Scusate, ma con queste caratteristiche come si fa a prendere sul serio l’Oltrepò Pavese?

oltrepopavese-vigneti
Ferve il dibattito su quello che ho definito un menu del ristorante Oltrepò Pavese che stancamente ripropone lo stesso tristissimo, tutt’altro che metti appetito e grigio menu rappresentato da un piatto tipicamente locale, molto gradito a tanti locali, come il riso… in Cagnone… ma mentre mi auguro che il protagonista stesso del piatto faccia sentire la sua voce e intervenga, vorrei sommessamente ricordare, da milanese residente a Bergamo che ama l’Oltrepò e lo ritenga, paesaggisticamente, più affascinante della Franciacorta, alcuni dati.

Lo stesso Oltrepò Pavese è una grande denominazione, con 13.500 ettari vitati, è un vasto territorio che comprende, a piramide, la celebre “Piramide del Faraone” Panont (ma che fine ha fatto?) 1 Docg, 7 Doc e un’Igt, e vanta, record in Italia, la presenza di ben 3000 ettari di quella pregiatissima uva chiamata Pinot nero, roba che ai suoi competitors, parlo dell’Alto Adige, del Trentino, ci metto anche la Franciacorta (400 ettari scarsi), dovrebbe fare barba e baffi. Non vederli nemmeno.

Bene, come viene destinato buona parte di questo pregiato Pinot noir in Oltrepò? Ad un vino simbolo, che quando mi capita di raccontarlo a dei francesi e dei borgognoni in particolare, strabuzzano gli occhi, poi scuotono sconsolati la testa dicendo “ah, les italiens…”, un vino simbolo del vino da battaglia, da garette di corto respiro, di gusto (cattivo) locale, da provinciali inguaribili: il Pinot nero vinificato in bianco. Frizzante. Hai detto mai… Vino che ha consentito, finché ha funzionato, di inondare la ristorazione locale, in larga parte di un provincialismo cannibale e autolesionista, o certa ristorazione di quella vicina Milano dove l’O.P. ha indirizzato camionate e tir di damigiane.
16293xl

Ma l’Oltrepò è anche la terra, dove si produce Moscato, spesso molto buono, che negli ultimi anni è stato venduto all’estero, negli Stati Uniti, dove è in corso una Moscato mania, non da cantine oltrepadane, o magari anche in piccolissime quote da loro, bensì fornito alla Cavit di Trento, per la linea Cavit Collection, che testualmente on linea racconta che “Cavit Moscato grapes are harvested along the right bank of the Po river in southwestern Lombardy in the province of Pavia, Italy”. E’ la terra, l’Oltrepò Pavese, dove c’è il Riesling, che darebbe e dà ottimi risultati quando si tratta del Riesling renano, ma che in larga parte è invece Riesling italico, welshriesling, come lo chiamano con disprezzo nei Paesi di lingua tedesca.

distrettoOltrepò-logo
E’ la terra dove c’é una Consorzio tutela vini, ma c’é anche e non si capisce a cosa serva a fare, Distretto del vino di qualità, che sembrerebbe occuparsi delle stesse cose del Consorzio…

La terra dove uno dei vini simbolo, la Bonarda, non si capisce mai se debba essere forma, mossa, busciante, affinata in acciaio o in legno, se debba essere secca o tendente al dolce. La terra dove sono nate e morte (o vivacchiano in silenzio senza che nessuno si accorga della loro esistenza e della loro voce, tutta una serie di associazioni di piccoli produttori, che hanno voluto celebrare la grandezza del Pinot nero, del Riesling, dove si sono spesi soldi pubblici in discutibili e improbabili lanci di Bonarda stye), dove il la Docg, il vertice della piramide, dovrebbe essere rappresentato dall’Oltrepò Pavese Pinot nero Rosè, che subito, con geniale mossa, è stato ribattezzato Cruasé. Un nome che parecchi produttori si rifiutano di utilizzare e che per la stragrande maggioranza dei consumatori, a parte quelli locali, è un mistero.
bottiglie-cruase

E’ poi l’Oltrepò, terra di splendidi salami (sto parlando dei salumi, non di certe persone, che un po’ “salami” lo sono…), è il posto bellissimo dove ancora oggi si usano vigne di Pinot nero piantate per fare “spumante” per fare Pinot nero vinificato in rosso, quando non accade il contrario, dove per definire le loro bollicine Oltrepò metodo classico si sono inventati nomi dapprima come Classese, poi Classimo (che in qualche lingua antica è l’equivalente di una parolaccia), per poi sfiorare, per alcuni, l’utopia Talento, e sfociare per i rosati nell’innovativo (?!?) Cruasé.
TrentoFranciacortaOltrepò-loghi

E poi ci sarebbero tante altre cose da dire, sulla poca unità che i piccoli e medi produttori dimostrano di fronte al potere arrogante di imbottigliatori e mega Cantine sociali, che influenzano di fatto la politica vitivinicola oltrepadana, che fanno e disfano e fanno andare via, perché lavorare con loro è una tortura, consulenti e direttori di Consorzio (ultimo, il caso clamoroso di quel galantuomo del collega Matteo Marenghi), su uno spreco continuo di energie e potenzialità. Su uno strettissimo legame tra mondo del vino e politica, anche a livello regionale. Su una Igt Pavia che basta leggerne il disciplinare per mettersi a ridere, visto che propone indifferentemente tutti questi vitigni, tipici e alloctoni al cubo:
PinotnoirwinemakecollectionZonin

Barbera, Croatina, Riesling, Cortese, Moscato, Malvasia, Pinot nero o Pinot noir, Pinot grigio, Chardonnay, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Dolcetto, Freisa, Vespolina o Ughetta di Canneto, Uva Rara, Muller Thurgau, Merlot, Nebbiolo.
pallaalpiede

E con queste caratteristiche negative, con queste palle al piede, con questa immagine offuscata, appannata, poco virtuosa, i vini dell’Oltrepò Pavese (eppure ce ne sono di veramente buoni) come potrebbero essere seriamente presi del serio dal consumatore?

__________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
http://www.lemillebolleblog.it/  e il Cucchiaio d’argento!

 

17 pensieri su “Scusate, ma con queste caratteristiche come si fa a prendere sul serio l’Oltrepò Pavese?

  1. Da autoctono, devo dire purtroppo “Parole Sante”. Parlando di terroir spesso si sottolineano, come è giusto che sia, il fattore bioclimatico e il suolo, tralasciando spesso quello umano. I primi due sono prerequisiti fondamentali, ma se manca il terzo, oppure se è scarso, ciò basta a distruggere totalmente quello che la natura ha donato. È propio il caso dell’Oltrepò, in cui un territorio potenzialmente vocatissimo è devastato dalla scelleratezza delle persone, ciascuna intenta a guardare il proprio tornaconto senza curarsi della collettività e del territorio. Si plaude Cagnoni perché paga le uve e poi a nessun frega più nulla di quello che ci fa. Il nome del territorio e il brand Oltrepò vengono annientati? Che importa, ci ha pagato le uve… Se noi dell’Oltrepò fossimo nati a Barolo o Montalcino e viceversa, noi continueremmo ad avere gli stessi problemi, mentre invece l’Oltrepò sarebbe un terroir tra i più prestigiosi della Penisola.
    Il dispiacere maggiore va verso quei tanti e bravi produttori che nonostante tutte le avversità riescono a tenere duro con prodotti notevoli e che purtroppo non riescono a vendere al prezzo che meriterebbero a causa del contesto paludoso in cui sono inesorabilmente invischiati.

  2. Quando ho letto questo articolo mi si è fermato il cuore per un’attimo. È una fedele, amara e triste rappresentazione del nostro Oltrepò. Il problema non è il territorio, non è il nostro vino ma sono le persone che rappresentano tutto questo.

    Ci sarà il cambiamento…ci sarà!

    • Purtroppo sul cambiamento mi sono ormai disilluso. I pretesti e le occasioni per innescare qualcosa di nuovo ci sono state negli anni, anche molto recentemente (vedasi le ultime vicende giudiziarie). Non cambierà nulla perché non esiste la volontà di cambiare purtroppo.

  3. Caro Franco la tua descrizione è perfetta…nasco e cresco in oltrepo’ ho vissuto il modo del vino fino al 2003…(dal 1986) e credimi ho visto territori con molte capacità in meno superarci di slancio…
    sai cosa manca secondo me ….marketing,programmazione ed organizzazione in primis…(presenti in altre aree da te citate) …il prodotto è di qualità straordinarie peccato che lo conoscano in pochi…
    le cantine sociali e le associazioni produttori fanno poco anzi quasi nulla e mirano a portare l’acqua al loro mulino….ti racconto un aneddoto…
    la ormai defunta cantina sociale di Casteggio nel momento in cui dovette decidere che presidente scegliere tra un dinosauro funzionario di banca in pensione ed un giovane titolare di azienda agricola poco più che trentenne laureato agronomo con master in enologia….beh l’assemblea scelse il dirigente bancario che poteva facilmente accedere ai finanziamenti per implementare le a “cantina”..e nel quinquennio successivo ci fu il fallimento più totale …qualcuno si dimentico che il vino oltre a produrlo…buono e di qualità occorre anche venderlo…..
    ora ti saluto ma ne avrei da raccontare ancora…ancora…e poi ancora…

    • scrivi Giorgio che non ho il piacere di conoscere. Se vuoi creo apposta una rubrica “fatti e misfatti oltrepadani” che tu potresti condurre e dove raccontarci periodicamente quello che sai. Pensaci 🙂

  4. Purtroppo caro Franco ti devo dare ragione su tutto, anzi ti sei dimenticato di segnalare anche il “cattivo gusto” degli oltrepadani (vedi logo consortile a confronto con quello della Franciacorta). Per quanto mi riguarda le cose cambieranno, mi ci vuole solo ancora un po’ di tempo. Un caro saluto

    • io come logo dell’O.P. adotterei gli occhi tuoi bellissimi cara Ottavia. E sarebbe il logo più bello del mondo. E sono convinto che i vini, anche se non buonissimi, andrebbero a ruba 🙂

  5. …e siamo sempre qua a parlare del nostro Oltrepò!!!!!!!!!!!! tutto vero , tutto da condividere… tutto OP DOC (oppure DOCG Cruasè…) .
    Cambierà Ziliani ,cambierà … già circa un anno fa era nata una discussione del genere sul suo blog e qualcosa si è mosso , e non intendo dal prossimo consiglio del consorzio ( che sicuramente sarà speculare a quello uscente) dove solo alcuni san potare , produrre , e presentare vini , ma ci sarà…

    dopotutto siamo oltrepadani e dobbiamo farci male ancora un pò ….

    i ragazzi giusti ci sono anche qui !!!

  6. Buonasera
    ho sempre letto i suoi articoli senza mai prendere l iniziativa di commentarli. Stavolta si perché ha scritto un’attenta analisi dell Oltrepò in cui credo, in cui ho deciso di lavorare ed in cui vorrei costruire il mio futuro. Serve un bagno d umiltà e aver voglia di lavorare insieme per superare le svariate lacune.
    Sono sicuro che l enoturismo può essere una grande opportunità per uscire da questa situazione. Spero presto di conoscerla personalmente intanto la ringrazio per aver ben riassunto una triste realtà.

  7. Pingback: Scusate, ma con queste caratteristiche come si fa a prendere sul serio l’Oltrepò Pavese?

  8. E dopo aver letto con piacere quanto scritto dagli amici,andiamo tutti a farci una bella ribollita in roscana con due crostini di fegato trifolato

  9. Buona sera,
    volevo lasciare un breve commento da giovane viticoltore piacentino premettendo che non voglio giudicare nessuno e non sono molto informato sulla storia del territorio O.P. però anche noi stiamo cercando di uscire dalla stessa situazione e l’unica cosa che potrà aiutare per uscirne vincitori è modificare i disciplinari più meno accettabili ed eliminare tutto ciò che crea un ostacolo per la produzione di un buon vino. Questo è l’inizio di una ricetta magica che ha reso vincenti tanti vini ma l’ingrediente che fa da collante per tenere assieme il tutto è L’INIZIATIVA, LA DETERMINAZIONE e L’UNITA’ di tutti gli Agricoltori/Imprenditori che hanno creduto in questo progetto.
    Nella storia le cose sono sempre cambiate. Cambieranno anche oggi!

  10. Pingback: Incredibile ma vero: un gruppo bresciano salva Cantina La Versa | Blog di Vino al Vino

  11. Pingback: Oltrepò Pavese: come al solito, direbbe Shakespeare, tanto rumore per nulla | Blog di Vino al Vino

  12. Pingback: Venerdì sera, nella mia Milano, a confermare che credo nella rinascita dell’Oltrepò Pavese | Blog di Vino al Vino

  13. Pingback: Venerdì sera, nella mia Milano, a confermare che credo nella rinascita dell’Oltrepò Pavese | Blog Vino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *