Paolo Marzotto: elogio della velocità, ma senza dimenticare i pregi della lentezza

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Non avrei mai pensato che un giorno avrei pubblicato, su Vino al vino, un articolo elogiativo su vini siciliani espressione non dei tanti, meravigliosi vitigni autoctoni dell’Isola, ma di quei vitigni internazionali per i quali non provo particolare passione nemmeno quando sono utilizzati (Bourgogne e Champagne a parte: un altro mondo) in Francia.

Non conosco e non ho mai bevuto i vini di cui parla, con scoperto entusiasmo, l’autore di questo articolo. Ma a Stefano Alfonso Gurrera, amico, prima che preziosissimo collaboratore catanese, uomo di grande cultura e sensibilità oltre che penna raffinatissima, tutto è consentito. Anche un elogio di un Merlot o di un Petit Verdot di Trinacria

Eccovi pertanto, con tanto d’inchino, perché Gurrera è sempre Gurrera, l’articolo dedicato ai vini prodotti nell’azienda siciliana di un personaggio straordinario come il conte Paolo Marzotto, il “conte di Valdagno”, imprenditore, non solo vinicolo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Se lo dice Stefano che questi vini sono buoni, c’è da fidarsi. Parola di Gurrera…. Buona lettura!

“A volte bisogna esser duri senza mai smarrire la tenerezza. Altre essere veloci senza mai perdere la lentezza” . Non sono dogmi per potenti o piccoli “autocrati democratici”. Sono ossimori esistenziali, per non dire filosofici, che a volte servono a governare i ritmi lenti della propria vita o a mantenersi in rapporto con i veloci mutamenti del mondo esterno, senza smarrire l’inconscio della propria vita. Oppure sogni nel cassetto o della vita. Di certo questa astrazione l’ha incarnata in modo così manifesto un personaggio che non appartiene solo al mondo del vino. Personaggio dal nome, e cognome, ridondanti. E un titolo gentilizio: Paolo Marzotto, “Il Conte di Valdagno”, figura carismatica di una famiglia protagonista da oltre tre secoli, in molteplici settori della vita imprenditoriale, sociale, culturale, sportiva ed enologica, d’Italia.
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«È vero, è un duro, e non smarrisce mai la tenerezza – ci tiene a precisare Ginevra Notarbartolo di Villarosa altra figura nobile, nipote tenerissima, dal fascino a lento rilascio – e il mio “tenero” nonno Paolo – aggiunge – dal carattere da leone e dal cuore d’agnello, non ha poi mai perso il senso per la lentezza». Eppure la sua gioventù si è dipanata lungo un percorso, anzi tanti percorsi, qualcuno si, pur breve, all’insegna della velocità. E qualche traccia di speditezza, si pensava, ne avesse lasciato un qualche segno (consultare, per meglio capire, l’albo d’oro della “Mille Miglia”, oppure il “Giro automobilistico di Sicilia”, dove il nome Marzotto compare più di una volta, con nomi di battesimo diversi, Giannino, Paolo, Pietro, e come vincitori assoluti e/o di “categoria” ai volanti di autentiche Ferrari).
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Correvano – assieme ai bolidi – gli anni Cinquanta, e la grande gioia, e l’indiscutibile abilità, che generava ai tre fratelli questa passione sportiva, avrebbe spalancato cancelli a prolungate glorie automobilistiche, se il drammatico incidente del ’55 alla “24 ore di Les Mans” (81 morti e 120 feriti) non avesse inciso in un modo così traumatico, oltre che sui tre fratelli, sulle coscienze di molti piloti. Chiudendo prematuramente un ciclo dell’esistenza ai Marzotto, per spalancarne altri, alcuni conclusi (come quello alberghiero, con la catena dei “Jolly Hotel”, marmi e graniti, settore agricoltura/allevamento), ma molti dei quali attualmente ancora floridamente attivi, vedi il settore laniero, del “Gruppo Marzotto” (oggi annovera una trentina di marchi in cui spiccano brand come Missoni, Ferrè, Hugo Boss e altri).

E poi cooperative e aziende vinicole a cui si aggiungono altre attività, “temporali”, nel settore sociale e culturale (il Premio Marzotto per la cultura, ad esempio, fu negli anni sessanta uno dei premi più prestigiosi e ambiti nel settore del giornalismo; ma anch’esso stroncato, da un’altra tragedia, la “Les Mans della cultura” che rappresentò la rivoluzione giovanile del ’68). Detto quanto si potesse dire, solo sinteticamente e in forma incompleta, sulla monumentale storia della “Holding Marzotto” e sulle concluse, gratificanti, a volte turbolente, e dinamicissime loro attività, ecco che, dopo essersi defilato progressivamente da questa giungla di imprese, e quant’altro intralciasse una passione prorompente che stava per gonfiarsi a dismisura, per il Conte Marzotto arrivò il “tempo della… lentezza”.

La storia la si fa partire quando il piccolo Paolo aveva solo sette anni. Correvano gli anni ‘30 e papà lo portò per la prima volta in vacanza in Sicilia. Lo sbarco da quello yacht produsse effetti proustiani. Niente profumi di biscotti, ma immagini e colori intensi e indelebili. Attraverso un tempo non perduto ma ritrovato, per declinarsi attraverso le quattro stagioni della vita col suo errare lungo un mondo dinamico e intellettuale e concluso con un’ apologia alla “lentezza”. La lentezza del vino, le sue attese, le lente fermentazioni, i lunghi e statici affinamenti. E un amore. Totale e di granitica fedeltà. Per la “sua” Sicilia. Tutto racchiuso in una dedica.
BaglioPianetto

E oggi, dopo aver occupato per molti lustri la presidenza della holding di famiglia, sempre più ramificata e sempre più orientata a mondi diversi, con una particolare “debolezza e/o attrazione” verso il mondo del vino dove, qui, le offerte si sono sempre fatte più larghe, vedi “fenomeno” Pinot grigio: che si rivelò un fenomeno nazionale, (il bianco più venduto in Italia per decenni); vedi “Franciacorta Docg”: grazie all’acquisizione di una significativa quota dell’azienda “Ca’ del Bosco”; vedi vini toscani come Lamole di Lamole, il conte Paolo Marzotto, vive oggi questo rapporto uomo-vino-Sicilia con un approccio più autenticamente appropriato attraverso una sua “creatura”: la “Tenuta Baglio di Pianetto”. 88 ettari vitati, a Santa Cristina Gela in provincia di Palermo, contrada Piana degli Albanesi, a 650 m di altitudine, in una zona di montagna, dove il particolare microclima è caratterizzato da ventilazioni costanti ed elevate escursioni termiche tra giorno e notte, tali da favorire coltivazione di Catarratto, Viognier, Merlot, Petit Verdot e altri.

Un’azienda, due realtà, tanti sogni. Tutti racchiusi in una dedica: “Da sempre sono stato innamorato della Sicilia. Forse perché, in una prima vita, ho vissuto qui”. Firmato Paolo Marzotto. Sogni che lo hanno destato dai sogni. E le due realtà stanno nella separazione-unione, altro costante ossimoro, degli stili dei vitigni italiani, anzi italo-siciliani, l’Insolia e il Catarratto, (a cui presto, nel secondo capitolo di questa storia, si sono aggiunti Nero d’Avola, Frappato, Syrah e Moscato di Noto) e presto entreranno in scena), uniti in matrimonio, con “rito civile”, allo stile del Viognier, del Merlot e del Petit Verdot. Da cui nascono alcune delle più qualificanti etichette del catalogo. E danno corpo ad uno dei tanti sogni accarezzati da Marzotto.
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Quando nel 1997 lasciò la sua terra d’origine, quasi come un espatrio, il Veneto, destinazione Sicilia, la prima cosa che mise in valigia fu un grande sogno: portare con sé l’idea di dare vita ad una azienda in grado di far sposare il modello siciliano alle leggende vitivinicole dei grandi Château francesi. Senza tradire però l’anima e l’unicità del terroir siciliano e delle sue uve autoctone. Ci fu un intoppo però: il Conte prese presto coscienza che quel che diceva sempre il grande scrittore Gesualdo Bufalino aveva un suo fondamento: “Le Sicilie sono tante e non si finisce mai di contarle”.

Così a quell’unico, solitario, baglio “palermitano” fu affiancata la Tenuta Baroni della contrada omonima del comune di Pachino zona di Noto sud oriente siculo, a pochi chilometri dal mare, (70 ettari di cui 39 in produzione), ma ad un passo dal sole e dalla luce accecante della Sicilia, nel cuore di quel girone dantesco ove il calore, fisico e spirituale della sua terra genera vini inimitabili nel resto del mondo. Qua, dove inizia il secondo capitolo della storia, dimorano Nero d’Avola, Frappato, Syrah e Moscato di Noto. E godono di un sol…leone siciliano che “imbeve” i terreni, magri e sassosi con ottima presenza calcarea, di calore, poi rilasciato durante la notte e sempre placato da costanti diurne frescure marine. Due terreni dissimili con produzioni variegate che hanno consentito all’azienda di diversificare un’offerta di prodotti.

Oggi sono una decina, o poco più, le etichette. A cui si aggiunge “Agnus”, uno speciale vino da tavola. Il nome fa riferimento al territorio vicentino di provenienza della famiglia Marzotto, Valdagno, la valle degli agnelli, ed è e sarà in eterno il “Vino del Conte”, un vino-totem. Racchiude una storia e qualche mistero. Che rimarrà inviolato. Non saranno mai resi noti i vitigni da cui provengono le uve.
MarcoBernabei

Marco Bernabei, il giovane enologo toscano dell’azienda (figlio del grandissimo Franco, re del Sangiovese ed enologo princeps – ndr.), ha dovuto fare un corso sul “Culto (religioso) della personalità” per mettere in pratica tale progetto. La cartella contenente i documenti per la missione assegnata portava un titolo: “Realizzare un vino che rappresenti la personalità del Conte Paolo”. Un chiaro desiderio di immortalità. Il vino, che dopo tanti esperimenti ne è uscito, è complesso e poliedrico: due aggettivi che contemplano quasi tutte le facce della personalità Conte Marzotto. E sulle quali facce si riflettono inevitabilmente anche le caratteristiche del catalogo.

Prendiamo ad esempio un vino a caso: il “Ficiligno” prodotto a Pianetto: esprime pienamente la quintessenza del territorio su cui è coltivato. È’ semplice ma dal profumo intenso e persistente. Prende il nome da una pietra locale, elemento caratteristico nel paesaggio regionale. Con le forti potenzialità minerali del suolo, capaci di conferire esprimere freschezza. Ma soprattutto un concetto. Come due vitigni, il Viognier e l’Insolia si sposino, ansi si completino, con un reciproco scambio fra l’acidità e la freschezza del siculo con la complessità e l’aromaticità del francese. Un risultato per il quale il conte può sentirsi un fiero pigmalione.
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E particolarmente appagato per la missione attestatasi, far sposare armoniosamente un vitigno siciliano con uno francese. Che trova una solida conferma in un secondo esempio. Il “Ramione”, un blend fra Nero d’Avola e Merlot, il primo fra i rossi prodotto a Pianetto, da uve provenienti dalla Tenuta Baroni. È’ corposo e armonico insieme e il nome rende omaggio al precedente proprietario della tenuta, il Barone Antonio Palizzolo di Ramione. Fu proprio lui che dette inizio alla coltivazione della vite in questa località. Un vino che esprime armoniosamente le diverse peculiarità dei territori ma soprattutto la sapiente, e colta lettura del territorio di Marco Bernabei. Che con acuta sensibilità ha saputo stabilire quel perfetto equilibrio fra la forza e l’arroganza tutta mediterranea, del Nero d’Avola con la discrezione e la finezza tutta francese del merlot. D’altronde l’interpretazione è uno degli strumenti più importanti dell’enologo. E Marco Bernabei, lo utilizza con la stessa perizia di un cardiochirurgo. E qualche volta lo fa con il temperamento di un mattatore.

Da Oscar del vino l’ ultimo Ginolfo degustato all’ultimo “En primeur” svoltosi a Taormina lo scorso aprile, e da lui firmato. Se lo avessimo degustato alle cieca lo avremmo scambiato per uno Chablis della bassa Borgogna. Come il Ficiligno, questo Ginolfo è bianco, fresco, rotondo e prende il nome da un particolare tipo di roccia sedimentaria clastica, caratteristica del territorio di Santa Cristina di Gela. Vinificato in purezza, è secco e corposo al palato e avvolgente per la sua morbidezza. Con una lunga persistenza aromatica varietale. Frutto di un affinamento attento e prolungato, prima in acciaio poi in legno. Ed un encomiabile esempio di due espressioni del territorio e di vinificazione.

GinolfoBaglio

Appartiene alla linea “Riserva” dove spiccano altre etichette: il “Salici”, Merlot in purezza, il “Cembali”, Nero d’Avola anch’esso in purezza, nome che esprime eleganza e raffinatezza, come il suono dell’omonimo antico strumento musicale; il “Carduni”, termine siciliano che sta per cardi selvatici, un vegetale molto apprezzato dal Conte. E infine il “Ra’is” un Moscato di Noto, omaggio incontestato alle attività tradizionali della Sicilia popolare di un tempo.

Stefano Alfonso Gurrera

Gurrera

 

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2 pensieri su “Paolo Marzotto: elogio della velocità, ma senza dimenticare i pregi della lentezza

  1. Un’articolo che racconta l’Amore che Paolo Marzotto ha per un territorio meraviglioso nel quale ha saputo dare vita ad un’Azienda importante.
    Grazie
    Alberto Buratto

  2. Sono un collezionista di lancia depoca ed ho letto l’articole dell’aurelia di Paolo Marzotto pubblicato su automobilismo depoca. Vorrei inviare a Paolo dei documenti in copia della storia del giro di sicilia del 1952 vinto dal padre o dallo zio. Vorrei l’indirizzo della sua azienda. Grazie di tuttto. Bottini Giuseppe
    gbottini64@gmail.com

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