Una verticale del mitico Château d’Yquem elettrizza Milano

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Wilma Zanaglio ce la racconta a modo suo…

Provate a dire che questo blog non valorizza adeguatamente i suoi collaboratori! Ricevuto il graditissimo invito a partecipare a questa verticale, dopo essermi accorto che per quella data mi sarei dovuto trovare altrove, ad Alba, a degustare per cinque giorni qualcosa come 480 tra Roero, Barbaresco e Barolo, mi sono detto: ma chi mandare a rappresentare Vino al vino a questo prestigioso ed esclusivo appuntamento? La risposta è stata ovvia ed immediata: ma la Wilma ovviamente! E chi se non la più sciccosa e simpaticamente radical chic tra le mie storiche collaboratrici dai tempi di WineReport, la sommelier gardesana dal naso delicato e dal palato inflessibile e dalla scrittura deliziosamente autoreferenziale e in diretta (lei ama scrivere al presente, come facesse la cronaca live dell’evento e non lo raccontasse), ovvero Wilma Zanaglio?

Ed ecco pertanto Wilma raccontarci, beata lei, questa infilata di annate, pardon, millésimes, “dello Château più famoso al mondo”, del sinonimo di Sauternes, di vino “da meditazione” e da sogno, ovvero Yquem.

Ma che sia l’ultima volta, cara Wilma, la prossima volta, a rischio di sdoppiarmi, di essere contemporaneamente ad Alba e a Milano, oppure ad Yquem e a Montalcino, una verticale di Yquem non me la perderò a tutti i costi. Promesso…
Ad ogni modo buona lettura e un bravo, come sempre, a Wilma, chapeau!
f.z.

Lunedì 11 maggio Alessandro Sarzi Amadè, titolare dell’omonima e famosa azienda importatrice di alcuni dei più prestigiosi produttori d’oltralpe, ha organizzato per un pubblico selezionato di giornalisti e clienti una verticale di Château d’Yquem. Una giornata veramente unica! Un grazie particolarissimo a Sandrine Garbay, enologa in Château d’Yquem, che ha raccontato con una professionalità appassionata le annate, la filosofia e la storia dello Château più famoso al mondo.

Capelli cortissimi, sorriso aperto ed empatico, sguardo diretto, Sandrine ha fatto scendere Zeus dall’Olimpo e ce l’ha messo a disposizione; incredibile, unica, irripetibile giornata in cui capita di incontrare un mito, di degustare il nettare più amato e desiderato e di poter parlare con chi lo progetta e realizza. Grazie ad Alessandro Sarzi Amadè per questa stupenda occasione, grazie a Sandrine Garbay per la sua grazia e la concreta naturalezza.
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Il pomeriggio è iniziato con tre annate di ‘Y’ d’Yquem [2012 2011 2000] ed è proseguito con 6 vendemmie di Château d’Yquem – oggetto della mia narrazione – ve le presento non secondo l’ordine di servizio -che è stato dalla vendemmia più recente alla più vecchia- ma secondo una mia personale classifica. Una graduatoria della felicità del gusto e dell’armonia.

Il 2009 giganteggia sugli altri. Su tutti gli altri. In ognuno di loro c’è quel qualcosa di straordinariamente semplice e irripetibile che caratterizza Yquem e che il cervello registra come puro piacere, quell’indicibile facilità delle cose molto buone che arriva dritta nel cuore, quell’unicità che è possibile solo raccontare a lungo senza poter essere definitivi. Eppure in mezzo a tanta diffusa bontà questa vendemmia si distingue chiaramente per armonia, persistenza, complessità. È sfaccettato, longevo, ricco ed espressivo: l’archetipo, il perfetto emblema di Château d’Yquem.

Sandrine Garbay dice che in azienda lo paragonano al 2001, un’annata che sembrò essere difficilmente replicabile, ed ecco invece che arriva il 2009! Il colore è brillante, acceso di una lucida vivezza, paglierino non carico e con qualche riflesso di oro verde. Il naso è pieno ancora fresco e in continua progressione regala nuove intense e precise suggestioni: crema pasticcera con distillato, vaniglia, torrone, un’elegantissima speziatura di curry, zafferano, liquirizia verde. La bocca è solida e suadente, è piena e viva. Giovane. Meraviglioso. Je l’adore!

Il 2007 è il secondo nella mia personale graduatoria, era tonico, lievemente tannico con richiami al mallo di noce, un tocco di pepe e tabacco, i toni caldi oscillano tra la mela cotogna e le noci, la confettura di Mirabelle e una punta senapata, una matura frutta esotica e l’agrume di pompelmo e cedro. La bocca rileva un tessuto vellutato, un raso liscio e resistente; acidità e grassezza in ottima bilanciatura. Il misurato equilibrio tra dolcezza e scheletro acido ripropone, con grande eleganza, un lieve accento sul tannino: è squisito!

Il 1995 e il suo opposto, il 2011, occupano insieme il terzo posto: là dove uno è fine ed elegante l’altro è grasso opulento e intenso; uno è scarico di colore l’altro è armoniosamente caldo e deciso nella sua tonalità oro, venata d’arancio. Brillanti entrambi di una luce radiosa.
Yquem

Il solare, arancio dorato del 1995 è fatto di zafferano, marron glacé; la prima bottiglia che è stata servita è stata considerata da alcuni poco pulita, portava una leggera nota di fungo che personalmente non dispiaceva affatto, anzi era proprio interessante. La seconda bottiglia andava verso l’agrume: la buccia d’arancia candita e il miele d’agrume. Le due bottiglie erano in effetti differenti.

Il 2011 è di colore chiaro, con riflessi verdi, sale al naso con l’incredibile freschezza e florealità della gioventù, i sentori sono di pompelmo, di frutta tropicale, di erbe aromatiche, di fiore di sambuco e della vite, di pera, di pesca bianca, non ancora Mirabelle. Il Sémillon sta cominciando il lavoro di conquista, è lui che spunta gli artigli del Sauvignon per renderli dolcemente vellutati, per fare in modo che tutta la mineralità del terroir a sud delle Graves diventi la cifra della sua sublime sapidità. Il finale di bocca è lungo, e gioca tra mineralità, fruttato e una leggera tostatura. Entrambi assolutamente affascinanti.
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Il 2000 è fitto, denso, oleoso, il colore è giallo oro; pochissime bottiglie prodotte a causa di un intero mese d’acqua nell’ottobre 2000 e che ha permesso di salvare solo le prime raccolte. Al naso è intenso, riconoscimenti di biscotto, anice, albicocca secca, aragosta (vi sembra possibile?). In bocca era carnoso, tattile, fisico, una soave masticabile carezza. È sorretto da un’acidità notevole, che altrimenti non potrebbe convincere e penetrare l’oleosa morbidezza -che vince senza dubbio ma- che non arriva mai a fargli smarrire l’equilibrio. Unico e raro.

Infine il 2013, un infante che già parla perfettamente la lingua della famiglia d’Yquem, un burroso colore chiaro lievemente dorato; un naso sfaccettato e fresco che offre aromi di pere caramellate, vaniglia, erbe aromatiche fresche (menta?), frutta esotica, mango e spezia dolce. Liscio, ricco e docile al palato, e pure maschile e pepato, quasi sapido, l’arancia candita affiora a tratti assieme ai chiodi di garofano. Finale molto lungo, molto raffinato davvero.
Le sue due anime sono qui ancora distinguibili, la freschezza speziata floreale ed erbacea del Sauvignon e la cremosa esotica dolcezza del Sémillon si fonderanno presto. Ora è perfetto per diffondere la nouvelle vague dei Sauternes consumati in gioventù, ma c’è una voce in me che sussurra che sarebbe un grande peccato.

Ogni annata porta con sé colori, gusti e sapori differenti, con possibilità d’invecchiamento lunghe per tutti e lunghissime per alcuni. Sandrine Garbay ci racconta che esiste un dibattito sui tempi e modi di consumo del Sauternes che divide in due le opinioni: chi lo vuole solo invecchiato e da bere in situazioni super collaudate e iconiche [foie-gras, Roquefort ecc.] e chi vorrebbe spingere per un consumo anche in estrema gioventù e verso accostamenti [quasi] quotidiani.

La spinosa questione dell’accostamento al cibo [vi prego smettiamo tutti di usare la bruttissima parola ABBINAMENTO che fa tanto estrazione del Lotto!] con il Sauternes in generale e con Yquem in particolare si complica di molto. Le generalizzazioni e gli schemi non colgono mai la verità, ma qui particolarmente la mancano. In questa – meravigliosa – verticale abbiamo degustato vini molto differenti tra loro, una lunga, sapida acidità minerale li accomuna. In tema di matrimonio con il cibo premetto questo: non ho ancora trovato piacere ad accostare un piatto decisamente zuccherino ad un vino secco, continuo a riscontrare da parte di vini con residui zuccherini anche importanti [e qui oscilliamo tra i 120 e i 140 gr litro] grandi possibilità di unione con piatti salati e acidi purché, si intende, siano di una struttura e complessità adeguata.

La perfezione sfugge, ingarbuglia e appanna le idee quando è cosi palese e offerta con totale precisione. L’equilibrio e l’armonia sono silenziosi. In questi vini c’è sempre una zona d’ombra e per quanto ci si dilunghi con la descrizione non è mai abbastanza. Così è il loro accostamento al cibo, imprigionato dentro vari e diversi miti, liberiamolo almeno dall’errore di considerarlo unicamente un vino da dessert! Per il Sauternes bisogna riscoprire quel piacere opulento di reminiscenza rinascimentale di inserire elementi dolci in piatti salati: la sapidità, certe intensità e scelte di ingredienti [il curry, lo zafferano o addirittura miele] in piatti di carni bianche o pesce, senz’altro le frattaglie in generale sono i giochi indispensabili per recuperare tanta incisiva dolcezza e impegnare una struttura acida così solida.

Wilma Zanaglio
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http://www.lemillebolleblog.it/  e il Cucchiaio d’argento!

 

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