Ecco come il mondo delle banche guarda al mondo del vino italiano: fiducia? Zero

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Riccardo Cotarella e non Pieropan o Librandi testimonial di BNL gruppo BNP Paribas

Sono anni e anni, partendo dai tempi lontani e oscuri del Banco Ambrosiano di Calvi trovato “misteriosamente” (?) impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra nel lontano 1982 sino all’epopea infausta del Monte dei Paschi di Siena di Mussari e dei confratelli di merende vari passando per la Unipol dell’”abbiamo una banca!” di Consorte, Fassino, D’Alema e compagni vari e varie altre bancarie “amenità”, che non ho alcuna fiducia (eufemismo) nel sistema bancario italiano.

Come tanti italiani ho un conto corrente bancario (al quale attinse nel 1992 con un farabuttesco prelievo forzoso quell’Amato che solo un pazzo vorrebbe come Presidente della Repubblica. Forse quella dei ladri e degli spregiudicati…) dove ho i miei quattro soldini (non faccio marchette e consulenze varie come altri “colleghi” da lungo pelo sullo stomaco), ma con le banche cerco di avere i minori rapporti possibili.

E se nelle banche avevo scarsissima fiducia, ancora meno ne ho oggi dopo aver visto che come testimonial di una propria campagna pubblicitaria Mestiere Impresa (vedi qui) dedicata agli imprenditori italiani la BNL gruppo BNP Paribas ha scelto non uno dei tanti imprenditori del vino che onorano il nome e l’immagine del vino italiano nel mondo con vini e produzioni di qualità indiscutibile, bensì il presidente della ditta umbra Falesco, nonché presidente dell’Associazione enologi enotecnici italiani e flying winemaker di una quantità di aziende, dal Piemonte alla Sicilia alla Francia, anche dell’azienda umbra di D’Alema, ovvero Mr. Merlot, nel senso che lo metterebbe, ora con il Petit Verdot, anche nel caffè, Riccardo Cotarella. Il più “politico” degli enologi italiani.

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Uno degli enologi ubiquitari e pesantemente interventisti in cantina, ora folgorato sulla via di Damasco dei “vini naturali”, che, a mio modesto avviso, ha contribuito a diffondere un modello di vino italiano standardizzato, omologato, prevedibile, senza caratteristiche varietali e territoriali, tanto rassicurante per le guide e per larga parte della stampa, italiana ed estera, che con Cotarella sono sempre state pappa e ciccia.

Se questa è l’idea del vino italiano che hanno le banche italiane, bene, cari lettori, togliamo i soldi dai depositi bancari e teniamoli sotto il materasso…

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p.s.

Prima che qualche “fenomeno” o magari il winemaker stesso, tiri fuori, cercando di sputtanarmi, la storiella, ve la racconto io.

In passato ho “lavorato” per Cotarella, o meglio collaborato, quando il signore insegnava (se lo faccia ancora non lo so) all’Università della Tuscia di Viterbo. E ci sono mie fatture, di qualche anno fa, che non ho nessun problema eventualmente a produrre anche qui, intestate alla Falesco. Sulle quali ho pagato le mie belle tasse.

Nessuna marchetta però. Mr. Cotarella, con cui all’epoca, anche se scrivevo e gli dicevo de visu che non avevo nessuna stima per i suoi vini, avevo rapporti umani eccellenti, mi chiese, anche in questo caso i testi sono disponibili a richiesta, di scrivere una serie di testi, sul Barolo, il Barbaresco, i vini di Valtellina e altro, che lui avrebbe utilizzato come canovaccio per le sue lezioni universitarie.
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In cambio di nulla, a parte il mio normale compenso professionale (se ricordo bene 4000 euro) perché non ci fu nessun patto occulto. Lui mi chiese la mia collaborazione-consulenza su materie che conosco e tratto da anni, non mi chiese mai di scrivere dei vini della Falesco o di altri vini di aziende di sua consulenza, e io mi limitai a scrivere e fornire i testi. Un rapporto pulito, specchiato, senza coni d’ombra.

Questo prima che qualche pirla, o coglione, o imbecille, scegliete voi l’aggettivo, pensi a tirare fuori in maniera strumentale la vicenda.

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22 pensieri su “Ecco come il mondo delle banche guarda al mondo del vino italiano: fiducia? Zero

  1. Ah! Allora non mi sono sognato! L’ho sentita stamani alla radio (rai radio 2, se non erro), mentre mi facevo la barba. Sono rimasto sbalordito nel sentire sto nome, nella pubblicità. Soprattutto perché (a meno che abbia sentito male) il nome non viene abbinato a una descrizione del personaggio o del ruolo che ricopre. Mi è venuto da pensare. “credo che meno dell’1% degli italiani (parlo del pubblico generalista che ascolta il giornale radio RAI) conosca Cottarella. Avessero detto Paolo Bianchi sarebbe stata la stessa cosa”. Metodo di comunicazione piuttosto strano, mi verrebbe da dire.

    • ma cosa dice! Cotarella uber alles! Todo el mundo conosce il lider maximo dei winemaker italici, il fiammeggiante consulente del compagno D’Alema! Credere, obbedire, combattere!

      • Ribadisco, non vorrei avere sentito male. ma credo alla radio abbiano detto qcs tipo “sentiamo il parere di Riccardo Cottarella”, con la naturalezza che avrebbero potuto usare per, che so, Francesco Totti o Carlo Cracco. Senza nemmeno specificare il ruolo che ricopre o cosa rappresenta. Mi riservo di tendere meglio l’orecchio domani (dato che di solito le pubblicità vengono ripetute ogni giorno). Sono rimasto un po’…cosi…

        • Cotarella enologo di D’Alema e consulente di altri potenti del mondo della finanza tipo i petrolieri Moratti. E di che minchia si stupisce?

  2. Caro Franco,
    in questi giorni stiamo pensando alle stesse cose, mi devo preoccupare? 

    Ieri leggevo un interessantissimo articolo di geografia economica del prof. Raphael Schirmer, da cui ho tratto una breve traduzione in italiano (per chi volesse leggerlo, tutti i riferimenti – traduzione compresa – sono qui sul mio sito: http://www.cantinebarbera.it/it/diario-di-viaggio/359-vino-e-globalizzazione.html )

    Nell’articolo si parla, fra le altre cose, anche dei processi di concentrazione e di finanziarizzazione del sistema vinicolo nei Paesi del Nuovo Mondo, con particolare riferimento agli Stati Uniti: in particolare, è molto interessante il collegamento fra la spinta all’industrializzazione e alla standardizzazione delle produzioni vinicole con l’aumento della capitalizzazione delle aziende produttrici, effettuata sia tramite il massiccio ricorso al credito bancario sia tramite il mercato finanziario (Stock Exchange).

    Il fenomeno, evidentemente, sta approdando anche qui da noi nel vecchio mondo, con risultati – temo – abbastanza prevedibili.

      • Basta, non devo più leggerti quando parli di vino: mi fai venire l’ acquolina in bocca e qui sono in un posto dove imperversano vini cileni, sudafricani, australiani, francesi, e di italiano c è poco poco e non mi fa venire l’ acquolina in bocca tranne che per un Barolo del commendator G.B.Burlotto a 65 euro la bottiglia (un Barolo della linea base, non un cru….). Mi sa che un paio di bottiglie le prelevo dal mio spacciatore di fiducia una delle prossime volte !

    • Forse e’ improprio dire che il ‘fenomeno’ stia approdando anche qui da noi. A suo tempo il sistema bancario ha manifestato interesse globale ( a certi livelli economici non esiste il giardino di casa) ma per diverse ragioni facilmente intuibili, nel vecchio mondo le cose funzionano diversamente che oltreoceano, quindi e’ stato ritenuto che da noi il modello andasse applicato in modo diverso. Di sicuro e stato applicato, ma come sia stato applicato per molti sara’ una amara sorpresa. Comunque l’argomento e’ interessantissimo e meriterebbe essere trattato ampiamente anche in questa rubrica.

  3. Gli gnomi (?) della finanza mettono le mani su tutto ciò che può produrre reddito senza fatica, con moltiplicatori cospicui. Nel vino la fatica l’hanno già fatta e la stanno facendo i produttori (no, non quelli piccoli, ma quelli medio grandi e grandi) e i fondi passano e arraffano. Il background d’immagine è già costruito (paesaggi, naming, doc e docg, personaggi cheverranno usati volenti o nolenti, tipicità e così via). E’ il nuovo mondo, quello della “auspicata” globalizzazione, che renderà tutti uguali, tutti schiavi allo stesso modo degli stessi poteri. Intanto a Milano, a Firenze, a Siena, a Roma, ma anche a Sant’Angelo Scalo, vecchietti frugano nella spazzatura, alla ricerca di cibo e merce da vendere … a un conoscente hanno rubato le parti più basse delle gronde di rame …
    La pubblicità c’è chi la fa per spendere i soldi: cioè per avere le fatture. Poi puoi anche nominare Santa Teresa de Avila a quelli dell’Isis … l’importante è avere la fattura dello spazio pubblicitario. E mi fermo qui.
    (Mai sentito parlare di un sistema parallelo?).

  4. Oggi il bel faccione di Cottarella mi è apparso a schermo intero sul tablet, aprendo la prima pagina del Corriere della Sera on line…sti’ c…..

  5. Quando ho visto quegli spot sono rimasto di sale, così come di fronte a tanti altri consimili di altri istituti; qui e ora danno soldi solo a chi ne ha già così tanti che non ne ha bisogno, agli imprenditori tipo quelli che si vedono nei loro spot chiudono le porte in faccia. Però tutte le banche fanno tantissima propaganda ad una merce (il credito) che non intendono vendere. E’ folle, sarebbe come se io facessi pubblicità al lambrusco. Agendo così stanno buttando soldi, è evidente, e uno spreco simile è strano da parte di imprese (le banche) che con i loro clienti litigano alla morte perfino per un centesimo. Perché lo fanno?

  6. Ciao Franco, come stai? ti sento in forma. Un paio di domande al volo: ma il modo di fare banca contemporaneo che c’entra con l’agricoltura e, per noi, con il vino? e con l’impresa più in generale?

    • scusarmi e di che, di aver fatto il mio mestiere di cronista del vino?
      Mi inchino di fronte all’incarico mondiale di Riccardo Cotarella, che ha già avuto un illustrissimo predecessore in questo ruolo, nientemeno che il cavalier Ezio Rivella (hai detto mai…) e penso che forse Cotarella potrebbe essere la soluzione per l’intricatissima vicenda del sostituto di Napolitano. Perché non pensare a lui, così importante e autorevole, come Presidente della Repubblica? E, Dio non voglia, dovesse mancare l’ottimo Papa Francesco, perché non Riccardo o meglio Cotarellus Primo?

  7. tanto per rimanere in ambito nazionale: circa venti anni fa quando i famosi BOT e CCT non andavano piu’ di moda, le banche indirizzavano verso il mercato azionario.Mi ricordo che il sole 24 riportava che Mediobanca di Cuccia era promoter della costituzione di un fondo speculativo col Brunello di Montalcino ivi inserito.

    • Nessun altro bene è altrettanto prezioso – e destinato a rivalutarsi enormemente – quanto la terra (che non è moltiplicabile). I future “Brunello di Montalcino” non erano (e non sarebbero) campati per aria. I comportamenti connessi sono altro.

  8. E’ vero, il nuovo bottino di guerra e’ la terra. La campagna bellica e indirizzata secondo le necessita’ speculative del momento, espropriando terre con acconci strumenti ( chiamateli come volete, anche guerra con morti), per coltivazioni di ”biocarburanti”, olio di palma, trivellazioni per estrarre idrocarburi, ecc ecc. ( per i campi di vite ci stanno arrivando)
    Il ruolo delle banche e’ fondamentale in quanto sono protagoniste per apporto di capitali necessari all’impresa, quindi sono intoccabili a livello planetario. L’eccesso di voracita’ che ha scatenato la crisi dei subprime e’ stato archiviato come marachella da caricare ai contribuenti. Oggi si dice che le banche non concedono piu’ prestiti, sarebbe a dire meglio non prestano a rischio senza convenienza, ma sarebbe illogico il contrario perche i singoli istituti non hanno piu’ l’autonomia di un tempo in quanto devono sottostare a politiche decise altrove. La pubblicita’ che si fanno non e’ per vendere una merce che non intendono vendere, ma obbedisce ad una certa logica politica, cioe’ serve per pulirsi la faccia dallo sterco, oltre naturalmente a produrre le fatture che ha citato la signora Silvana.

    • Giusto per chiudere il cerchio; non quello specifico di cui ha scritto qui Ziliani, ma quello generico sul ruolo della pubblicità (di cui scrivo con cognizione di causa) aggiungo la seguente considerazione.
      “Le fatture per spazi pubblicitari sono un mezzo inverosimilmente flessibile per produrre ‘margini’ enormi, oltre ad essere scaricabili fiscalmente.”
      Gli spazi pubblicitari e il loro provvidente potenziale sono stati scoperti dalla politica (dai suoi uomini) in occasione di un memorabile meeting sulla pubblicità tenuto a Roma negli anni ’80. In quella circostanza è stata scoperta la manna.
      Ho sempre pensato, sarcasticamente, che la sottovalutare il ruolo potenziale della pubblicità fosse un peccato. Non pensavo ovviamente alla creazione del valore aggiunto, ed è buffo che questo innocente post di Ziliani , in un momento in cui la pubblicità non vive uno dei suoi migliori momenti, riapra – nella mia mente – un vaso di Pandora da cui escono miliardi … miliardi … miliardi …
      PS: sono, in apparenza, andata fuori tema.

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