Comunicati stampa sul e dal Vinitaly: ma quante balle si raccontano…

Pesceaprile

“Pino Khail, “il più grande giornalista del vino dell’ultimo secolo”? In quale realtà parallela? 

Succedono cose confuse prima e durante dopo la Vinitaly Vanity Fair, quella rassegna che secondo qualcuno, che probabilmente ha interessi personali da difendere, nel senso che a Vinitaly ci lavora e da Vinitaly e dintorni trae vantaggi, sarebbe irrinunciabile, tanto da arrivare, nella sua difesa accorata (don’t touch my Vinitaly sembra urlare quasi isterico e preoccupato che possano portar via il gioiellino tanto caro…) ad inventarsi per il suo articoletto un titolo di uno squallore e di uno sprezzo delle cose serie senza pari: Je suis Vinitaly.

Come se si potesse seriamente porre sullo stesso piano la protesta e la solidarietà mondiale espresse con la parola d’ordine Je suis Charlie dopo il vile attentato di terroristi islamici contro la redazione parigina di Charlie Hebdo, con una solidarietà, di comodo, ad una kermesse del vino che nessuno si è sognato di rendere oggetto di attacchi terroristici, ma semplicemente e giustamente di criticare per la sua assoluta inadeguatezza, perché è diventata… Beh, quello che penso l’ho già scritto e a chiare lettere qui.
JesuisCharlie

Je suis Vinitaly? Ma che ca..volo dice mai quello? Ma che non dica monade e si goda, finché dura, la sua posizione di potere! E se poi lui, quell’omino piccolo piccolo, s’identifica con Vinitaly sono problemi (seri problemi) suoi…

Accade dunque che nell’euforia (o allegria di naufragi?i per dirla con Ungaretti?) del Vinitaly si scrivano tante cose e che a noi giornalisti arrivino tonnellate di comunicati stampa simil-spam che se li volessimo compulsare e analizzare bene offrirebbero spunti per tonnellate di articoli.

Vini vegani, presentazioni con tanto di starlettes, annunci di parate di politici e giornalai improvvisamente saliti sul carro del vino, conduzioni di dibattiti affidate a petulanti prezzemolini o un duo con qualche santo in paradiso (leggi vertici Rai).
Oggicomiche

Un comunicato che mi ha fatto particolarmente girare le scatole, perché arrivato non da una minus habens (ce ne sono tra le p.r. del vino, ce ne sono…), ma da una seria professionista che stimo, che lavora per un Consorzio serio, è quello nel quale dove aver salutato la “vivace edizione di Vinitaly 2015 conclusasi ieri con 150.000 visitatori e tanta pioggia”, l’autrice del testo ci ha ricordato un paio di progetti, di cui non mi può fregare di meno, che “rientrano nella campagna di comunicazione in vista del prossimo EXPO accompagnati dal claim Orgoglio Italiano” (orgoglio de che?) fino a concludere annunciando i nuovi componenti della giuria del “Premio Fuoriclasse, nato per valorizzare personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, dell’imprenditoria e della comunicazione, che grazie al loro coraggio, al loro impegno e soprattutto alla loro creatività, hanno contribuito ad accrescere la percezione del miglior made in Italy nel mondo”.
Torcoli

Nulla da dire sui tre personaggi scelti, ma quando ho letto le motivazioni del premio dato al mio collega, persona mite e simpatica, Alessandro Torcoli, un ragazzo in gamba e dall’ottimo palato (sta tentando l’ardua impresa di diventare il primo italiano Master of wine: forza Alessandro!), scritte, temo, non dalla brava p.r., bensì dall’entusiasta, forse anche della proprie grappe, Mastro Distillatore veneto, sono saltato sulla sedia.

Passi per la retorica a tonnellate, passi per il giudizio mooooolto generoso sulla rivista che Alessandro dirige e dove si legge una difesa d’ufficio del Vinitaly che avrebbe tranquillamente potuto scegliere il “fenomeno” di Je suis Vinitaly.

Civiltàbere

Passi il far passare Civiltà del bere, “fondata nel 1974 da Pino Khail” come “la rivista storica del vino italiano” anche se i sassi sanno bene come questa rivista, soprattutto quando a dirigerla era il “giornalista professionista triestino, esperto di marketing e di pubblicità”, scomparso nel 2011, si sia soprattutto distinta, nonostante ospitasse contributi di fior di professionisti (due nomi su tutti, il grande maestro Cesare Pillon e l’amico Emanuele Pellucci), per essere stata una sorta di “house organ” delle Grandi Aziende del Vino Italiane. Alcune delle quali in particolare, una decina, sono sempre state vicine, hanno dimostrato tangibilmente molto affetto per la rivista.

Però quando ho letto nelle motivazioni per la chiamata nella “prestigiosa” giuria le seguenti parole, ovvero “Alessandro Torcoli: Sei diventato in pochi anni un grande giornalista molto vicino al Tuo maestro e nonno, Pino Khail, “probabilmente” il più grande giornalista del vino dell’ultimo secolo. La Tua passione, ma anche il Tuo talento naturale, fanno di Te non solo un attento e profondo giornalista ma anche un grande degustatore e un nobile ambasciatore del nostro vino e delle nostre grappe nel mondo. La tua rivista contiene il DNA del mondo del vino e dei distillati come nessuna; in ogni articolo non ci sono solo i prodotti ben raccontati, ma anche l’anima, la passione e il talento dei produttori”, sono stato preso da una sorta di rivolta. E di nausea per tanto zucchero sparso a piene mani, che immagino abbia imbarazzato anche Torcoli.
Khail

Ma in quale mondo bislacco e contorto si può arrivare a definire Khail, anche se il giudizio è temperato dall’avverbio “probabilmente” utilizzato (ma allora siete sicuri o no di questa designazione o appare anche a voi ridicola?), quale “il più grande giornalista del vino dell’ultimo secolo”, dimenticando che cento volte, ma che dico, mille volte meritevole di Khail di questo titolo è stato un signore, di cui forse il grappaiol’entusiasta si è scordato, che si chiamava Luigi “Gino” Veronelli?

Lo voglio dire chiaro, io non tento come ha disinvoltamente fatto qualche collega, di accreditarmi – domine non sum dignus – come erede, allievo, continuatore di Veronelli. Qualcuno che l’ha fatto o è stato dichiarato “nuovo Veronelli d’Italia” in un recente articolo rappresenta la barzelletta del secolo…
Veronelli_470x305

Veronelli l’ho criticato quand’era ancora vivo, per motivi legati a chiari conflitti d’interessi rappresentati dalla sua compagna francese e dalle sue attività commerciali, e sono stato contraccambiato con argomentazioni poco eleganti e degne della sua superiore intelligenza cui non ho mancato a mia volta di rispondere.

Però solo un pirla, cosa che non ritengo di essere, potrebbe provare a non osservare, come ho fatto, in occasione dei primi dieci anni dalla morte dell’uomo di via Sudorno 44, come Veronelli abbia potentemente “segnato le nostre vite”. E non avrebbe ricordato una solare evidenza, ovvero che “nessuno di quelli che oggi fa questo strano mestiere di “cronista del vino” avrebbe seguito questa strada se non l’avesse tracciata, per primo, e per molti aspetti in maniera insuperata e insuperabile, Gino”.
Cosaseria

Vedere oggi, seppure nel quadro di un frettoloso o “fritoloso?” comunicato stampa vinitalesco, un giornalista e soprattutto “esperto di marketing e di pubblicità” come il pur rispettabile Khail, pace all’anima sua, preferito a Veronelli nella proclamazione, che pur lascia il tempo che trova e di cui non resterà alcuna traccia, quale ”più grande giornalista del vino dell’ultimo secolo” è cosa non sono ridicola, ma che grida vendetta. Ovviamente al cospetto di Bacco.
Luigi-Veronelli

Questo giudizio, facciamoci una grassa risata sopra, non è una cosa seria e dotata di qualsivoglia fondatezza: Gino per primo ne avrebbe sorriso inventandosi un calembour dei suoi per commentarla…

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