Ma davvero tutto ciò che è piccolo é necessariamente buono?

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Riflessioni politicamente scorrette di Umberto Cosmo

Umberto Cosmo, produttore di Prosecco ed eccellenti metodo classico in Carpesica in provincia di Treviso, nonché selezionatore e distributore di eccellenti chicche enoiche estere, tra cui lo Champagne Roger Coulon, mi ha inviato alcune riflessioni sulla vendemmia in corso e sulla situazione della produzione di vino attuale ponendo una domanda intrigante: ma davvero tutto ciò che è piccolo é necessariamente buono? Catturato da questo interrogativo, gli ho chiesto il permesso di rendere pubblici i suoi pensieri. Buona lettura e mi raccomando, la sua domanda presuppone delle risposte. Ovviamente le vostre, lettori di Vino al vino…

Buongiorno Franco, tempo di vendemmia, difficile quest’anno, ma non così orribile come la si dipinge. Ma non è questo il tema di questo mia mail. Per noi agricoltori è la fine dell’annata agraria e tempo quindi di riflessioni e pensieri in libertà, maturati dentro e pronti per rifermentare all’esterno. Così, nell’attesa tra un carro d’uva e il successivo, mi permetto di inviarle due righe, come ho fatto con altri suoi colleghi che apprezzo, anche senza necessariamente trovarmi d’accordo con tutti su tutto (ricordo la nostra querelle sul Talento…)!

Il recupero di valori nel nostro amato mondo del vino passa, a volte, anche attraverso la necessità, scomoda soprattutto per chi la esprime, di affermare che alcuni concetti che hanno guidato una certa critica sono obsoleti. E qui finirò per essere molto poco ‘politically correct‘… Mi riferisco all’idea, troppo spesso espressa a ragion poco avveduta, che tutto ciò che è piccolo debba essere necessariamente buono.
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Ecco, spesso tale concetto si allarga nella dubbia affermazione che quanto prodotto dal micro produttore sia per forza migliore di quanto prodotto da altri, senza considerare il valore intrinseco del prodotto. Siamo sicuri che chi ha una produzione di poche migliaia di bottiglie abbia la capacità tecnica e anche economica di lavorare bene?
Sì, avete letto bene, ho scritto economica, perché il vino buono si fa investendo in ricerca e non per tentativi, propinando prodotti di dubbia qualità e abbagliando il consumatore con l’idea che i difetti hanno un valore assoluto: una cosa è un vino con personalità, un’altra un vino difettoso!

E ancora, ho scritto economica (che brutta parola, vero?) anche perché va ricordato che noi il vino lo facciamo per venderlo e sul nostro lavoro ci campiamo. Se ce lo bevessimo e basta potremmo fare ciò che desideriamo, finanche prenderci per i fondelli, ma se per i fondelli prendiamo chi il nostro vino lo acquista e lo paga, allora dobbiamo essere seri!
Piccolo, grande, industriale, artigiano: questi aggettivi non c’entrano nulla col vino. Seguendo questi concetti finiremo per dare spazio ai furbi, coloro che si inseriscono in un filone produttivo che ‘tira’, investendo molto in pubbliche relazioni e poco in ricerca sul prodotto: vale per grandi e piccoli.
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Perché se è vero che molti industriali seguono spesso il filone lanciato da pochi produttori-ricercatori, così è altrettanto vero che esistono molti piccoli che abusano della credulità popolare (e anche della credulità di alcuni giornalisti e di molti improvvisati critici/blogger).
Dare valore a ciò che vale: vogliamo tornare a parlare e scrivere di valori veri, slegati da concetti che poco hanno a che fare con il prodotto?
Dei miei studi di un tempo ricordo Καλος και αγαθος, ma mai ho trovato riferimenti a καλος και μικρος (o μεγας).
Il sasso l’ho buttato!

Un saluto cordiale. Umberto Cosmo

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
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9 pensieri su “Ma davvero tutto ciò che è piccolo é necessariamente buono?

  1. Buonasera Dott. Ziliani ,sinceramente trovo che l’argomento in questione sia davvero ostico, difficile da trattare, oltretutto mi é giá capitato di sentir dire per bocca di presunti esperti che le grandi produzioni possono eguagliare se non addirittura surclassare quelle di poche bottiglie! Da semplice appassionato di vino e per una superficiale logica matematica mi verrebbe di dire che le piccole produzioni,a paritá di mezzi/ risorse tecniche ed economiche, “potrebbero” essere migliori ! Migliori? Ma cosa vuol dire migliore? Un vino genuino,artigianale o più piacione e ruffiano? Secondo me a ognuno il suo!
    Ad esempio io sono per le piccole produzioni laddove queste sono indice di aderenza territoriale e quindi di vini il meno possibile manomessi.
    Dottor Ziliani , mi piacerebbe molto conoscere la Sua opinione in merito data la Sua grande esperienza nel settore.

  2. Dipende – la mia risposta è “dipende” -, e non può che essere così, altrimenti, la mia, sarebbe una risposta da bar.
    Ma certo, essere piccoli, non è condizione sufficiente, per essere più buoni di quelli più grandi.
    Ma essere piccoli non vuole necessariamente dire essere privi di mezzi, né di acume, né di passione, né di sapienza, né di altre qualità; e nemmeno di difetti e di falle, ovviamente. E quindi rieccoci al bar …
    Direi che essere piccoli permette di muoversi personalmente e a volte questo può essere un vantaggio: capire di essere di fronte all’autore, come si suole dire, può essere molto coinvolgente; in un mondo che tende al macro e all’omologazione, se una realtà piccola è anche (molto) valida può anche diventare qualcosa di unico.
    L’unica cosa che essere piccoli certamente inibisce è quella di fare quantità.
    I piccoli hanno smesso di far sollevare le sopracciglia, quando nel mondo che gira si è capito che facevano rete (non sistema, che è un’altra cosa), quelli che generalmente non si appiccicano etichette, e non scrivono ‘bio’ sull’etichetta.
    E poi usano un modo non massificabile per farsi conoscere.
    E anche quando sono str…., restano dei piccoli str…., mentre i grandi … sono grandi in tutto

  3. Mi pare un articolo scritto solo al fine di scatenare una polemica.

    La questione non sta tanto nelle dimensioni del produttore, ma nella qualità del prodotto.
    Qualità che si può raggiungere non necessariamente solo attraverso l’uso di tecnologie sofisticate. Penso ai vari Maga, Bressan, Gravner.
    Certo anche tra i piccoli produttori c’è chi produce prodotti di bassa qualità, magari etichettandoli BIO o NATURALE.
    Quindi non è una questione strettamente di dimensioni.
    La produzione di qualità può trovarsi sia nei piccoli produttori che nei GROSSI (come Bellenda che produce 1.000.000 di bottiglie).
    E quando ci si trova davanti a prodotti di qualità, tutti i produttori sono grandi, sia che producano poche migliaia di bottiglie che milioni.

  4. Mi sembra che non sia stato inteso quanto volevo comunicare con la mia lettera. Il titolo del post, non mio, ha fuorviato dl tema di fondo.
    La questione, più semplicemente è: quanto conta la categorizzazione di un prodotto o di un produttore nella valutazione di un vino? Esiste la possibilità di valutare la qualità in quanto tale e fare in modo che non dipenda da valutazioni di altro tipo?
    Nessuna voglia di polemica da bar, ne rifuggo da sempre, ma più semplicemente una presa di posizione contro un modo di comunicare il vino da parte delle aziende e di valutare da parte dei censori della qualità che va sempre più sul piano della spettacolarizzazione, trascurando i semplici valori di fondo.

    • Cosmo, il titolo che ho scelto di dare riprende esattamente una frase del suo ragionamento. Quindi non ho fuorviato proprio nulla. Per la precisione

    • … E su quello che lei scrive – gentile Umberto Cosmo – niente da dire. La mia citazione del bar è puramente ‘battutista’, non vuole assolutamente banalizzare la questione. (Che è assai articolabile e complessa: a me ricorda molto il mondo dell’editoria e dei libri: può parer strano ma ci sono più analogie di quanto appaia!)

  5. La frase che chiude la lettera, noto slogan dell’etica greca, “bello e valente”, trovo che un po’ la salvi il discorso, ma nello stesso tempo un po’ lo contraddica.
    Bello e valente, cioè estetico ed etico, può esserlo sia un vino prodotto in grandi quantità che in piccole quantità, sia naturale, che convenzionale.
    Ormai anche i neofiti come me sanno della complessità di questi argomenti e che non sono chiudibili con qualche considerazione sull’argomento. Probabilmente, ad oggi, non sono sanabili, ma sempre soggetti alla capacità di comprendere ed accettare della persona che li affronta.

    P.S.
    E’ comunque, evidentemente, più facile che il mercato sia invaso da grandi produzioni di poco contenuto, piuttosto che da piccoli sedicenti artigiani del vino.

  6. Credo che bisognerebbe definire cosa è piccolo e per chi è bello, cioè gioverebbe contestualizzare. Solo così si potrebbe esprimere una valutazione che abbia valenza ed attendibilità. Il tema del post potrebbe sembrare banale e da bar sport, ( dipende anche dagli interventi) ma a mio avviso si presta ad una moltitudine di serie riflessioni che interessano sia l’aspetto produttivo e maggiormente quello commerciale. ‘’Piccolo è bello’’ mi pare che sia uno slogan lanciato dai pubblicitari molti anni orsono, quindi lascia il tempo che trova. Mi ricorda lo slogan ‘’così tenero che si taglia con un grissino’’ di un noto tonno in scatola. Ci credete che un tonno tenero sia di buona qualità? In realtà il regista dello spot non capì che il grissino non si doveva proprio rompere, l’Art Director cominciò a gridare come un isterico ed il pubblicitario ebbe l’idea di cambiare lo slogan che con abilità fece ingoiare al committente. (Fonte: fatto riportato da un professionista presente durante la ripresa dello spot)

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