Bersano è tornata: ed è una grande notizia per il Barolo ed il vino piemontese tutto

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Una verticale da brividi, anche con il caldo africano…

Ricordo bene quel giorno, era il 25 giugno, il terrificante caldo africano che ci avrebbe oppresso per tutto luglio e gran parte di agosto, mostrava solo le sue prime avvisaglie ed io ero stato a lungo in dubbio se accettare quel bizzarro invito oppure dare forfait. Ma come si fa, mi ero detto, quando avevo ricevuto la piacevole “convocazione” per le ore 20 in un’enoteca ad un passo dal Duomo, ad organizzare una verticale di Barolo, di grandi annate di Barolo, a fine giugno a Milano?

Mi era sembrata, lo era, una bizzarria, considerando che il Barolo, pur con la corruzione dei tempi e le stranezze delle mode imperanti, e i nuovi trend (leggi bischerate), è tutto tranne che un vino estivo, pensare ad una verticale tanto impegnativa in un epoca dell’anno, la fine di giugno, ben più adatta ai rosati, alle bollicine, ai bianchi freschi, che al grande rosso da invecchiamento base Nebbiolo.
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Alla fine il “barolodipendente” reo-confesso che è in me aveva vinto, superato le perplessità e avevo accettato, incuriosito non poco anche dal nome del produttore che mi aveva invitato, che non era e non è un produttore qualsiasi, magari con flying winemaker consulente, bensì un’azienda come Bersano, una storia che comincia nel 1907 e poi diventa ancora più importante quando nel 1935 alla sua guida passa un personaggio leggendario come l’avvocato Arturo Bersano.
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Un’azienda che da tempo ha deciso di scrollarsi di dosso l’immagine e la polvere dell’azienda storica, dell’azienda museo e forte di un rinnovamento da tempo in atto, di un team giovane, di anagrafe e di idee, ha pensato bene di ritrovare l’antico smalto. Fino ad essere, con 230 ettari di vigneti, dislocati in luoghi strategici come Nizza Monferrato (con la mitica Cascina Cremosina), Serralunga d’Alba (Cascina Badarina, dieci ettari acquistati nel 1968, quando altri giocavano o si illudevano di fare la “rivoluzione”) e in altre aree Barbera-vocate ((Cascina Generala, Vigneto Monteolivo, Cascina Buccelli, Cascina Prata a Incisa Scapaccino), nonché in area Moscato (Cascina San Michele), Brachetto (Cascina Castelgaro) e Ruchè e Grignolino (Cascina San Pietro), la più grande azienda agricola piemontese.

Tutto bene, la storia, la leggenda di Bersano, ma la serata, si chiederà qualcuno, intitolata “La storia del Barolo Bersano: Grandi Annate 1958, 1974, 1996, 2000 e 2010 da degustare per comprendere l’evoluzione di un grande vino”, organizzata presso l’Enoteca Duomo 21 in via Silvio Pellico 2, come andò e perché ce la racconta solo oggi, tre mesi dopo?

Avete ragione, ma ho solo preso tempo, perché raccontarvi di grandi annate di Barolo mentre fuori c’erano 40 gradi e io cantavo con

Bruno Martino “Odio l’estate”

mi sembrava una presa in giro, perché non avevo il mood necessario, perché come i grandi vins de garde anche un articolo meditato deve avere i propri tempi. E perché oggi, 23 settembre, mi sembra il giorno giusto per raccontare non solo l’emozione – io continuo a parlare di emozione, poi qualcuno continui pure a non provarle, affari suoi… – di grandi vini, ma la gioia dell’avvenuto ritorno a grandi livelli di un marchio storico. Un ritorno che non può che fare del bene a tutto il mondo del vino piemontese.

La verticale ebbe un prologo, l’assaggio, mentre sul tavolo arrivavano salumi e formaggi di eccellente selezione, con un vino con le bollicine, che da sempre l’azienda produce con uve Pinot nero acquistate in Oltrepò Pavese, un bel metodo classico, l’Arturo Bersano millesimato 2011, di cui vi ho già raccontato qui.
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Le parole di presentazione degli attuali proprietari di Bersano, Federica Massimelli e Corrado Soave in rappresentanza delle loro famiglie impegnate in questa nobile impresa di restituire Bersano agli antichi splendori, poi quelle del direttore commerciale Paolo Lovisolo e dell’enologo Roberto Morosinotto, e poi via al tourbillon di Grandi Annate, 2010, 2000, 1996, 1974, 1958, messe a nostra disposizione per capire cosa sia un grande Barolo di Serralunga d’Alba e quale meraviglioso potere di evoluzione abbia, se il tappo aiuta (ed i tappi delle bottiglie aperte, anche grandi formati, erano spesso solo lacerti di tappo…).

Non ci si aspetti, sulle annate più giovani come il 2010, vinificazioni old style: la prassi prevede malolattica in acciaio, primo passaggio del vino (ohibò) in barrique, e affinamento prolungato in botti grandi e macerazione di una decina di giorni a contatto con le bucce.

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Ma questo, amici miei, il racconto dei vini…

2010 Bella intensità di colore, un rubino vivace luminoso, naso ampio, molto succoso, denso, con note di sottobosco e liquirizia nera in evidenza, largo in bocca, con tannino terroso ben sottolineato, notevole dolcezza espressiva, con coda lunga e acida, e buon equilibrio, ancora molto giovane, già piacevole da bere, con ottima possibilità di evoluzione.

2000 La musica cambia con dieci anni di permanenza in bottiglia in più, anche se il 2000, annata calda, non mi piace come il 1999, che io reputo superiore. Colore rubino granato, limpido, brillante, naso molto succoso, espansivo, dolce, di nitida elegante espressione, con note selvatiche, catramose, terrose in evidenza e un palato ampio caratterizzato da un tannino ben presente ma non aggressivo, da una persistenza larga e piena e da una buona freschezza.
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1996 Un’annata mito che fa spesso discutere, che in tanti abbiamo definito storica ma che spesso, alla prova dei fatti, delude, perché o ci si trova di fronte a vini dove i tannini non matureranno mai, oppure a vini che hanno già imboccato la parabola discendente e non hanno mai raggiunto una vera maturità. Questo 1996, invece, colore rubino squillante, si mostra in forma spettacolare, con un naso freschissimo, balsamico, mentolato, scoppiettante di energia, ed un gusto pieno, scalpitante, con un tannino splendidamente rilevato, terroso, una coda lunga scandita da un’acidità nervosa e fresca. Un vino che stupisce per la sua forza propulsiva, la sua giovinezza, la sua integrità, con frutta e polpa a volontà e una ricchezza di sapore magnifica.

1974 Pura emozione, un grande vino che la tecnica, in vigna e soprattutto in cantina, non potrà mai realizzare, che è terra allo stato puro, sfumature selvatiche e speziate in continua rotazione nel bicchiere, liquirizia nera, erbe aromatiche, rosa passita, accenni di agrumi canditi. E poi una bocca che non cede, non molla un attimo, che si propone ricca, vitale, energica, larga e calda, vellutata, eppure profonda, incisiva, verticale, con una freschezza e un carattere e una decisione del tannino, presente eppure vellutato, da lasciare stupefatti.
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1958 L’ennesima conferma della grandezza, assoluta, suprema, ineffabile, di questo millesimo (mannaggia, il mio 1956 non vale nulla rispetto a questo, enoicamente parlando, ma mi consolo pensando che è l’anno della mia ex moglie…), un vino immenso, questo “Vino Barolo Vecchio Riserva  Cremosina del tino più vecchio), commovente per la classe che esprime, per essere ancora vivo, splendente, un trionfo di chiaroscuri autunnali, di foglie secche, di sottobosco bagnato con funghi, di sfumature di tabacco, cannella, pelliccia, amaretti, erbe aromatiche e una bocca sconvolgente per freschezza, nerbo, indomita acidità, con ancora un incredibile frutto succoso a dare ampiezza e volume al vino e non solo una lunga verticalità.

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E quando il Barolo è questo, quando si esprime con questa polifonia aromatica e gustativa, con questi ghirigori, degni di un Nathan Milstein impegnato nel supremo Adagio del Concerto per violino in re maggiore op. 74 di Johannes Brahms, non c’è gara, non c’è vino al mondo che possa reggere il confronto. Tutti in piedi Signori che passa Re Barolo, chapeau!

Nathan Milstein Concerto per violino Johannes Brahms

 

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7 pensieri su “Bersano è tornata: ed è una grande notizia per il Barolo ed il vino piemontese tutto

  1. Barolo Bersano – il vino del Natale, in anni in cui una bottiglia di Barolo (soprattutto una grande bottiglia, per chi ci capiva) veniva stappata tre o quattro volte durante l’anno – mi riporta il ricordo di mio padre che maneggiando il cavatappi prima del pranzo, a Natale, parlava delle vigne e del signor Bersano che lui conosceva. Mi torna vagamente anche il ricordo di ‘magnum’ speciali chiamate (se non mi sbaglio) “pinte prenapoleoniche”, chiuse con ceralacca. Ma è un ricordo infantile: con il vino mi veniva bagnato il naso e poi fatto sentire il profumo dal bicchiere …

  2. Sig.ra Silvana,a proposito di pinta prenapoleonica,non si sblaglia per niente,
    una volta si usava dire,memoria ferrea,oggi possiamo affermare,memoria a
    prova di grafene,invece le bottiglie erano piatte da un lato,perchè rimanavano
    stabili,reggevano alle scosse,durante il trasporto con i carri,trainati dai buoi.

  3. considerato che un lettore, in palese malafede e scarso di comprendonio, mi accusa di conflitto d’interessi a proposito di questo articolo, preciso, e invito la Bersano a fare altrettanto:
    che non ho condotto la verticale di cui ho scritto;
    che sono semplicemente stato invitato, come altri giornalisti, a parteciparvi;
    che non ho alcun rapporto, di alcun tipo, tanto più commerciale, con la storia azienda di Nizza Monferrato.
    Questo per la precisione, non perché abbia la coda di paglia o scheletri nell’armadio, per per chiarire le idee ai cialtroni e semianalfabeti in malafede…

  4. Caro Franco…rispondo a questa tua esplicita richiesta anche se mi ero promesso di entrare piu’ nel merito di questioni che lasciano il tempo che trovano..tempo sempre piu’prezioso che preferisco spendere in serate come quella da te egregiamente descritta con l’assoluta imparzialita’ che ti contraddistingue….aggiungere altro sarebbe superfluo

    • grazie caro Lovisolo. Così qualche chiacchierone che m’imputava di aver scritto, e bene, di una degustazione scrivendo della quale sarei incorso in conflitto d’interessi, é sistemato.
      Come lei dice scrivendo quell’articolo mi sono limitato a fare il mio dovere di cronista del vino, senza alcun coinvolgimento nello svolgimento della serata.

  5. Ho trovato nel garage di mio suocero una cassetta contenente n.6 bottiglie:
    n.1 barolo 1976 – n.2 barbera 1977 – n.2 dolcetto 1978 – n.1 grignolino 1978. Sulla cassetta in legno si legge: Museo Bersano delle contadinerie. Chiedo solamente se è più opportuno gustare i vini, oppure farli valutare e cederli a qualche collezionista.
    Grazie

    • fermo lì, non si muova! a parte il Barolo 1976 gli altri vini non hanno mercato, ma sarebbe sicuramente una bella esperienza provare un Dolcetto e un Grignolino di 40 anni e una Barbera idem. Bersano é azienda storica di qualità. Se mi permette, posso chiederle dove abita (magari mi risponda a francoziliani@yahoo.it) e se posso essere presente quando stapperà queste bute?
      In cambio porterò qualcosa di buono e di valido, promesso…
      Ci conto, Gianni Musotto!

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