Happy hour: ma la felicità è per chi ti vende il vino straguadagnandoci sopra

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Imperversa ormai in bar, wine bar e locali di ogni il rito dell’happy hour. Dalle 18 circa alle 20-21 i locali pubblici sono invasi da tantissimi giovani (ma anche ex giovani, che magari si sentono ancora giovani dentro) che si trovano per celebrare il rito di quello che una volta si sarebbe definito l’aperitivo (a Venezia e nel Veneto in genere si dice ancora “Andemo bèver un’ombra”), ma che oggi si deve giocoforza chiamare, altrimenti si passa per antiquati, con il termine anglosassone.

Seduti ai tavolini dei bar si passa un po’ di tempo, in compagnia, almeno in due, (da soli è di una tristezza inaudita e ti fa inevitabilmente passare per un alcolizzato, anche un po’ sfigato..) chiacchierando, anzi, come si dice con il linguaggio disinvolto di oggi “cazzeggiando”, e bevendo qualcosa, che può essere una birra, un cocktail, un analcolico, un “beverozzo” colorato che non so come definire, oppure un bicchiere di vino.
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Non so come vadano le cose, come siano assortimento e qualità, per le prime cose da bere che ho citato e che birra a parte non gradisco, ma la proposta vino è molto spesso molto deludente. E furbesca.

Deludente perché, salvo casi meritevoli (voglio citare a Bergamo un locale come Il maialino di Giò in Piazza Pontida, dove i vini sono ben selezionati, i salumi e le cose servite buone, oppure l’H2O caffè di via Scotti, altrettanto buono) quello che ti propongono è banale, scontato, scelto perché il prezzo e le condizioni di pagamento erano convenienti ed il rappresentante è stato bravo a piazzare i suoi prodotti.

E poi, trattandosi di locali dove il servizio è affidato a ragazzi/ragazze molto giovani, ci si trova quasi sempre a dialogare con persone il cui livello di conoscenza enoica è ancora fermo praticamente al bianco o rosso. Il rosato non è contemplato.
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Chiedere di avere un bianco secco invece di un bianco aromatico (Sauvignon e Gewürztraminer vengono spesso proposti) è già una richiesta complicata. E quando si chiede chi sia il produttore o la zona di produzione, la risposta è, immancabilmente, “non so, devo andare a chiedere”.

Qualche giorno fa, a tale proposito, mi è capitata un’esperienza comica, con un ragazzo che poteva essere mio figlio a proporre un Vermentino di Gallura, prodotto, diceva lui, in Puglia, in provincia di Otranto. Peccato che la Gallura sia in Sardegna e la provincia fosse invece quella di Oristano…

Inoltre un aspetto insopportabile e assolutamente non corretto dal punto di vista del servizio è che il bicchiere di vino che avete scelto vi venga portato a tavola già versato. Così non solo non sapete chi sia il produttore e l’anno del vino, ma nemmeno se la bottiglia sia stata aperta al momento o magari costituisca un fondo che viene sbolognato quando tende già all’ossidato e allo svanito.

E quando ti va bene, quando ti va, con il vino, spesso è la qualità delle cose in accompagnamento che ti arrivano che lascia a desiderare. Molti bar non vanno oltre alla classica triade ciotolina di patatine, olive (spesso salatissime), arachidi o mandorle salate e magari dei quadretti di focaccia.
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E quando vai a pagare scopri che l’happy hour è una felicissima, per i gestori dei bar, occasione di business, perché il singolo bicchiere di vino (più gli stuzzichini) ti viene fatto pagare anche 7 euro e più, dipende dalla “generosità” dell’esercizio, dalla posizione centrale, dalla voglia di guadagnare.

Di media il prezzo richiesto si aggira intorno ai 5 euro, che anche se il locale non è “stitico” nella proposta delle cose da mangiare di accompagnamento e fornisce qualcosa che ha davvero la parvenza dell’aperitivo e pre-cena, consente un bel margine di guadagno, considerando che con una bottiglia che viene pagata, voglio essere abbondante, cinque euro più Iva, si fanno tranquillamente sette-otto bicchieri.

Questa tendenza, tutta italiana, a fare i furbi e spingere sui ricarichi del bicchiere di vino, mi ha portato a fare una piccola ricerca sull’origine dell’espressione anglosassone happy hour. E ho scoperto trattarsi di un’espressione di marketing “che indica un periodo di tempo nel quale un pubblico esercizio come un ristorante o un bar offre sconti sulle bevande alcoliche quali la birra, il vino o i cocktail”. Trattasi di “pratica di promozione delle vendite nata nei Paesi anglosassoni per attirare la clientela nei pub dopo l’uscita dal lavoro con l’offerta di consumazioni a prezzo ridotto per una o due ore nel tardo pomeriggio, coprendo tipicamente l’intervallo tra le 17 e le 18”.
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Da noi cambiano gli orari, e l’happy hour si celebra tra le 18 e 20-21, ma di “sconti” e “prezzi promozionali” non c’è traccia. E alla fine l’ora felice è soprattutto quella degli esercenti, che ti propongono il tuo bicchiere di vino con stuzzichini stra-guadagnandoci sopra… Evviva!

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4 pensieri su “Happy hour: ma la felicità è per chi ti vende il vino straguadagnandoci sopra

  1. Concordo su tutta la linea, anche se la “…tendenza tutta italiana…” mi pare eccessivo.
    Comunque devo dire che a Milano, per la mia esperienza personale, è molto facile incappare in strombazzanti HAPPY HOUR ! con assaggi e stuzzichini banali, di qualità discutibile e lo stesso vale per i vini.
    Anzi a volte mi sembra quasi che un buon (calice di) vino si antitetico ad un happy hour.
    Ho trovato maggior attenzione al vino, soprattutto a quelli locali, nelle regioni del sud, come in Puglia.
    Infine, nei locali dove mi sono trovato bene la qualità l’ho sempre pagata (molto) bene.

  2. Gentile Franco , buonasera . Bel post ,hai evidenziato una realtà ricorrente in tanti locali . Con eccezione , per fortuna , di alcune isole felici . Parlavo proprio di questo con un mio amico franciacortino qualche settimana fa il quale così esordiva : ” di locali dove si beve bene, ce ne vorrebbero almeno due per paese ” . E si potrebbe anche aggiungere la considerazione che l’Italia è il Paese del vino .

  3. Bella quella del Vermentino di Gallura pugliese…!!!
    Secondo me, a qualcun altro avrà proposto un Vino Nobile di Montepulciano d’Abruzzo…o magari un Barolo…di Bari!!! 😉

  4. Battute a parte, concordo al 100% con quanto evidenziato da Franco nell’articolo. D’altronde, se in questi locali troviamo ragazzi così “professionalmente preparati” è perché la maggior parte della clientela è al loro stesso livello…
    Senza voler offendere nessuno, mi spiego meglio: sono convinto che questi locali vengano frequentati in buona parte da ragazzi, comitive, giovani coppiette, perché è “trendy” (oddio, come odio questi termini…!), e lo scopo principale non sia quello di voler degustare ottime proposte di vini e abbinamenti vari, ma solo per stare insieme e comodi una-due ore nel tardo pomeriggio o in prima serata, magari nell’attesa di spostarsi nelle discoteche o in altri locali (pub, pizzerie, ecc.).
    Non scopro certo l’acqua calda affermando che molti giovani preferiscono bevande idroalcoliche alternative al vino…

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