Elba rosato Vigna Tea 2014 Sapereta

Saperetarosato
Ovvero come “cucinare” con quel che passa il convento…

Si è soliti dire che la bravura di un cuoco, parlo di quelli normali, non di quelli fotogenici e cracchettoni che si pavoneggiano, pagati un sacco di soldi, nei vari programmi (master di qui e master de ‘sto…) televisivi, cui partecipano sottraendo tempo a quello che dovrebbe essere in teoria il loro lavoro ai fornelli, la si riconosce dalla capacità di tirare fuori un piatto piacevole e con un minimo di coerenza da quello che c’è in casa o che si trova in frigorifero.

Lo stesso discorso, mutatis mutandis (che è un’espressione latina e non è argomento da gossip magazine) dovrebbe valere anche in campo vinicolo, dove la capacità di un produttore di vino la si vede anche dall’abilità di cavarsela con quello che passa il convento, pardon, il vigneto.

Troppo facile, per fare gli enofighetti, piantare, ammesso e non concesso che tale pratica, che io aborro, questa o quella varietà, à la mode, internazionale, farsi fare il vino dall’enologo o winemaker furbetto di turno, quello che se la cava comunque vadano l’andamento stagionale e la vendemmia, quello che sa bene dove pescare “l’aiutino”, quello che è portato in palmo di mano dalle varie guide (che ti guidano, ma dove, verso il precipizio?), e tirare fuori il vino, tailor made, in grado di soddisfare un gusto medio non molto esigente e spesso scarsamente competente…
Genius_Loci

La nobilitate, a mio modesto avviso, si fa utilizzando, al meglio, le uve della tradizione, quelle che vantano un genius loci, un lungo ambientamento e feeling con il territorio dove si trovano, quelle che sono state piantate non per caso e non perché fossero degli enopirla, dai nostri antenati, quelle che esprimono un legame con il terroir dove crescono. Dove sono vinificate e trasformate, nel mistero gaudioso della vinificazione, in vino.

Quando trovo un vino, che sia grande o piccolo, per me l’importante è che sia vero e sincero, che è fotografia fedele della terra dove cresce, ecco che sono felice, ecco che lo bevo con piacere, lo apprezzo e mi viene voglia di scriverne e di raccontarvelo.
BancoRosatiModena

Lo sapete bene, se seguite questo blog, se seguivate la rubrica che ho curato per quasi tre anni per un portale che oggi il vino ha totalmente eliminato dai suoi spazi, quasi se ne vergognasse, che adoro i vini rosati. Che li bevo con gioia, che amo consigliarveli.

E sapete, l’ho annunciato qui, che mi appresto a mettermi alla prova, che mi sono dato un compito non facile, creando, accanto a Vino al vino e a Lemillebolleblog, un terzo wine blog, in uscita prima di fine anno, dedicato proprio ai rosati. Che hanno tanto bisogno – perdonate l’immodestia – di qualcuno che li conosce e li ama veramente che se ne occupi e che li racconti al colto e all’inclita.
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Ed è proprio un rosato, bevuto ad inizio agosto in quell’incanto che è, anzi potrebbe essere, l’Isola d’Elba, la più grande delle isole dell’Arcipelago Toscano, che ha fatto emergere questa consapevolezza, durante una piacevole visita ad una delle più note cantine elbane, che trovi sulla strada che conduce verso il comune di Porto Azzurro, località perla della Isola d’Elba, dove purtroppo, come ho già scritto, la cura e la manutenzione del borgo da parte dell’Amministrazione pubblica lascia piuttosto a desiderare. E basta allontanarsi di poco dalla piazza principale per imbattersi (vedi foto sotto) in vicoli del centro storico dove degli spazzini, pardon, degli operatori ecologici, non v’è traccia alcuna. E dove quando si va al ristorante, in certi locali con ambizione stellate, ci si s’imbatte in cialtroni, per dire metà del loro nome, che sui vini praticano non il già esoso ricarico del 300%, ma del 400%. Roba da chiamare i Carabinieri, che a Porto Azzurro hanno la loro Caserma poco distante…
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Tristezze del degrado isolano a parte (e poi ve le “consiglio” certe pescherie, dove vi vendono a caro prezzo del pesce spada che ancora un po’ e cammina da solo, tanto poco è fresco…), recarsi all’Elba e a Porto Azzurro vale la pena, anche solo scegliendo come obiettivo l’azienda agricola Sapereta, che è azienda agricola produttrice di vini, ma anche accogliente agriturismo e buon ristorante, dove vi accoglie l’elbano Italo Sapere, agronomo, nipote di quell’Italo Sapere omonimo, “figlio di contadini e minatori, anch’egli contadino e minatore, che nel 1927 si mise in proprio, acquistando il nucleo dell’attuale azienda, costruendo la prima cantina di famiglia”.

Svariati e buoni, senza essere entusiasmanti, almeno al mio palato, i vini prodotti, dai due Elba bianco Vigna Tea e Le Stipe, con uvaggi diversi, al Vermentino, molto piacevole e beverino, che io vorrei più minerale e salato, più profumato di mare. Ma il vino che mi è piaciuto di più, a parte un succoso e beverino Elba Rosso, dove il Sangiovese è accompagnato da un venti per cento di Syrah, che c’è ma non gigioneggia, e agli ottimi Elba Moscato passito e ad un signor Aleatico (chapeau), dolce al punto giusto senza essere stucchevole, dalle infinite sfumature di profumo (dai fichi al cioccolato all’uvetta agli agrumi canditi), è stato proprio un rosato. L’Elba rosato Vigna Tea.

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Un vino che teoricamente, anzi, filosoficamente, non dovrebbe garbarmi più di tanto, perché io non credo che l’Aleatico sia un uva da rosato, anzi, (e penso che chi produca un rosato con Aleatico in purezza sbagli, perché l’aromaticità e la dolcezza dell’uva te la porti comunque dietro) ed i rosati che mi piacciono non sono mai dolci, caramellosi, ruffiani e morbidoni, ma che invece, parlo dell’Vigna Tea, mi ha convinto, perché ha voluto essere un rosato del territorio, un rosato fatto con il Sangiovese, che all’Elba è da sempre presente, con un dieci per cento di uva Aleatico, ovviamente fresca, non appassita.

Sapere, che di vino e di vita ne sa, lo dice il cognome, avrebbe magari potuto caratterizzarlo aromaticamente di più, come già fa con i vari bianchi, con una quota di qualche stravagante vitigno internazionale (che altri, noti e meno noti, all’Elba utilizzano: non sempre con risultati entusiasmanti).

Invece, concedendosi il suo divertissement, solo 900 le bottiglie prodotte, con uno stravagante ma alla fine buono Elba rosato frizzante, tutto a base di Aleatico (e lui fu il primo, ben 15 anni fa a produrre un rosato isolano, con dell’Aleatico della Capraia nientemeno…), con il suo Elba rosato non ha voluto prendere scorciatoie, ha voluto cucinare… con quello che passava il convento, con quello che tradizionalmente aveva in vigna.
retroetichettaSapereta

Ed il risultato, con il 2014, e speriamo che i risultati con le uve di questa caldissima estate 2015 siano altrettanto buoni e che Giove pluvio non faccia capricci e lasci fare nel migliore dei modi la vendemmia ai viticoltori elbani, mi ha soddisfatto. Anche se questo rosato non raggiunge a mio avviso la piacevolezza raggiunta dall’ottimo Elba rosato di un’altra azienda elbana che vi ho già decantato ovvero Le Sughere di Montefico. Un rosato 100% Sangiovese.

Questo della Sapereta è un rosato, dal bellissimo colore cerasuolo, succo di lampone, molto simpatico, molto estivo, beverino e goloso, dal naso intrigante, con pompelmo rosa e ciliegia in evidenza, ma anche note di rosa canina ed una sorprendente, discreta vena aromatica e al gusto un buon equilibrio, con una nitida nota sapida e un’acidità fresca che bilanciano quella leggera morbidezza, quella “tentazione” di dolcezza data dal fruttato succoso dell’Aleatico e dalla fruttuosità del Sangiovese “di mare”, ovvero elbano, che ha tannini, ma ingentiliti dal clima mediterraneo, dal sole, dall’azzurro dell’isola.

MareElba

Un azzurro di quelli che ti restano dentro e che temo dovrò coccolarmi come un ricordo sino alla prossima volta, se ci sarà, che farò ritorno a quest’Elba che, catullianamente parlando Odi et amo… Con prevalenza dell’amore, ça va sans dire

ODIETAMO

Azienda Agricola Sapereta
Porto Azzurro (LI)
Isola d’Elba
Tel +39-0565-95033
e-mail info@sapereta.it
sito Internet www.sapereta.it

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