Benanti, o della devozione di raccontare l’Etna attraverso il Nerello Cappuccio

Etnavigneti
Inutile che ve lo presenti, il mio amico Stefano Gurrera non è solo un ospite di questo blog, che è felice di ospitarne ogni tanto le incursioni enoiche in terra sicula, ma ne è un co-protagonista che si aggira tranquillo per casa sua esprimendo un racconto del vino degno, ma lo dico davvero, di un Mario Soldati. Questa volta Stefano, catanese, ci racconta un grande vino del suo privilegio, della “Muntagna”, e un vino raro e prezioso che della storia e leggenda dei vini dell’Etna è da sempre protagonista, Benanti. Buona lettura. Non so a voi, ma a me questo racconto etneo ha fatto venire un tale desiderio di congiungimento (enoico, ça va sans dire) con il vulcano siculo ed i suoi vini che mi vedo già sull’aereo che finalmente mi (ri)porterà a Catania con destinazione Etna…
f.z.

Ho voluto far crescere in me la determinazione a scrivere quel che avevo in animo di scrivere, dopo aver accolto l’invito a salire a Viagrande a visitare l’azienda Benanti in occasione di una verticale tanto storica quanto irripetibile. E ho avuto bisogno di sette giorni per trovare argomenti che giustificassero il tradimento di una mancata promessa, che sto per consumare, e far sedimentare le scorie di quel turbinio di racconti e informazioni, tra vigneti e paesaggi, tra cultura del monovitigno e zonazioni, tra disciplina enologica e educazione alla genuine tradizioni, tra simboli secolari e molto altro, sintesi di quanto si è esalato tra il tintinnio di cinque indimenticabili calici, da una verticale di nerello cappuccio in purezza, nuova vera chicca dell’enologia etnea e la prima in assoluto della storia della “@vinicolabenanti”.

La mancata promessa? Tutta in un convenevole: “Stefano, avrei piacere che tu parlassi più di questo nerello cappuccio – esternò Antonio – che non dei programmi della nostra azienda, magari avrai occasione di riprenderli dopo”. “Sarà fatto”, la mia risposta, anzi no! Perché senza raccontare la storia che lo ha generato non si potrà capire eccezionalità di questa conquista. NerelloBenanti

Eppure ero abbastanza preparato e ancor più determinato, a voler scrivere e tentare di spiegare il fenomeno di questo nerello cappuccio, un vitigno, sempre vissuto all’ombra del nerello mascalese, e dalle vestigia ininterrottamente dimesse, un vero gregario del mascalese, alla Ettore Milano o Sandrino Carrea, (ricordate gli angeli custodi e gregari di quel mito chiamato Fausto Coppi?).

Preparato e determinato, ribadisco, dopo aver rilevato, qualche mese fa (come vola il tempo!), l’inequivocabile espressione di uno stupore tratteggiatosi sul viso del mio caro amico Franco Ziliani, (chi lo conosce sa quanto sia difficile per lui di stupirsi) quando quella sera di novembre, a Milano, a campanella suonata, sul filo di lana, l’ultimo degli uscieri ci aveva sollecitato a lasciare la sala dell’Hotel Westin Palace poiché l’ “Etna Grand Tour”, l’evento organizzato dal Consorzio, era già finito da tempo ed era ora di chiudere i battenti, lo stesso Ziliani riuscì a strappare al rappresentate di quell’azienda, un conclusivo calice di quell’ultima e unica bottiglia rimasta sul desk, giustappunto un nerello cappuccio in purezza.
FotoFZdegustaVerdicchio

Un assaggio con rito abbreviato e un’ espressione colorita e paradigmatica: “Minchia quant’è buono sto nerello cappuccio!!!”. E via di corsa a farfugliare parole incomprensibili tra chiare smorfie di rammarico per non aver, lui, trovato il tempo da dedicare a quell’azienda la meritevole attenzione che le spettava. Così sono stato costretto a ricorrere al mio libricino tascabile del “Bignami dell’enologia etnea”, per colmare le lacune dello Ziliani, un uomo che padroneggia quasi tutte le aree enologiche d’Italia, e i relativi vini, ma non è mai salito su “ ‘a muntagna” – afferma – cioè l’Etna, e spesso confessa di farsene un cruccio.
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   Così mi appresto a sintetizzare le tappe salienti della storia dei Benanti, che ha portato alla nascita di questo gioiello enologico e che altro non è che l’espressione di una politica aziendale prima e di un passaggio generazionale poi, registrato circa due anni fa quando la coppia di gemelli Salvino e Antonio Benanti a 38 anni sono subentrati in azienda. Portando con sé un solido curriculum di formazione e di esperienze maturate all’estero, prima all’International School di Ginevra ed in seguito alla European Business School ed all’Imperial College di Londra. A cui hanno aggiunto un secondo ciclo di formazione in ambiti separati, sempre in Inghilterra, nel mondo della finanza: Antonio ha superato «una ventina di colloqui» per lavorare in Bloomberg e poi in JP Morgan Cazenove. Salvino ha tracciato un percorso analogo attraverso la Dresdner Bank.

Tre lustri complessivi per far lievitare un’esperienza di vita, e professionale, molto formativa: un vero e proprio processo di “maturazione ed affinamento” di cui il papà, che aveva imposto loro questi studi, aveva già dimestichezza. Grazie alla sua capacità di trasferire la sua filosofia imprenditoriale maturata nella Sifi, un’azienda farmaceutica partita da un piccolo retrobottega di una farmacia, e divenuta in pochi anni la più moderna e importante industria del settore in Europa.

E oggi la forma mentis dei gemelli Benanti pare sia forgiata da caratteri che richiamano più concetti naturali e naturalistici dei “presocratici” che quelli economici di William Petty. Infatti le parole più pronunziate da Antonio per descrivere questo cappuccio sono state, “educazione”, “esaltare l’anima” , “la purezza”, il in coerenza col tormentone di papà che recitava: “la qualità è un’attitudine mentale che non contempla scorciatoie”.

Così il programma dei giovani Benanti si caratterizza nell’audace scommessa di puntare più fishes “solo” sul tavolo verde dei vitigni autoctoni etnei. E questo cappuccio che rientra nella categoria dei “Monovitigni” rispecchia in pieno questo ruolo didattico che l’azienda si è attestata. Grazie a un lungo e prezioso lavorio iniziato da papà agli inizi del ’90 quanto Benanti si rivolse a Salvo Foti per cominciare un lungo periodo di sperimentazioni e di successi. Chiudendo poi questo lungo ciclo durato circa vent’anni quando il testimone è passato prima a Michele Bean e poi all’attuale enologo Vincenzo Calì anch’egli un autentico autoctono che con Foti ha lavorato a stretto contatto di gomito per più di un lustro.
LogoConsorzioEtna

   E le prime annate hanno già dato una prima idea di come queste varietà si esprimessero sull’Etna. “Non abbiamo cercato tagli commerciali che strizzassero l’occhiolino ai mercati italiani e internazionali – afferma Antonio Benanti – ma idee profonde che assolvessero anche compiti e ruoli educativi. Quando siamo arrivati noi nel 2012 abbiamo cercato di selezionane ed enfatizzare gli autoctoni etnei riducendo tutto ciò che non era mascalese e cappuccio o carricante e minnella. E mettendo sull’altare solo il mascalese e il cappuccio abbiamo fatto intendere quale sarà la nostra devozione. Con l’essere stati tra i primi a vinificare gli autoctoni del vulcano abbiamo inoltre, reso “chicche” tutto ciò che non rientrava nei protocolli della doc. Ed uno dei motivi per cui lo abbiamo vinificato in purezza stava nel capire che tipo di contributo avrebbe apportato al blend questo prezioso quanto bistrattato vitigno del cappuccio.

Ma questo non ci basta. Vogliamo capire anche quali territori riescano ad interpretare al meglio questo vitigno e anche gli altri. E questa ricerca ci ha spinto a riallacciare la vecchia joint venture con l’azienda dell’amico Vincenzo Vacirca sul versante sud dell’Etna e per l’esattezza a Santa Maria di Licodia-contrada Cavaliere. Un cru unico, che molti hanno già scoperto e apprezzato, tanto che, dopo esser stato un blend di due contrade, Castiglione di Sicilia e Santa Maria di Licodia, contrada Cavalieri a 900 slm, dal 2012 questo cappuccio sarà solo di quest’ultima contrada”. E non cambierà solo i dati anagrafici, giacché la sua maturazione, a partire dalla prima annata in commercio, cioè 2013, potrà fregiarsi di un affinamento esclusivamente in acciaio”.
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   Alla luce di tutto questo non escludiamo che questo nerello cappuccio potrà diventare il must del catalogo. “E’ piacevole e complesso – chiosa, confortandoci, Antonio Benanti – degno di essere degustato in purezza, esprime nel tempo profumi terziari e chiunque venga a trovarci in cantina vuol portarsi una bottiglia. Roberto Petronio lo ha inserito tra i più importanti vini di Sicilia in “Vini Buoni” fregiandolo con la Corona. Wine Spectator e Wine Enthusiast gli attribuiscono punteggi ben sopra i 90 e il fatto che non goda della popolarità del mascalese e perché è meno “pinoteggiante”, mostra tannini umili, ma nel contempo si riabilita grazie alla sua immediatezza. Ed è il nostro jolly sui mercati internazionali più evoluti quali lo sono quelli della Cina dell’Australia della Germania e dell’ UK”.

Il racconto della verticale

2010 Colore rosso rubino. In fondo la sua missione è stata sempre quella di compensare il colore scarico del mascalese. Ma è un colore che si fa fragranza di violetta, di piccoli frutti, quali la fragolina di Maletto e il corbezzolo. Aprendosi si sposta su erbe aromatiche: Ideale per la cucina cruda giapponese ma anche per da aperitivo. Non sfigurerebbe dinnanzi ad una zuppa di cozze allo zafferano e con un tortino di frutti di mare. La migliore definizione l’ha firmata Antonio Benanti: “ la parte femminile dell’Etna”.

2006 Nessuna crespa dell’olfazione. Fruttuosità originaria deliziosa ma breve, subito vira verso la foglia e la buccia di pomodoro. Poi si amplia ed ecco i profumi delle trattorie siciliane. Subito rinfrescate dai profumi di sedano e cetriolo. L’affinamento in rovere francese di primo e secondo passaggio regala leggera e anche piacevole nuance di tostatura. Il tannino è piatto ma il finale regala concetti profumati di profondità.
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2004 Qui domina prima la roccia nera, poi le essenze terrose di sottobosco e fungo. Ma in seconda battuta emergono componenti volatili dolciastre, crema pasticcera e erbe aromatiche. Sul finire un rosmarino che gioca col balsamico rende sul finire una piacevolezza lineare. Dieci anni e non si siede, non rispecchia il cappuccio e non lascia immaginare il suo futuro. Tante sono le sue potenzialità strutturali. Il più pulito della degustazione. Va bene come aperitivo e pure con un sugo alla cacciatora. E questo la dice lunga. Vino vocato alla longevità: eppure sembra un novello.

2003 Annata calda e nessuno come questo vino l’ha cantata giusta. Aromi della lignina ma è la rotondità ad ammaliarci. Ingresso liscio con molto vegetale che richiama il 2006. Equilibrato ma con toni che lo fanno apparire “mascalelesizzato”.

2002 Il primo impatto evoca la pelliccia bagnata. Segno di un’ evoluzione imprevedibile. Poi, aprendosi, arrivano note fresche nonostante i suoi dodici anni. Tannino più rotondo che delicato e profumi evoluti che richiamo il pepe nero e altri sentori terziari. Con un finale lunghissimo come l’applauso che si riserva ad un mattatore come questo cappuccio…

Stefano Gurrera
Gurrera

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7 pensieri su “Benanti, o della devozione di raccontare l’Etna attraverso il Nerello Cappuccio

  1. I volti antichi di questi signori raccontano in modo eloquente quanto contano il tempo, la passione, la cultura, la pazienza e la visione oltre i soldoni. E la foto di quella terra obbliga a tornarci, appena possibile.

  2. L’Etna e’ un territorio speciale, unico ed irripetibile che non e’ stato bruttato come altre parti siciliane, spero sempre che non venga travolto e per proteggerlo dalla speculazione mi auguro che presto possa diventare area protetta e patrimonio dell’Umanita’. Egr. sig. Ziliani, se non ci e’ mai stato e’ grave colpa e qualora volesse rimediare questa estate, se mi vuole, potrei esserci anch’io.
    Ho avuto modo di provare i vini Benanti al loro esordio sul mercato e promettevano bene. Nella difficolta’ di una Sicilia storicamente afflitta da malattie incurabili, questa famiglia siciliana a cui auguro il prosieguo del successo, ha dimostrato grande capacita’. Sul nerello cappuccio, che ancora non ho assaggiato, recentemente ho raccolto lodi in piu’ ambienti e mi dicono che merita assolutamente. Grazie a Gurrera per averlo segnalato.

    • caro Moschella, pare che in zona Etna io finalmente scenderò, per Contrade dell’Etna, a fine marzo. Intanto comincio – finalmente!- a prendere le misure della “Muntagna”, poi per questa estate abbiamo tempo per metterci d’accordo… 🙂

  3. ma anche il mio orgoglio, di scrivere sul tuo blog, è pari, se non superiore, al tuo. I ringraziamenti, poi, li scrivo, e invierò per posta prioritaria, a parte e su carta pregiata. Inumidita da lacrime di commozione zampillate dopo la tua presentazione. E col pennino d’oro della mia Parker in carattere oncial inglese, bene adeguato ai nobili sentimenti che stamani, tra di noi, si sono incrociati. tuo
    stefanuzzo

  4. La linea Monovitigni di Benanti offre bottiglie di assoluto valore.
    Ricordo un Nerello Mascalese 1999 bevuto nel 2009 di ottima fattura e precisione ed uno Chardonnay 1999 aperto nel 2006 la cui evoluzione non era avvenuta a discapito della freschezza e della salinità. Trovo invece che nel corso degli anni abbia perso un po’ di smalto il bianco Pietramarina (oltre ad aver più che quintuplicato il prezzo dagli anni ’90); mi sono sempre chiesto se in termini di resa/quantità/estensione la produzione, visto il successo, sia sempre rimasta costante.

  5. Ormai “i Benanti” non ci stupiscono più. E il nostro stupore più grosso oggi si lega dinnanzi al ricordo e alla constatazione di quanto siano stati diversi i risultati che tutti, all’inizio degli anni ’90, immaginavano, prevedevano, anzi auspicavano, sull’insuccesso delle sue sperimentazioni, senza che nessuno, compreso me, potesse far qualcosa per stigmatizzare questo atteggiamento. Lo consideravano (e forse anch’io), il dott, Benanti, un folle, ma di una follia al di sotto, non al di sopra, di ogni equilibrio. Invece era una follia sana, produttiva, lungimirante di cui molti di noi ne siamo stati oggi contaminati, infettati. Un virus questo, in verità, risultato poi benigno, terapeutico e ancor più instauratore di una mentalità e una di visione filosofica a cui oggi molti di noi ci stiamo adeguando, anzi sforzandoci a imitarlo. E per questo che voglio esprimere al Cav. Benanti un sentimento di gratitudine per quello che ha fatto sia per la nostra categoria, sia per l’immagine che ha trasmesso e continua a trasmettere (in uno ai figli) della nostra Etna. E le scuse per non essere stato solidalmente partecipe alle sue ambizioni. Pucci Giuffrida produttore di vino

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