Una Degustazione Sui Generis con Sandro Sangiorgi: il vino è davvero poesia?

sangiorgi degustazione
Che dire dell’intenso racconto di una serata di degustazione tenuta da un grande personaggio ed esperto come Sandro Sangiorgi, che Maria Isabella Rebecca, sommelier di formazione, oltre che raffinata gastro-gourmet, ci regala? Credo solo che vi convincerete, come penso si sia convinta lei, che assaggiare e degustare vini, provare a raccontare le emozioni che creano in noi, è una cosa molto più complessa, ma anche molto più semplice e diretta, di quel che si pensi. Basta metterci il cuore. Basta mettersi in ascolto ed essere sinceri con se stessi. Sinceri con chi ci legge. E con i vini…
f.z.

Sandro Sangiorgi. AIS, Slow Food, Gambero Rosso, Porthos, vino, cibo, sommelierie, intrighi, castighi. Tutto quanto può figurare nella biografia di Sandro: filosofo, scrittore, affabulatore, nonché, non da ultimo, in quanto in primis, divulgatore enologico. Su chi è, chi non è; su cosa ha fatto e quanto ancora potrà fare non è in questa sede che mi interessa discorrere. Piuttosto mi soffermerei sul suo modus exprimendis, che lo rende un oratore alquanto peculiare nell’universo cui appartiene.

Parafrasando quanto scritto nel suo libro L’invenzione della gioia, mi risulta difficile “recuperare l’aspetto plastico delle parole” utilizzando la dimensione creativa del lessico ma mantenendola all’interno della comprensione per raccontarvi l’esperienza di una degustazione alla cieca con Sandro. Ma farò del mio meglio.
sangiorgi lettura

E’ mercoledì 14 ottobre 2015, ore 20.00. Ci troviamo ad una degustazione AIS nel trevigiano. Con la formalità tipica dell’associazione è intitolata “degustazione alla cieca condotta da Sandro Sangiorgi”. Un titolo che a suo modo già predispone il pubblico ad un’indefinita dose di rischio (che è alla cieca ci sta scritto). Troppo poco forse?

Un crogiolo di persone dai retroscena più disparati: ci sono sommelier esperti, neofiti (orgogliosamente in divisa), operatori, non operatori. Un mormorio di parole, il brontolio di pance affamate, la stanchezza del post lavoro e … trac!. Ecco che Sandro, zaino in spalla, jeans consunto e camicia, entra in scena. In leggero ritardo. Quel rimando cui mai potrebbe rinunciare un anti-conformista come lui. Tutto come da copione. Sandro, Luna (il suo inseparabile cane), ed il suo assistente Matteo. Un affabile ragazzo dalla capigliatura voluminosa. Un trio perfettamente composto e difficilmente scomponibile, tanto è perfetto. Nell’aria lo stucco dei più, coloro che non hanno mai avuto modo di frequentare le sessioni di Porthos. I meno preparati psicologicamente.

In netta contrapposizione con l’ordinata fila di colleghi (chi presidente AIS, chi presidente panificatore e chi produttore di prosciutti …) tutti schierati sul palco e da un cartellino identificati, Sandro rimane in piedi e, accompagnato da un delicato sfondo musicale, inizia a recitare una poesia: D’Autunno è con noi di Paolo Volponi. Nel suo stile. Rigore e caos regnano in sala.

“Cola zucchero l’acino che sguscia in bocca per non perdere una goccia; ogni acino lo riga di delizia silenziosa … “. Non è l’Autunno, che mi rende malinconica, ma L’ultimo grappolo di Camillo Sbarbaro. Ho aperto l’Invenzione della gioia, sfogliato la sezione “poesie” e sono rimasta catturata da questa che vi ho appena recitato. Mi infonde pace. Senza aspettative.

La vita non è aspettativa. Non bisogna aspettarsi nulla. Sangiorgi ci insegna questo. Cominciate col vino. Vi piaccia o no, dimenticate le schede tecniche. Non fraintendete. L’analisi sensoriale e con lei la descrizione oggettiva del vino esiste. Il degustatore tecnico vive e con lui l’esame organolettico. Ma poi … Poi c’è di bello che il vino, usciti dal labirinto, è qualcosa di imprevedibile e soggettivo. Arte astratta (lo dico io).

Un veicolo di verità. Un mezzo di condivisione. Un entità odorosa che ha un’anima e che pertanto non va trattata “a punti in faccia” e ferita rimarcandone i difetti “fisici”. Ecco che entra in gioco il quinto senso, quello proprio di ciascun individuo; che porta ognuno di noi ad approcciarsi al liquido odoroso con una certa intimità e, perché no, tenerezza. E che, stando a Sangiorgi, preclude di dare senso alcuno a degustazioni che hanno come oggetto centinaia di vini.

Pochi ma buoni, come gli amici. Passionali. Empatici. Magnetici. Digeribili. Naturali. A condizione che anche quest’ultimi non finiscano per diventare una moda (stiracchiata all’estremo con gli orange wine). C’è bastata quella delle note legnose, quella del minerale (che poi, diciamocelo, qualcuno fra voi si vanta abile annusatore di pietre?) e quella del “questo vino è cambiato”. Siete sicuri di non essere voi quelli un po’ alterati? Ironico quanto crudo. Così lo vedo io.

Ed è così che, poco a poco, in modo del tutto naturale, la sala inizia a scomporsi. Sandro ti piace o non ti piace. Questi sono fatti tuoi. Ma lui comunque ti cattura. Ti attrae. Ti sbriglia. Ti scatena dentro quel senso di “essere o non essere? Questo è il dilemma”. A me? A me, piace.
Plotone sommelier

Un plotone di impeccabili sommelier di servizio avanza tra una fila e l’altra. Ta-ta-ta. Non mancano un bicchiere. Ma nessuno si accorge. Una folla troppo intenta nell’apprendere che un vino non va annusato troppo a lungo ma, al contrario, va intimamente tenuto in bocca dando priorità all’esame gusto-olfattivo e alle sensazioni che la nostra mucosa ci restituirà (un pacatissimo rimando alla didattica AIS? Ho capito male). Una massa intenta e divertita dal disquisire di Sandro che riesce a punzecchiare in modo azzeccato, tanto la folla quanto i colleghi. ZAC. Ecco che ti ha colpito.

Venti minuti in completa solitudine ad analizzare i 6 vini serviti e la scomposizione di cui sopra da aleatoria diventa tangibile. Un assaggio. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. D’improvviso ci si riscopre filosofi incompresi. Finalmente, per la prima volta, in anteprima, ci si sente titolati a scrivere delle “boiate”, nel senso più plastico del termine. Ma la cosa bella è che, lontano dagli schemi, è semplicemente e veramente ciò che si crede.

Ed è così che, musica di sottofondo e luce soffusa (la prossima volta portate anche una candela, mi raccomando): vino nr.1: è un vino simpatico; vino nr.2: mi sembra di avere la terra in bocca; vino nr.3: lasciato in bianco (boh non mi dice nulla); vino nr.4: secondo me è il nr.2 à mi hai presa per i fondelli?; nr.5 : le mandorle caramellate del luna park; nr.6 à mmm che buono.
Vino e astrazione

E dalle note scritte si passa al dibattito verbale. “Mi ricorda il vino che faceva mio nonno” … “Come nella musica contano le vibrazioni”. “Prima ho sentito questo e ora sento tutt’altro”. Siamo noi che siamo mutati, non il vino. Tutti, chi più e chi meno velatamente, lasciati andare a rievocazioni del passato, sentimenti del presente e, anche questo succede, alle più palpabili percezioni sensoriali che un tannino irriducibile può scatenare. Richiami erotici non mancano, si infilano con eleganza tra un concetto ed il suo antitetico, facendoci sentire così terreni come non lo siamo mai stati.

Non a caso: “.. l’anima, che per l’uomo comune è il vertice della spiritualità, per l’uomo spirituale è quasi carne” è il pezzo di apertura della sezione poetica de l’Invenzione della Gioia.

Ed è la sezione di chiusura della mia (tutta mia) degustazione sui generis di martedì 14 ottobre 2015, ore 20.00. La famosa “degustazione alla cieca condotta da Sandro Sangiorgi”. Chissà agli altri cosa avrà lasciato …

Maria Isabella Rebecca

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2 pensieri su “Una Degustazione Sui Generis con Sandro Sangiorgi: il vino è davvero poesia?

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