Sveglia Tenuta del Buonamico, gli anni Novanta sono passati!

Bottiglia 50_su biancoComunicazione e scelte datate per un nuovo vino della nota azienda di Montecarlo 

Ero persuaso che certi “stili” di comunicazione e certe scelte, che andavano forte e sembravano impressionare e funzionare come motivazioni all’acquisto per una certa fascia di consumatori, “stili” che trovavo balzani già una quindicina di anni orsono, fossero ormai dimenticati e consegnati agli archivi della storia (beh, diciamo cronaca) del vino italiano.

Invece, con mia grande sorpresa e delusione, trattandosi di un’azienda che conosco da anni e stimo (e di un cui vino ho scritto qualche mese orsono) e di un’agenzia di comunicazione valida, scopro che certi eccessi, certi annunci un po’ sopra le righe vanno ancora di moda. O vengono ritenuti ancora in grado di catturare l’attenzione del consumatore.

Ho così ricevuto un comunicato che annuncia la nascita di ““50” il sangiovese in purezza del 2010, creato da Tenuta del Buonamico per celebrare 50 anni di storia e di eccellenza”. E a seguire la spiegazione del perché di questo nuovo prodotto della nota azienda di Montecarlo, nelle Colline Lucchesi: “per un anniversario importante come questo bisognava creare un vino speciale, unico e raro, che esprimesse con chiarezza la diversità di questo territorio e la capacità di saper interpretare al meglio il potenziale dei suoi vitigni”.

“Unico e raro”, perché frutto di una selezione delle “tre migliori barriques della vendemmia 2010, tutte di sangiovese in purezza affinato per 24 mesi in piccole botti di rovere francese, tostatura media, di secondo passaggio, per proseguire poi in vasche di cemento per altri 12 mesi prima di essere messo in bottiglia”.

Fino a qui una comunicazione ancora sopportabile, ma che si tramuta in vecchia e superata, quando ci viene assicurato che “50” è a tutti gli effetti un’edizione speciale, ne sono state prodotte solo 888 bottiglie, tutte numerate per l’annata 2010, una serie di bottiglie serigrafate a mano in oro zecchino con una grafica appositamente studiata e firmata Buonamico”.

E infine, quando il mio stupore stava già superando il livello di guardia, la “perla” finale: “quasi 2 kg di peso per una Bordolese Imperiale che non ha niente da invidiare ad una Magnum come si conviene alle migliori occasioni!”.

Amici del Buonamico, ma voi, nel 2014, credete ancora a Babbo Natale e alla Befana e pensate che espedienti come la selezione numeratissima delle bottiglie, l’etichetta “in oro zecchino”, l’odiosissima bottiglia iper pesante siano elementi che possano indurre gli appassionati di vino seri, normali, non i maniaci e gli “eno-sboroni” ad acquistare il vostro vino?

Sveglia, siamo nel 2014 e non nel 1990, e a meno che voi non intendiate rivolgervi esclusivamente a nuovi ricchi russi e cinesi, a qualche collezionista di stranezze californiano, ad un parvenu che voglia fare una figura da figo con l’amica ampiamente rifatta, temo che il vostro vino non avrà una grande accoglienza.

E penso che tanti altri non potranno che esclamare fragorosamente insieme a me: basta!

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22 pensieri su “Sveglia Tenuta del Buonamico, gli anni Novanta sono passati!

  1. Beh dai, solo 888 bottiglie le dovrebbero vendere senza problemi…

    PS: a me le bottiglie pesanti piacciono. Forse sono un po’ fighetto…;-)

  2. Non posso che condividere il post del nostro caro Ziliani, inoltre credo che dietro queste scelte di marketing (anche se i grandi vini non hanno bisogno) si celi una sorta di masochismo enologico
    Salutoni. Gianni

    • bella questa definizione di “masochismo enologico”! Mi piace tantissimo e credo, compermesso, che l’adotterò! Bravo lettore Gianni

    • qualcuno dirà: “ma non ha un c…o, anzi niente di meglio da fare Ziliani che prendersela con questo vino virtuale di nemmeno 900 bottiglie?”. Ho di meglio da fare, certo, ma trovo che ricorrere ancora, nel 2014, a mezzucci come la bottiglia da due chili (ecologicamente scorretta, perché il suo riciclo costa e inquina di più), l’etichetta d’oro zecchino, l’edizione super numerata (prego signori, si affrettino, ad aggiudicarsi una delle rare bottiglie rimaste!) sia ridicolo. Ancora di più da parte di un’azienda che ricordavo seria come Fattoria del Buonamico. Ma, si sa, i mala tempora e le brutte abitudini colpiscono purtroppo anche quelli apparentemente più seri…

  3. Parzialmente d’accordo con lei Ziliani, ogni cosa va interpretata pensando al mercato globale in cui tutte le aziende si ritrovano a navigare se vogliono sopravvivere alla tempesta in corso. Sul mercato europeo, e italiano in particolare, questi vengono considerati mezzucci, ma su altri mercati sono necessari strumenti di marketing.
    Evidentemente si tratta di un prodotto così confezionato per allettare i ricchi cinesi, che amano le bottiglie pesantissime, l’oro in etichetta e il numero 8 come portafortuna: il vino è status symbol in quel paese e in recenti viaggi di lavoro ho visto come sia a volte necessario reinterpretare l’immagine per competere su tali mercati.
    Come si dice, pecunia non olet e di questi tempi bisogna andare in luoghi lontani e diversi per portar a casa la pagnotta.
    Quindi non stracciamoci le vesti ma cerchiamo di comprendere le necessità di mercato: l’importante è che quello che c’è dentro mantenga la promessa di qualità!

    • caro Cosmo, in attesa di discutere con lei e di sentire le reazioni dei lettori al suo prezioso contributo che proprio domani pubblicherò, mi permetto, rispettando le sue motivazioni, di non essere d’accordo. Probabilmente quel vino é fatto per ricchi scemi e arricchiti, ma mi indigna che a scegliere questi mezzucci, ché tali restano, sia un’azienda che conosco da tanti anni e che consideravo seria come la Fattoria del Buonamico. Si vede che con la nuova proprietà sono cambiate idee e stile non solo le etichette… Peccato, anzi darmagi, come direbbe Monsù Gaja, uno che si farebbe fucilare piuttosto che ricorrere a questi sistemi per vendere i suoi preziosissimi vini all’estero… Ma di Gaja, si sa, ce n’é uno solo… (e menomale… 🙂

  4. Caro sig.re Zuliani, non ci conosciamo credo personalmente ancora, sono Eugenio Fontana, titolare della Tenuta del Buonamico.
    Mi sono impegnato a leggere il suo articolo sul suo blog questa mattina riguardo al nostro vino celebrativo 50. Non voglio entrare nel merito riguardo alle sue critiche sulla comunicazione del vino o soprattutto sul packaging, dello stesso che lei in sostanza definisce demodé, poiché ognuno è libero di pensare ciò che vuole e se può, comunicarlo come crede, basta secondo me che utilizzi toni educati e mai offensivi. Mi preme invece rispondere a nome di quei nostri clienti che fino adesso hanno acquistato e apprezzato il nostro vino celebrativo 50. Non credo sia giusto definirli dei “maniaci, eno-sboroni” in quanto innanzitutto lei non gli conosce personalmente uno ad uno e secondo me è troppo banale generalizzare con parole ad alto effetto “bloggettaro” per definire chi possa essere interessato ad un prodotto del genere. Lo trovo pretestuoso e ripeto offensivo. Io quantomeno mi offenderei se mi appioppassero delle etichette del genere; i maniaci per me sono altri e comunque la parola in se stessa non raccoglie molto di buono o positivo. Riguardo alla “sveglia” che poi lei ci suggerisce, la ringrazio perchè è bene sentire sempre tutte le campane, anche quelle negative o denigratorie. Come si dice “l’importante è che se ne parli”, se bene, almeno per quanto mi riguarda sono più contento. In sostanza accetto tutte le critiche, purché ripeto non siano alquanto offensive o quanto meno allusive di comportamenti che invece non hanno niente di negativo, come il poter essere interessati ad acquistare una bottiglia di vino. Penso che nel nostro piccolo, siamo un’azienda dinamica e moderna, orientata al mercato in continua evoluzione senza trascurare la tradizione e storia che ci contraddistingue, ma ripeto non è mia intenzione aprire un dibattito o difendere il nostro operato, quindi mi fermo qui. Poi se mi permette una battuta, alle volte è pur bello credere ancora a Babbo Natale, io ai miei figli cerco finchè potrò di raccontare loro la favola del Natale perché in un mondo difficile come quello che stiamo vivendo può aiutare ancora credere alle favole, che non sono certo espedienti di nessun tipo per abbindolare certo qualcuno.
    Un saluto

    Eugenio

    • Egregio Signor Fontana, mi chiamo Ziliani e non Zuliani e se vuole notizie di me chieda a Vasco Grassi che nell’azienda ora di sua proprietà ha lavorato per tanti anni. E bene. Registro e rispetto il suo punto di vista, e voglio solo puntualizzare, osservando, en passant, che il senso dell’ironia non mi sembra essere il suo forte, che nel mio post non ho inteso, come lei dice, “generalizzare con parole ad alto effetto “bloggettaro” “. Sono un giornalista con trent’anni d’esperienza e non l’ultimo arrivato che calca la mano e alza i toni per farsi notare. Nel mio intervento i toni denigrativi e offensivi li vede solo lei, anche se non ci sono affatto. Ma la capisco bene, deve difendere e giustificare le proprie scelte. E allora via con le bottiglie sempre più pesanti e l’oro zecchino in etichetta. Se questo vuol dire essere “orientati al mercato in continua evoluzione”, io preferisco manifestare liberamente, e correttamente, il mio disorientamento.
      Distinti saluti

      • Ziliani pero’ c è da dire che lei il vino lo degusta e lo apprezza. Mica lo vende e con tale attività ci deve mantenere una (o piu) famiglie. E questo fa una grossa differenza. Personalmente, se i Russi vogliono una bottiglia pesante con etichetta dorata e la pagano bene…ma diamogliele, perdio, subito e tante. Questo non va certo a impedire a lei (e a me) di stappare e godere bevendo un Barolo di Serralunga in una bottiglia leggera e con una etichetta anonima…Salute!

        • Alessandro, seguo il suo discorso, come ho seguito quello del nuovo proprietario della Tenuta del Buonamico, ma continuo a non essere d’accordo. E’ ovvio che le aziende debbano vendere e che debbano far tornare i conti e non fare poesia, magari con le quattro bottiglie di qualche aziendina cara agli scanzonati commentatori à la page, ma, come dicevano i latini, est modus in rebus.
          La mia idiosincrasia per le bottiglie pesanti, condivisa ad esempio da altri colleghi come Carlo Macchi di Wine Surf che tempo fa ne fece una giusta battaglia, non nasce oggi con il caso del nuovo vino dell’azienda di Montecarlo, ma l’ho già più volte manifestata. Anche con alcuni amici produttori che l’avevano adottata, assicurandomi che questo tipo di contenitore aiuta a vendere.
          Ma se passa la logica che per vendere su certi mercati si deve ricorrere alla bottiglia da forzuti, all’etichetta in oro zecchino, eccetera, vuol dire accettare una deriva che non sappiamo dove potrebbe portarci.
          Io penso a Château d’Yquem, che é il vino celeberrimo, sensazionale e costoso che é, e alla sua etichetta, quasi anonima, tipo un biglietto da visita, e penso alle etichette dei Barolo di Beppe Rinaldi, di Giuseppe Mascarello, del Brunello di Franco Biondi Santi (ho scritto Franco, perché per me é sempre il suo anche ora che ci ha lasciato), alle etichette dei vini di Bruno Giacosa, a quella del Sassicaia e non trovo tracce di alcuna stranezza e ostentazione.
          Nel caso del vino del Buonamico non si poteva fare in modo che parlasse solo il vino, senza ricorrere ad effetti speciali? Io credo proprio di sì e anche a rischio di passare per antipatico, rompico…., bastian contrario agli occhi della nuova proprietà di un’azienda che in passato ho spesso frequentato e dei cui vini ho spesso scritto, ho espresso il mio pensiero.
          Lascio ad altri gli applausi a comandi. Io e Vino al vino siamo fatti così

  5. Hihihi, mi scusi se rido, ma mi immagino quanto sia rimasto deluso e sorpreso un tipo come Lei, un grande appassionato, spassionato ed esperto di vini veri e senza fronzoli quando ha scoperto che per un vino tanto apprezzato sia stato scelto uno slogan dal contenuto frivolo e apparentemente insensato e che quindi non era indirizzato a persone in grado di apprezzarlo organoletticamente! Onestamente credo che la scelta di quest’azienda sia stata attentamente ponderata e che cmq il termine “fuori moda” é di per se obsoleto in quanto “moda” é un concetto che esprime uniformitá e non certo creativitá o estro…
    Il perché poi Tenuta del Buonamico abbia scelto un target di ricchi bamboccioni (come quelli che gridano : champagne ! ) e che Lei definisce enosboroni ( termine azzecatissimo tra l’altro),e non di ricchi intellettuali ed esperti di vino, rimane un mistero! 🙂

  6. Egregio Sig.re Ziliani, mi dispiace aver sbagliato il suo cognome, ovviamente non era voluto.Da vero toscano credo che l’ironia non mi manchi, tutt’altro, poi cerco di leggere tra le righe, comunque per il resto dei suoi commenti anche precedenti al mio doveroso intervento preferisco come ho già detto soprassedere, per evitare di tirarla troppo per le lunghe in noiose discussioni. Se comunque le facesse piacere, visto che dice di aver conosciuto bene la vecchia gestione del Buonamico, la invito a venirci a trovare, non certo per farla ricredere, ma almeno di persona può rendersi conto del lavoro che stiamo portando avanti che non si può certo sintetizzare in poche bottiglie, seppur molto pesanti. Un saluto ancora. Eugenio

  7. Peut-être il y a-t-il un marché pour ce vin: celui des orfèvres haltérophiles amateurs de Sangiovese et de bois français…

    Un groupe assez réduit, certes, mais vu qu’il n’y a que 888 bouteilles!

    PS. Heureusement que ce n’est pas 666 bouteilles, car on y aurait vu la main du diavolo.

    Amicalement

    Hervé

  8. Per il vero mi aspettavo anch’io una valutazione del vino, la “vera” immagine del produttore, al di la di scelte stilistiche non sempre condivisibili.

    • a me della qualità del vino “non può fregare di meno”. Fosse anche il vino più stratosferico dell’universo mondo, continuerei ad essere fortemente critico sul suo assurdo packaging, sul modo di presentarlo, sullo stile della comunicazione.

      • Non intendevo insinuare che il post sul packaging di questo vino fosse una discussione sterile o trascurabile. Direi che è stato chiaro.

  9. Discutibile Sig. Ziliani,

    Ma lei che genere di giornalista si definisce o che genere di competenze ha? Un enologo? Un gastronomo? Un giornalista? Un cultore? O semplicemente un critico che si limita a criticare, su basi parziali, tutto ciò che è legato al mondo enologico?
    No perché pare, e sottolineno pare, che la critica sia gratuita nei confronti di un prodotto che lei, certamente, non conosce e non ha assaggiato (come peraltro da lei stesso dichiarato). E che magari, servitole in un importante calice di cristallo, si rivelerebbe un prodotto unico.
    Non critico il suo articolo ma il suo “menefreghismo”, come da lei sostenuto, che sembra, mi scusi, decisamente inopportuno per qualcuno che possa definirsi appassionato o addirittura conoscitore di vino.

    • Arianna nella prima pagina di questo blog c’è’ una presentazione sintetica di quello che ho fatto in 30 anni di attività’ di giornalista. Oppure ricerchi su Google digitando il mio nome e avrà’ tutte le risposte che cerca.

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