A proposito dei Barolo boys: il pensiero di Pierluigi Gorgoni

PierluigiGorgoni
L’illusione di essere “miti viventi” del vino generata da una comunicazione miope

Il mio post sul film documentario Barolo boys. Storia di una rivoluzione, sta facendo discutere. Finora né gli autori, né i protagonisti della storia (uno dei quali mi ha telefonato divertito dicendomi che lui di quel gruppo ha fatto parte solo marginalmente e che non si è mai sentito in sintonia con la “filosofia” dettata dal suo lider maximo…) hanno contestato la mia lettura e la mia analisi di questa celebrazione che ha davvero tutto l’aspetto di un de profundis… Segno, credo, che le mie argomentazioni avevano un certo fondamento.

Si è fatto vivo invece, con un commento cui ho voluto dare dignità di post ospite, un amico, prima che collega che stimo tantissimo, ovvero Pierluigi “Pigi” Gorgoni, docente di enologia ed enografia internazionale per ALMA, autore e degustatore per la Guida “Vini d’Italia” de L’Espresso, membro del comitato editoriale e responsabile delle degustazioni per il bimestrale Spirito di Vino, nonché autore ed interprete della collana in dvd Il Vino “Corso Completo di Degustazione” edita da La Repubblica e docente per i Master of Food di Slow Food. Sono pertanto particolarmente felice, e orgoglioso, invitandovi a glissare sulle prime righe, dettate dall’amicizia e sicuramente eccessive, di ospitare questo lungo, intenso e articolato intervento, scritto da una persona che non solo degusta con sensibilità, ma che soprattutto conosce il vino e lo sa valutare e raccontare in modo esemplare. Buona lettura!

Carissimo Franco, qualche giorno a Bolzano fa ti ho dato pubblicamente del maestro di giornalismo. L’ho fatto avendo a mente pezzi come questo, pezzi che tu scrivi da venti anni. Questo in particolare l’ho letto con grande attenzione, di tanto in tanto soffermandomi a riflettere su alcuni suoi passaggi. Volevo quindi proporti alcune di queste mie riflessioni. Soprattutto in merito al tuo de profundis al modernismo di Langa. Un sentimento che certamente condivido ma che vorrei anche motivare.

Tanto per iniziare, sono convinto che i Barolo Boys (definizione ridicola, non credi?), e chiunque abbia cercato una nuova strada espressiva per il Barolo, volesse fare i conti con la tradizione e il passato, e in qualche modo sovvertirli, con entusiasmo, passione, fervore. Hanno semplicemente provato a produrre il Barolo con qualche pratica di vinificazione innovativa (lasciamo perdere i risultati: alcuni meno riusciti, alcuni interessanti). Un moto quindi viscerale dei produttori, suggellato prima e poi distorto dalla comunicazione.
Baroloboys-locandina

Da parte loro, dei produttori cosiddetti modernisti, qualche volta ho udito toni irriguardosi e sopra le righe (penso ad Elio Altare rispetto a Bartolo Mascarello anche in un’intervista recente) ma fondamentalmente mi sono sempre parsi innanzitutto animati da un desiderio febbrile di sperimentazione e di innovazione, poi di confronto e di competizione (per lo meno negli anni in cui cavalcavano l’onda gonfia del successo e del consenso). Un desiderio che ho percepito come sano, o comunque non del tutto “insano”, umano, per così dire.

In linea di massima non sono stati loro a mancare di rispetto a chi continuava a fare i Barolo secondo tradizione. Per essere chiari, non sono stati irriguardosi più di quanto prescrivesse il loro ruolo, soprattutto in funzione della loro “rivolta” (il cordone da tagliare, le botti da segare, i rotomaceratori da comprare, i concentratori Reda, le barrique delle meglio marche, l’estratto secco, e tutti i distinguo da fare).
rotomaceratori

Chi ha mancato di rispetto è stato chi ha gonfiato questi esperimenti modernisti di una luce epifanica, di straordinaria  rivelazione, di messianica apparizione. Ecco: chi ha gonfiato a dismisura queste forme di vinificazione ha certamente sbagliato. E ha sbagliato chi sul fronte editoriale improvvidamente aveva battezzato come fuoriclasse vini sbilanciati e goffi, giunti adesso alla soglia dei venti anni già stremati. Vini sbagliati, lo possiamo dire oggi con buona approssimazione, dal momento che tanti di questi Barolo anni 90 innovativi sono già defunti, ancora prima di diventare maggiorenni. Lo sai bene, lo so. Lo sanno gli stessi produttori, che oggi rivedono e riformulano quelle tecniche più estreme di vinificazione che avevano partorito quei “cosi”.

Era tempo di vaniglia e marmellata…

Chi non aveva compreso è stata quindi una gran parte della stampa, quasi tutta quella nazionale e praticamente tutta quella internazionale. Abbagliata dalla vaniglia e dalla marmellata. Perché era tempo di vaniglia e di marmellata. Chi non ha compreso è stato poi – di conseguenza- chi acquistava vino in quegli anni (enotecari, ristoratori, privati), affidandosi a questo o quel vate della stampa e profeta della distribuzione. Alcuni di questi si affannano ancora nel tentativo di dar via quei vini lì comprati con entusiasmo e brama.

Tanta era allora la confusione. Tanta era però la ricerca. Tanti erano anche gli orizzonti diversi. I vini del Nuovo Mondo e le nuove frontiere del vino italiano. Si esagerava nel frattempo anche in Francia, non meno che in Italia e anche prima che in Italia. Così, se da una parte alcuni produttori improvvisavano vini “nuovi” solo perché piacevano al mercato e alle guide, o perché imitavano il mondo nuovo, negli stessi anni alcuni critici azzardavano valutazioni esagerate al primo sentore di nuovo (legno, cru, azienda, marchio, l’importante era che ci fosse qualcosa di nuovo) vantando una scoperta. Per il solo gusto di vantare una scoperta. In Italia e all’estero.
concentratore

Alcuni di questi critici hanno fatto credere ad alcuni di questi produttori di essere dei miti viventi dell’enologia mentre di fatto stavano “cannando” i vini tutti gli anni. Gli anni Novanta erano proprio gli anni della necessità della scoperta, anni di apertura di nuovi spazi, di nuovi e imprevedibili interessi, mercantili e mediatici, anni di nuove illusioni montanti (più che di utopie).

I grandissimi vini da Nebbiolo c’erano già, erano quelli della tradizione ma a quei tempi era più difficile accettarlo, per molti. Questione di palato. Questione di tempi. Questione che non era una scoperta, uno scoop. Nient’altro. Ed è vero, ed  è anche giusto, come molti affermano, che si può cambiare gusto. (Non è successo a te. Non è successo neanche a me, se mi consenti, ma magari è un nostro limite e in ogni caso non è questa la questione).

Invece, in tema di cambiamenti, e questa se mi permetti è quella che io avverto come la questione, è quanto meno bizzarra la mutazione di certi produttori onnipresenti un tempo e oggi perennemente assenti. Mi riferisco ad alcuni di quei Boys (fai bene comunque a fare delle distinzioni) che un tempo non perdevano occasione di farsi vedere per guadagnare un premio di cui vantarsi, che adesso non prendono più parte ai gran balli.

Talenti incompresi… che si sono offesi

Mi riferisco a quelli che si sentono talenti non più compresi e che si sono offesi. Mi riferisco soltanto ad alcuni, non tutti. Perché, come sai, ho una stima sterminata per chi continua a perseguire un suo ideale, anche di vino, che sia autarchico, fuori dagli schemi, scellerato o scompaginato, ma convinto. Sempre. E tra di loro qualcuno così c’è, autentico, lo sappiamo (citavi Marco Parusso e certamente penso a lui e qualche altro ancora).
Wandissima

Mi riferisco semmai a chi prima che dei suoi vini ti parlava di tutti i premi ricevuti, mostrando ad ogni occasione la collezione delle valutazioni ultra novanta-centesimali e di tutti i riconoscimenti sommati. Mi riferisco a quelli che un tempo sfilavano in pubblico sorridenti come dive dentro boa di piume fruscianti e che oggi si sono rintanati nelle loro cantine, respingendo il confronto. Quelli che ricevono solo giornalisti condiscendenti. Ricevono a pagamento. Molti dei loro vini sono fuori dalle anteprime di Nebbiolo Prima ma in quella settimana ricevono collateralmente.

Quelli che i vini non li danno neanche alle guide, non a tutte, almeno. Li fanno assaggiare solo a chi vogliono. Tengono il muso agli altri. I vini, orsù, sono loro, quindi facciano come credono. Peccato, però. Non hanno saputo stare fino in fondo nel sistema che ha generato la loro stessa fama. Lo hanno fatto solo finché il sistema era tutto prodigo di lusinghe per loro. Peccato. Chi invece resisteva allora, in quegli anni Novanta, ci ha oggi restituito una verità. L’ha accudita. O almeno ha presidiato una visione preziosa quanto antica che per qualche tempo, in quei tempi, è stata a serio rischio di estinzione. Chi resisteva allora (ti ricordi il grido “Resistere! Resistere! Resistere!“? Baldo Cappellano, Giuseppe Rinaldi e Bartolo con Teresa Mascarello alla testa di tutti gli ultimi Mohicani?) ha vinto. Chi resisteva allora, adesso è, per tutti o quasi, là dove gli spetta: alla testa della denominazione.
mt_bartolo_and_maria_teresa_sm

La loro storia è certamente la più vera e più recente epopea di Langa. Ma non enfatizziamo troppo. Allora come oggi non si dovrebbero fare le liste di proscrizione, i buoni e i cattivi. Qualcuno ha sbagliato, ma le Langhe sono un panorama fecondo di motivi più importanti della buona riuscita di un vino. Più che dei Barolo new style sbagliati e già caduti, quello che di più preoccupante ha prodotto la foga sconsiderata degli ultimi venti anni sono stati i pessimi investimenti in cantina (maceratori orizzontali, concentratori a freddo di mosto e altre diavolerie) e il totale disprezzo per un paesaggio agricolo più eterogeneo, ormai definitivamente sopraffatto dalla monocoltura del Nebbiolo.

Pierluigi Gorgoni

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43 pensieri su “A proposito dei Barolo boys: il pensiero di Pierluigi Gorgoni

  1. Buongiorno sig. Ziliani.
    Scrivo qui in quanto chiamato in causa nel suo pezzo “Finora né gli autori, né i protagonisti della storia ..hanno contestato la mia lettura e la mia analisi di questa celebrazione che ha davvero tutto l’aspetto di un de profundis”.
    In realtà sulla pagina Facebook del film e sul nostro profilo Twitter abbiamo (sempre, non solo adesso) dato ampio risalto alle sue critiche e ai suoi pezzi sul film.
    Non abbiamo nascosto i suoi articoli sotto il tappeto nè cercato di fare passare tutto sottotraccia.

    E lo abbiamo fatto una serie di motivi:

    1) amore (e anche sincero divertimento) per il contraddittorio.

    2) coscienza pulita: è da due anni che sosteniamo (e lo diciamo ancora oggi, a film finito) che Barolo Boys non è un film apologetico o di pura esaltazione dei Barolo Boys. Sennò noi stessi (e non Franco ZIliani) non avremmo messo all’interno del film le voci di David Berry Green, di CItrico, di un Petrini ultra-critico, ecc. Quelle stesse voci che lei nel suo pezzo ha utilizzato per deolire i Barolo Boys, e che non ha preso da altre parti, ma dal film stesso.

    3) coscienza pulita n°2: non è un film prezzolato, ci tengo a ribadirlo (e questo, aggiungo, è l’unico aspetto su cui a volte la sua vis polemica ci infastidisce un pò): non abbiamo ricevuto 1 euro dai produttori (ci mancherebbe), abbiamo ricevuto un prestito (e sottolineo prestito) da Oscar Farinetti, che peraltro spara a alzo zero sui Barolo Boys, e un patrocinio gratuito da Slow Food. Per il resto riceveremo prima o poi un piccolo contributo da Regione Piemonte-FIlm Comission. Basta. Tutto il resto sono decine di migliaia di euro e migliaia di ore di lavoro messe da noi e dalla piccola casa di produzione Stuffilm ( per cui quando lei consiglia alla sua lettrice di comprare due bottiglie di dolcetto al posto del dvd: ok , va benissimo, ma consideri che questo film non è venuto dal nulla o dall’appoggio commerciali di qualche spudorato mecenate, ma dal nostro lavoro di oltre un anno, esattamente come quel dolcetto).

    4) Il motivo fondamentale: noi non vogliamo dettare nessuna linea, editoriale critica o commerciale che sia. Lo stesso film non ha una visione di parte. Certo, è raccontato dal punti di vista dei Barolo Boys (e ci mancherebbe, è la loro storia raccontataci da loro), ma non esprime giudizi di fondo e definitivi, nè omette di raccontare difficoltà, problemi, momenti “negativi” nella parabila di questi produttori.
    Noi vogliamo raccontare una storia.
    Barolo Boys è un documentario che racconta una storia, non un saggio teso a orientare i prossimi decenni del mondo del vino (e con questo rispondo personalmente all’obiezione di chi mi ha chiesto come avessi fatto, dopo aver raccontato i tradizionalisti e la langa “povera”, a raccontare questa mondo più ricca e “modernista”: è solo e semplicemente un’altra storia, un’altra prospettiva, punto).

    Chiudo dicendo che ciò che mi fa piacere, e mi convince della validità di quanto ho appena scritto, è che ho visto dei tradizionalisti uscire col sorriso dalla proiezione del film, perchè covinti che il film avesse raccontato il fallimento dei Barolo Boys (lei stesso, Ziliani, ha trovato nel film stesso le voci critiche e gli argomenti di critica) e ho visto modernisti uscire dalla stessa proiezione con lo stesso sorriso.
    Sperando che (come ci sta accadendo all’estero) si esca da questa dimensione dell'”uno contro l’altro armati”.

    Tutto qui, senza polemiche o risentimento.
    Paolo Casalis, autore del film insieme a Tiziano Gaia.

    • Paolo, apprezzo moltissimo il suo intervento, sereno, pacato, ben argomentato. Io resto delle mie idee e penso che alcune scelte fatte – ad esempio Bastianich, socio americano di Farinetti, voce narrante: e che c’azzecca? – siano discutibili, ma credo che al di là delle mie battute di tradizionalista più tradizionalista dei tradizionalisti (mi sarebbe piaciuto vedere nel film il mio fraterno amico Mauro Mascarello o Maria Teresa figlia del grande e indimenticabile Bartolo) il film sia un lavoro onesto, che valga la pena di essere visto. E discusso, come ho cercato di fare io, con la foga che mi prende quando di scena é il vino del mio cuore, quello cui ho dedicato tanti articoli e tanta passione, Monsù Barolo. E nello scriverlo mi sono alzato in piedi e tolto tanto di cappello

  2. Bell’articolo Franco e bel dibattito. Una cosa che contesto tuttavia è la seguente, ricorrente, presa di posizione: “Chi non aveva compreso è stata quindi una gran parte della stampa, quasi tutta quella nazionale e praticamente tutta quella internazionale. Abbagliata dalla vaniglia e dalla marmellata.”
    Mia moglie Kerin O’Keefe, scriveva già su Bartolo Mascarello nel 2002, quando era ancora maltrattato da tutte le guide italiane. Mi vengono in mente anche Nick Belfrage, Ed McCarthy, Tom Maresca, grandi conoscitori del Nebbiolo che non sono mai stati abbagliati dalla vaniglia e dalla marmellata.

    • caro Paolo, grazie per la precisazione, doverosa, che avrei fatto anch’io, citando la tua bella moglie, che ti prego di salutarmi e di cui ho iniziato a leggere il nuovo libro Barolo and Barbaresco. The king and queen of Italian wine, ed il mio maestro Nicolas Belfrage. Loro, e chi scrive, dagli anni Ottanta, il Barolo vaniglia marmellata e magari anche un pizzico di Cabernet o Merlot, li abbiamo sempre “schifati”. O devo dire, in modo più politically correct, schivati? 🙂

  3. Ma alla fine dei conti chi è ora alla testa della denominazione ?
    Chi continua a far scuola con il suo esempio ?
    Non si vince in due.
    E non è neppure questione di vincere, ma chi voleva riscrivere un territorio c’è l ha fatta?

    • no che non ce l’ha fatta. A fare testo nella denominazione Barolo sono vini di stampo tradizionale come Monfortino, Monprivato, Rocche dei Falletto, i vini di Beppe Rinaldi e di Maria Teresa Mascarello, di Mauro Mascarello, di Comm. G.B. Burlotto, Brovia, Cappellano, mica i vini dei Barolo boys ormai attempati e sempre testardi nella loro utopia legnosa

  4. D’accordissimo sulle vostre preferenze baroliste (si dice così?); posso chiedere anche l’opinione sua e di Gorgoni su Giacomo Bologna? forse non c’entra molto, ma sempre di Piemonte e di barrique si tratta; e anche – per la barbera- davvero di rivoluzione in questo caso. Il personaggio poi era simpaticissimo, diversamente da molti B. b.

  5. Che piaccia o no i Barolo Boys sono stati una manna dal cielo per “Sua Maestà il Barolo”.
    Tutti i produttori delle Langhe si devono leccare i baffi e ringraziare coloro che hanno avuto gli attributi di “arruffianare” questo vino e renderlo celebre a livello internazionale.
    La barrique ha metamorfizzato un vino che si vendeva a pochi € in zona, in un cavallo di razza a livello internazionale (questo per quanto riguarda l’aspetto puramente commerciale, perchè anche il vino è business e benvenga se produce ricchezza in un territorio).
    Se poi parla il cuore, mi aggrego al tradizionalisssssimo pensiero zilianesco che condivido pienamente. Il Barolo non ha bisogno di nessun tipo di “aiutino”. Volendo estremizzare, può anche elevarsi nelle vasche di cemento e fare a meno di qualsiasi tipo di botte. Bisogna soltanto dargli Tempo.Quello che il consumatore moderno non ha più.
    Colgo l’occasione per porgere i miei saluti al Sig. Ziliani

  6. @il mio omonimo+raffaele :

    Mi sembra che nel post si affermi che qualcuno vendeva bene anche prima ed anche in usa. L esatto contrario di ciò che sostiene lei.
    La vera manna dal cielo è stata, semmai, la conferma che un modo di fare barolo (tradizionalista) ha rafforzato la sua fama anche in virtù degli eccessi del modernismo.
    Ricordo che il famoso termine terroir comprende anche questo.
    A volte le parole vanno pesate.

    • ovviamente concordo con damiano e trovo talune affermazioni del Signor Raffale Damiano molto avventurate e un po’ prive di fondamento, tipo questa “La barrique ha metamorfizzato un vino che si vendeva a pochi € in zona, in un cavallo di razza a livello internazionale”

  7. Buongiorno caro Ziliani, ( mi permetto perché a lei piace e sa scherzare come tutte le persone intelligenti ) ma in quella foto in cui mostra disprezzo per la barrique,c’era molto freddo o si era ben inceronato per venire meglio in foto 🙂 ?
    Entrando nel merito dell’articolo, condivido pienamente le ammonizioni verso chi, con mezzi più o meno invasivi,artificiosi , stravolge l’identità di un vino ! Mi dispiace dirlo, ma dopo aver visto il documentario, ho provato soprattutto pena per i Barolo boys , la stessa pena, che provai da ragazzo per il mio grande ma povero nonno materno, quando seppi che fu uno dei tanti emigranti italiani( epoca del grande esodo) che tentò di cavalcare il “sogno americano “, quello che forse l’avrebbe riscattato dalla miseria… Ma probabilmente i boys non erano così poveri ! E comunque ho solo riportato una mia sensazione .
    Un’ultima cosa è poi la smetto di annoiarla :-). Quest’osservazione riguarda il suo “maestro” Nicolas Belfrage e in particolare una degustazione di Aglianico in tutte le sue principali espressioni (Taurasi, Vulture etc…) che fece un paio di anni fa e in cui annoverò tra i migliori vini anche quelli “più artefatti”, prodotti da uno dei “maghi” dell’enologia italiana. Forse si sará sbagliato,confuso( credo sia questo il motivo dato che mi fido di lei,Ziliani) ma se permette, da una prima impressione non mi impressionò affatto per le sue doti di degustatore “classico”,anzi !
    Saluti

  8. Volevo provare a dire la mia riguardo a barrique e Barbera, Giacomo Bologna e quello che ne segue, rispondendo a Stefania. La Barbera non è il Nebbiolo. Credo che la Barbera sappia interagire meglio del Nebbiolo con il rovere, assorbirlo e confonderlo a dovere dentro la sua carica di precursori aromatici più immediatamente fruttati, inoltre l’acidità proverbiale della Barbera e la sua minore esuberanza tannica riescono a combinarsi più efficacemente all’impronta aromatica e tannica del rovere. Non ho detto che la Barbera in barrique sia la migliore Barbera possibile, ma questo connubio ha di fatto aperto nuovi orizzonti per quello che sembrava un vitigno, per così dire, meno nobile…

    • Premesso che non sono un degustatore/assaggiatore bensì una persona cui piace bere il vino che soddisfi il mio gusto,
      ringrazio Gorgoni perchè mi conforta sul fatto che, pur essendo astemio a vaniglia e mangiabevi al gusto di frutta, la barbera passata in barrique mi era piaciute in molte, non tutte, sue declinazioni. Quanto ai Barolo boys, il nome dice tutto, young boys, hanno voluto strafare e prima o poi I limiti del progetto sono venuti fuori. Per quanto riguarda il film/documentario vorrei capire dagli autori come, in un mondo in cui si cerca di documentare il passato e le tradizioni, a loro sia venuto in mente di parlare pseudo innovatori infilando magari nel film immagini e parole che più che un viticoltore di Langa ricordano il petrolchimico di Marghera ….

    • visto e considerato che anche le botti grandi sono di rovere, secondo il suo ragionamento il nebbiolo dovrebbe essere elevato in acciaio o in cemento. Cmq niente legno. A meno che, e qui faremo la gioia dei veri tradizionalisti, e non di quelli “à la carte” che tracimano in questi anni, si utilizzi il castagno (come si faceva una volta perchè era il legno + facilmente e immediatamente reperibile in Italia, senza tante pippe mentali, ma anche terrificante nel rilascio di tannini verdi e coprenti).
      Se usate male, la puzza di legno si sente anche con le botti grandi che restituiscono vini scomposti e sgradevoli!!!

      • Signor Papa, perdoni. La sua osservazione mi permette di fare una dovuta precisazione che, sbagliando, mi era parsa superflua. Con il termine rovere, in risposta ad un commento sulle barrique di rovere e la Barbera, intendevo sempre rovere dalla capienza limitata e quindi più ingombrante nella cessione durante l’affinamento. Se poi posso dire la mia, ancora, allora direi che nella vinificazione (non affinamento) del nebbiolo le grandi tine di legno e le vasche di cemento (Rinaldi, Mascarello, Roagna etc.) mi sembrano meglio dell’acciaio, detto questo, non mancano eccellenti nebbiolo fermentati in inox (Fenocchio, Sobrero etc)… parliamo in ogni caso di fermentazioni alcoliche spontanee, di tempi di macerazione medio-lunghi e non diciamo ancora di affinamento (nei casi citati sarà poi sempre in botti grandi). Spero di essere stato più chiaro. Buona domenica, vado a Fornovo

        • la ringrazio per la gentile risposta. Riguardo alla vinificazione non credo che 15/20 gg in acciaio, in vasca di cemento o in tini di legno creino significative differenze tra un vino e l’altro. Non solo non lo credo, ne ho anche testimonianza diretta.
          Sul tema dell’affinamento invece mi pare che la trattazione sia ahimè sempre e anche in qs caso prevalentemente ideologica e partigiana
          Resto dell’idea che la cessione di tannini del legno coprenti ed eccessivi sia presente anche nell’affinamento in botti grandi, sopratutto se impiegate in larga misura nuove. Ecco qui sta la sapienza del produttore, saper dosare. Come sempre tutto è veleno e niente è veleno, è la dose che fa il veleno.

          • Signor Papa Francesco, la ringrazio anche io per l’opportunità, la sua verve polemica nelle argomentazioni mi piace. Nel ultimo suo intervento però fa leva su un paio di osservazioni che considero ovvie rispetto all’età/capienza del legno e la capacità (che prediligo definire sensibilità) del produttore nel dosarlo. Mi compiaccio però del fatto che abbia certezza che in vinificazione materiali diversi inox, cemento e legno siano equiparabili. Enologi affermati e stimati si interrogano ancora sulla questione. Se non si chiamasse con quel nome, mi consenta, direi che lei ne sa una più del diavolo …

    • concordo in pieno con quanto dice Gorgoni e voglio aggiungere una personale testimonianza. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Giacomo Bologna, che andai ad intervistare per la Gazzetta di Parma nel 1984, e ricordo un uomo generoso, pieno di vita, esuberante, diretto, istintivo, di contagiosa simpatia. Ricordo, era il 1985 credo o l’inizio 1986, mia figlia Valentina, che era nata l’ottobre del 1985, cambiata sul divano di casa Bologna (i bambini piccoli ogni tanto fanno i loro bisognini…). Ricordo serate e notti trascorse da Giacomo a bere, mangiare, chiacchierare di mille cose. Ed un miracoloso ritorno a casa, a Bergamo, alle 4-5 del mattino, dopo una bagna cauda, nella sua cantina, dove gli effluvi di vino, aglio, acciughe, peperoni si confondevano e creavano qualcosa di magico. M’avessero fatto il palloncino, in quel ritorno a casa, si sarebbe disintegrato. Di Giacomo mi ricordo ogni volta che scendo in una delle due mie cantine, dove troneggia un quarto di brenta di Barbera 1985 che Giacomo volle donarmi quando nacque mia figlia. E ho tanti ricordi, bellissimi e tristi, come il giorno del suo funerale quando a Rocchetta Tanaro fummo in tantissimi, addolorati e sgomenti per questa perdita, Luigi Veronelli in testa al corteo, che ci privava di un uomo unico, che si era davvero speso per il vino, per la sua adorata Barbera, per la sua famiglia.
      Uno di quegli uomini del vino, con due palle grosse così, con intraprendenza, coraggio, umanità, di cui sentiamo sempre più la mancanza oggi che il mondo del vino é spesso in mano a cosiddetti manager, trafficoni, calcolatori e persone senza un briciolo di cuore e di simpatia. Persona che, magari, sono persino astemie…

      • Caro Franco il tuo ricordo di Giacomo Bologna è davvero toccante. Volevo allora aggiungere al mio commento due postille. Giacomo Bologna è una figura imprescindibile della storia del vino italiano, fenomenale, e non si può fare a meno di ricordarlo ogni volta che si parli di Barbera e di come lui l’abbia elevata di rango. In questo caso mi sentirei di spendere, senza sembrare enfatico, i termini di “epopea” e “rivoluzione”.

        • grazie Pigi. Voglio aggiungere una sola cosa. I vini di Giacomo erano buoni, ma un surplus di qualità era loro riconosciuto grazie alla personalità splendida, debordante, generosissima, senza risparmio, di Bologna. Se quei vini li avesse prodotti e commercializzati un altro che non fosse stato lui avrebbero avuto un decimo del successo che hanno avuto. E questo lo sanno anche gli eredi Bologna, bravi, soprattutto Raffaella, ma non dotati di quel carisma unico e trascinante che aveva Giacomo

  9. L’Autore di questo blog e spesso i suoi commentatori sono molto esperti e forse non dovrei nemmeno permettermi di dire la mia opinione di semplice consumatore. Io ho incominciato ad avvicinarmi al vino molto tardi, e le prime esperienze sono proprio degli anni ’90, circa. Nei miei ricordi di neofita il vino marmellatoso e vanigliato era indubbiamente più buono di quello tradizionale: che mi pareva vinoso e piatto. Non so se ciò che è successo a me sia un modello, ma i vini nuovi sembravano dolci, quelli tradizionali no, e per un neofita alla fine più facili. Anche per la circostanza che la vaniglia e la marmellata sono molto facili da sentire al naso e in bocca, e nell’atteggiamento e nella sciocca, lo ammetto oggi, posa di chi inizia a degustare, è confortante vedere che si è capaci di “beccare” profumi e sentori. Adesso so anche io che erano grossolani. Ecco, il mio contributo è di portare la voce di chi non è esperto, spero che sarò perdonato per le sciocchezze che ho detto. Non entro nel merito di chi voleva fare la rivoluzione, ma è un dato di fatto – ed in ambito giuridico molto studiato- che se la rivoluzione fallisce i rivoluzionari sono declassati a semplici rivoltosi e non se la passano affatto bene. C’est la vie.

  10. Secondo me qualcuno ha pensato male di ispirarsi ai “supertuscan” creando il Barolo (si fa per dire) strutturato,spesso,impenetrabile alla vista e con tutti i sentori di frutta possibili&immaginabili,dalla vaniglia alla mora alla visciola al vattela/pesca. Il fatto che dopo 20 anni siffatti vini vadano bene per innaffiarci le piante non puo’ che farmi brillare gli occhi di gioia. Dopodiche’ mi rendo conto che il Barolo (o il Barbaresco) come le poesie di Gozzano hanno senso per il produttore se SI VENDONO. Ma la domanda e’ se domani il demone mercato chiedesse ai produttori un Barolo o Barbaresco dolciastro,rotondo senza la minima asperita’ per poterlo abbinare (bestemmio) all’hamburger di macdonald o altra mostruosita’ simildolciastra, perche’ magari il gusto medio va in quella direzione, fara’ bene chi si pieghera’ a questo o chi prendera’ dalle proprie cantine l’annata migliore e gliela spacchera’ sulla testa? Inutile dire che le mie simpatie andranno a quest’ultimo! Come e’ inutile dire che pero’ i produttori dovranno trovare il modo di fare cartello sul messaggio (leggi: gusto,sensazioni) che vogliono trasmettere al consumatore, altrimenti il demone mercato imporra’ le sue di regole

  11. Trovo molto interessante il pensiero del sig Gorgoni e importante la considerazione finale riguardo al disprezzo del paesaggio agricolo. Volevo invece fare alcune considerazioni sulla risposta data dal sig Casalis autore del film. Le motivazioni addotte mi lasciano perplesso, la coscienza é una motivazione? La scelta di non avere una linea editoriale o commerciale mi fa capire come l autore possa dare ampia voce a MT Mascarello in Langhe Doc e invece castrare ad una apparizione di 30 secondi l intevento di Bartolo Mascarello nel confronto più noto sull argomento. L’autore si compiace di avere visto sorridere dopo la visione modernisti e tradizionalisti, una platea ridotta. E la platea più ampia di chi ha visto il documentario ridotto su rai Dossier, che non conosce le Langhe e i personaggi del film e la loro storia che messaggio ne hanno colto? probabilmente dato che la voce prevalente é quella dei Barolo Boys in primis della famiglia Altare in un contradditorio sbilanciato é che questi produttori hanno fatto la fortuna del barolo e fatto conoscere al mondo un vino che era sconosciuto e mal prodotto (marsalato , il nonno della Altare deride il nonno che metteva vino con galline mucche e kerosene) . Il messaggio è disinformante perchè non veritiero. Il titolo comprende la parola Rivoluzione che fatico a leggere e mi viene facile cambiare in altre parole ad esempio illusione. Come dice Marta Rinaldi chi sapeva fare il Barolo ha prodotto vini eccellenti anche nei decenni 40 – 50 -60 nelle annate favorevoli. Forse questi produttori la rivoluzione l hanno fatta solo in casa propria dove il vino non veniva ben fatto. Ps la scena della moto sega é degna di un horror un poco trash

  12. mi riferisco all’ultima risposta di P. Gorgoni.
    le mie ovvie constatazioni, come le definisce lei, sono cmq servite a confermare che non esiste alcuna supremazia della botte grande sulla barrique nell”elevazione del nebbiolo. È solo un pregiudizio. Quello che fa la differenza è la sensibilità ( sue parole ) del produttore nell’utilizzo di un contenitore che, grande o piccolo che sia, deve sempre rimanere un mezzo, mai un fine.

    • Papa, lei vaneggia o non ha mai bevuto o non sa cosa sia il vero Barolo. Si beva pure quello dei Barolo boys: e’ adatto a lei

        • No,la guerra continua. Anche con provocatori matricolati come lei che si trincerano conigliescamente dietro ad un Nick name

          • io non provoco, esprimo pacatamente le mie argomentazioni senza presumere alcunchè, a differenza sua che insulta costantemente chi non la pensa come lei. adieu

          • adieu nel senso che toglie il disturbo, sparisce, torna dal nulla da cui é venuto? Deo gratias!

  13. Gentile Signor Papa Francesco,
    ho considerato ovvie le sue precisazioni riguardo al rilascio di un legno nuovo (piccolo o grande che sia). Evidentemente è necessario essere più didascalici. Ho espresso una mia opinione riguardo ad una migliore relazione tra Nebbiolo da lunga macerazione e botte grande, una relazione più efficace nella identificazione dei migliori caratteri espressivi della varietà. Vede, ho maturato l’idea che nel Nebbiolo si debba scavare per estorcergli quella visceralità di sottobosco e di violetta, non accontentarsi con un contatto breve di passiflora e mango. Ho grande rispetto però per chi riesce a trovare equilibri plausibili con altre forme di vinificazione. Non ho nessun pregiudizio (lei con questa affermazione manca di rispetto alla mia professionalità e alla sua buona educazione, strike!). Le mie idee sono maturate in non meno di 15 anni di assaggi meditati e sereni, per migliaia e migliaia di vini a base Nebbiolo (di questo si parla) con cui io ho provato ogni volta, in ogni caso, a stabilire un dialogo. Anche con quelli cui difettava il sentimento.

    • gentile sig. Gorgoni, nella sua lunga esperienza di vino e di vita si sarà reso conto di quanto sia importante l’equilibrio. Peraltro ne fa accenno nel suo intervento. Ecco qui sta il punto, sovente chi scrive, chi solo è spettatore perchè appassionato di vino e spesso anche chi produce sopravvaluta il metodo di vinificazione sulla qualità della materia prima. Sfortunatamente inciampando in un grave errore. Gran parte dello stupendo corredo aromatico che il nebbiolo riesce ad esprimere, sottobosco e violetta (detti da lei), e aggiungo io quella capactià di essere potente ma gentile deriva in piccola parte dal metodo in cantina (sempre che sia rispettoso e non invadente, sia botte piccola sia botte grande con macerazioni sino al completo svolgimento dell’alcool, quindi sempre dipendenti dall’annata) ma dipende invece da qualcosa su cui l’uomo può incidere in maniera adeguata con scrupolose e sane pratiche in vigna (complesse e costose, badi bene) ma che in buona parte è indipendente da tutti noi in quanto deriva da quel complesso di fattori climatici che definiscono un’annata. Non ci sono nè scorciatoie nè ricette magiche. Nè tantomeno interventi a valle.

      • Signor Papa Francesco,
        mi sembra di capire che lei voglia sempre spostare il tiro. Anche in questo caso però, dal momento che si parlava di metodi di vinificazione, non si contemplava l’aspetto agronomico. Diciamo che era ovvio, nella prospettiva di realizzare un grande vino, partire da uve di qualità. Ovvio ma non per lei, quindi ero lì lì per lanciarmi a dissertare di agronomia su questo commento. Immagino che lei avrebbe allora sollevato la questione dei suoli, delle esposizioni, della giacitura e della forma di allevamento e che ne so io. In un esercizio che a questo punto già appare in bilico tra arroganza e pedanteria. Recedo quindi da questo intento come da quello che si possa stabilire un dialogo a tutti i costi. Questione di equilibrio. Questione di sensibilità e di esercizio. Il sorso squilibrato, infine, si sputa.

        • Poi caro Pierluigi, il coraggioso “Papa Francesco” da detto adieu e toglie il disturbo, quindi, con rispetto al vero Papa Francesco, che é persona ben più seria di questo nostro antagonista, alleluja! 🙂

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