piante muoiono di fame. E una pianta che muore di fame non produce. Ne consegue che tutto questo accanimento contro il Prosecco non ha senso; se è vero che i vigneti di Prosecco producono troppo, ed è vero, e allora quelle vigne sono per forza ben reggimentale da lato idrico. Altrimenti col cavolo che darebbero tutta quell’uva. I responsabili del Molino della Croda e di tanti altri disastri simili non sono i viticoltori, sono quegli ignoranti degli ambientalisti che hanno imposto a politici ignoranti come loro delle leggi idiote come quella che impedisce di fare legna nei greti dei fossi e di pulirli, e così ne causa l’intasamento che poi provoca delle “bombe” di acqua quando quegli intasamenti scoppiano per la pressione delle piogge.

  4. PS quanto poi al disboscamento per fare posto ai vigneti, non esiste perché dal 1985 c’è la Legge Galasso che lo impedisce. Grazie alle Guardie Forestali è una delle poche leggi italiane rispettate e i dati dei Censimenti sono chiari e univoci; da quaranta anni è il bosco ad aumentare, in ogni Regione d’Italia. Per esempio, nella Montalcino piena di viti il bosco è passato dal 30% del 1950 al 42% di oggi, e a questo va sommato anche un 12% di pascolo cespugliato che è illegale coltivare e che è a tutti gli effetti bosco. E la vigna, che pare estesissima, è solo il 15%; 3.600 ettari su oltre 24.000.

    • Non posso che condividere, anche è perchè l’area attorno e soprattutto a monte del Molinetto è praticamente priva di vigne.

  5. Il sig. Cinelli ha scoperto qualcosa di nuovo mai letto studiato o riflettuto:”Le frane (che sono aumentate) riguardano quasi esclusivamente i tantissimi terreni abbandonati che si sono riforestati, perché il peso degli alberi e sottobosco è enormemente superiore a quello delle colture erbacee o legnose (come la vite) e questo provoca smottamenti.” Che il peso (kg?)del sovrassuolo sia la causa delle frane é davvero una novità. Una premessa: non faccio un processo al prosecco: sarebbe ridicolo. Le frane nascono dalla mancata coltivazione del suolo (che non é solo cura del sovrassuolo) e/o dalla errata coltivazione del suolo, vale a dire una modifica scorretta dello strato lavorato e delle forme di evacuazione delle acque piovane. L’estensione della coltivazione della vite -perfettamente rilevabile dalle aerofotografie- segnala una diversa regimentazione del deflusso delle acque superficiali. Molto più rapida nei terreni lavorati a macchina rispetto a un terreno lavorato a mano o con mezzi a trazione animale. Se poi a questo problema aggiungiamo il fenomeno delle concentranzioni piovose (bombe d’acqua) é evidente che l’antico sistema di deflusso collassa. Quanto poi alla mancata pulizia dei corsi d’acqua anche qui cerchiamo di fare chiarezza. I corsi d’acqua non sono puliti dall’imboshcimento e dall’accumulo di materiali non per colpa degli ambierntalisti ma perchè gli enti pubblici mescolano il sacro col profano: ragion per cui se a una ditta (privata) di escavazione consenti di asportare materiale lapideo (che vale ORO) allora ti pulisce anche il letto e le ripe dei boschi, altrimenti non ci sono soldi e tutto resta com’é. Voglio dire che ad l’incremento della coltivazione delle vite va accompagnato da una ricerca di nuove pratiche sia di formazione dei vigneti che della loro coltivazione che della conservazione del territorio circostante i vigneti. Come una fabbrica: non basta mettere nello stabilimento delle macchine moderne ed altamente produttive condotte da operai iperspecializzati. Per poi scoprire che il capannone fa acqua quando piove, che non é antisismico (vedi Emilia Romagna), che costa un sacco di energia, che é anti igienico per chi ci lavora. O riescono a far cresce tutti i fattori che concorrono alla produzione del prosecco oppure pian piano si perdono dei pezzi che rendono costosa la sua produzione.E’ la solita Italia che privatizza i profitto e collettiviza i danni.

  6. No signor Zanchi, non scopro nulla di nuovo, che un bosco imponga sul terreno un peso pari a varie decine di volte superiore ad un coltura legnosa o cerealicola sta un ogni manuale di agrimensura o geologia. E maggior peso su un terreno potenzialmente franoso + pioggia = frana. Cose che chi parla di erosione dovrebbe sapere. Così come leggendo quei manuali scoprirà che un suolo non coltivato accelera, e non certo rallenta, lo scorrere delle acque; è intuitivo, un terreno arato ininterrompe la corsa dell’acqua, la assorbe e la manda verso le falde, un “sodo” le lascia scorrere. E un’aratura profonda fatta con le macchine fa penetrare di più l’acqua nel terreno rispetto ad una superficiale fatta con gli animali, per l’ovvio fatto che c’è molta più terra asciutta esposta che assorbe. Quanto alla pulitura dei fossi, a noi agricoltori il materiale lapideo non serve ad un tubo e non possiamo venderlo, abbiamo pulito i nostri fossi per millenni solo per evitare che ci allaghino casa e colture. E per fare legna per il camino, ovvio. Ora leggi idiote lo proibiscono, i fossi si intasano e poi capitano le catastrofi; un esempio da manuale di come gli ambientalisti ignoranti danneggiano l’ambiente. L’ambiente va difeso, non adorato. E lo si difende gestendo l’interazione tra uomo e ambiente, non teorizzando arcadie irrealistiche arate da buoi.

    • Da quanto scrive si deduce che i terreni boscati siano predisposti a fenomeni di dissesto idrogeologico mentre quelli coltivati ne siano completamente inermi, e quindi che si possa essere in qualche modo legittimati al disboscamento. Ne è sicuro? Un terreno boscato è semplicemente una massa di vegetazione sovrastante il suolo? Ed il fatto che una pianta arborea in un bosco abbia sicuramente radici più profonde e “forti” di una vite non conta nulla? Senza contare il ruolo ecologico del bosco. Ad ogni modo in questi ultimi anni si è assistito ad una aggressiva conversione di terreni di ogni genere a vigneti fortemente meccanizzati, riferendomi alla zona del Prosecco (vista la crisi dei vini rossi non mi stupirei affatto se a Montalcino ci fosse un aumento dei terreni a bosco od incolti). La tecnica colturale è molto diversa rispetto a quella di alcuni decenni fa, figurarsi fare un confronto con l’epoca dei Romani! I moderni vigneti sono fatti per entrare presto in produzione (già al 2° anno in alcuni casi) ed essere fortemente meccanizzati (ad esempio si è passati da tradizionali girapoggio al rittochino), eliminando ogni ostacolo fisico come siepi o boschi. Tutto ciò a discapito sia della stabilità idrogeologica che della biodiversità, che non è solo un mero termine da ambientalisti, ma può avere un impatto importante anche sui parassiti della vite stessa, nonché sulla protezione del vigneto in generale. Concludendo: l’ambiente va difeso, come lei giustamente suggerisce, ma bisogna puntualizzare sul significato di “difesa”. Certamente non è l’approccio attuale, che vede quasi esclusivamente il profitto mentre ogni elemento naturale come boschi o siepi è percepito come fastidiosi intralci alla produzione e come tale eliminato o ridimensionato.

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