21st Century/Vino: -Italian-grape varieties in Australia

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Saluto con grande gioia il ritorno dell’inviata special di Vino al vino in London, Giusy Andreacchio, con un resoconto su un interessantissimo forum, Back to the future, che si svolto recentemente a Londra, dedicato al progressivo diffondersi, che speriamo non diventi solo una moda, delle varietà italiane, dal Dolcetto al Sangiovese, dal Fiano al Negroamaro, nientemeno che in Australia.

Dove agiscono diversi importatori specializzati in vini italiani, da Matt Paul, ovvero Vino italiano, ad Anthony D’Anna, tra i creatori della società Mondo Imports, e wine blogger. Coordinatore di questo forum è stato l’amico e collega Walter Speller, stretto collaboratore di Jancis Robinson per gli articoli sui vini italiani sulle sue celebri purple pages. Sarà davvero Down under la terra promessa per le varietà autoctone italiane e l’ambizioso progetto 21st Century/Vino sarà in larga parte tricolore?

La risposta prossimamente in bottiglia…. Buona lettura!

Sarà il suo carisma, sarà la sua presenza scenica e il potere ipnotico che produce quando dà sfogo alla sua infinita cultura enologica, ma quando c’è Jancis Robinson in campo, qualsiasi impegno lavorativo di questo mondo perde valore. Ad essere sincera ormai mi fa piu’ effetto vedere lei che la regina Elisabetta in persona!

Ed é stata appunto la Robinson a presenziare ufficialmente all’evento, tenutosi nella sontuosa Australia House, recentemente, durante il quale sono stati messi in vetrina sessantatré vini italiani prodotti in quindici regioni australiane e selezionati da Walter Speller, stretto collaboratore della Robinson, insieme a Jane Faulkner, wine writer di base a Melbourne.
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Il forum, a numero chiuso, dal titolo ‘Back to the future’, ha visto Walter Speller fare da mediatore in un dibattito tra storiche personalita’ del vino in Australia: Garry Crittenden, proprietario di Crittenden Estate, nella penisola di Mornington; Joel Pizzini dell’azienda vinicola Pizzini nella King Valley, Kim Chalmers di Chalmers Wines, a Heathcote e Mark Lloyd da Coriole, azienda nella McLaren Valley.

Speller ha sapientemente condotto noi presenti attraverso un ricco excursus storico della produzione dei vini italiani in Australia e ci ha guidato, attraverso la degustazione di sei vini, ad analizzarne le singole caratteristiche. Il tutto condito da quelle sue argute e divertenti battute, che hanno saputo creare un’atmosfera davvero coinvolgente.

Ma che cos’e’ esattamente 21st Century/Vino? Si tratta di un progetto, leggete qui, che ha come obiettivo quello di incoraggiare la produzione del vino in Australia tralasciando l’approccio omogeneo che si basa solo su alcuni vitigni francesi ma che punti l’attenzione su un approccio più regionale e consapevole di altri vitigni europei. ‘Per l’approccio sub-regionale bisogna attendere ancora del tempo’, sottolinea Kim Chalmers.

Il punto cardine, sostiene Speller, riguarda il fatto che gli Australiani non vogliono affatto ‘emulare’ i vini italiani, ma piuttosto adattare i vitigni italiani ai diversi terroirs australiani per far emergere il meglio di loro, per produrre cioè degli ottimi e originali vini. Studiando le caratteristiche delle varie zone, gli enologi australiani vogliono infatti identificare il suolo, il micro-clima, la topografia adattabili ad una determinata varietà e produrre perciò dei vini che siano lo specchio del territorio.

Furono i signori Chalmers ad avere importato, cresciuto e diffuso in Australia le varietà italiane e soprattutto a diffondere i vini da loro prodotti e le idee dietro di essi, tra i colleghi produttori. 21st Century/Vino nasce dalla voglia di discutere i vini, condividere gli assaggi e il primo evento fu un successo. Un tale successo al punto che Walter Speller ha sposato la loro causa e ha replicato l’evento a Londra.

In Australia, sono stati sempre i vini francesi a dominare la scena ed è solo dal 2000 che l’idea di iniziare a produrre vini da varietà italiane in Australia si é trasformato in un vero e proprio fenomeno dilagante. Eppure ci sono riferimenti storici che fanno risalire la comparsa del Dolcetto addirittura al 1869, quando lo scozzese James Busby, padre del vino australiano e studioso (conosciuto tra l’altro per avere introdotto in Australia le barbatelle da Francia e Spagna), porto con se’ un vitigno, all’epoca etichettato erroneamente e scritto Malbeck. Si chiarì in seguito che in realtà quel vitigno era Dolcetto. Oggi il produttore Best’s Great Western commercializza ancora quel Dolcetto prodotto da vecchie vigne.
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Nel 1976, Carlo Corino, enologo di origini piemontesi, iniziò a piantare i primi vitigni, ossia Barbera, Nebbiolo e Sangiovese. Di quest’ultimo, l’unico clone giunto attraverso l’Università di Davis era quello ad alto rendimento dalla sigla H6V9 già disponibile dal 1969. Sangiovese e Nebbiolo diventarono ufficialmente le prime piantagioni commerciali.

Negli anni ‘90 giunse invece il Sangiovese (oggi Chalmers da solo ne possiede 14 di cloni diversi), che scatenò quella che venne definita ‘Sangiovese Challenge’ perche’ molte aziende si buttarono a capofitto nella produzione di Sangiovese, credendoci immensamente e furono poi seguiti da Bruce e Jenny Chalmers che nel loro grande vivaio, hanno iniziato a crescere Vermentino, Aglianico, Sagrantino, Negroamaro e Nero d’Avola.
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Ultimamente si può davvero trovare un panorama vasto di vitigni italiani e grazie ai signori Chalmers per la prima volta sono da poco reperibili in Australia altre innumerevoli varieta’, dal Fiano al Nebbiolo, all’Arneis, al Montepulciano, al Sagrantino, allo Zibibbo, al Lagrein, al Greco, al Teroldego. Chissà se qualche vitigno è sopravvissuto dal lungo viaggio che gli immigrati italiani facevano nel passato, portando con sé nelle loro valigie le barbatelle. Era un modo per cercare di far rivivere il senso di casa e per affrontare la nostalgia di ciò che si erano lasciati alle spalle.

Ovviamente i tempi legali per importare una barbatella, tra percorso di attraversamento della quarantena e inizio di produzione sono lunghissimi. La stessa Robinson in un articolo ammette che, nonostante ci vogliano almeno 11 anni perché il processo giunga a termine, si sente sorpresa del numero dei vini italiani già in commercio in Australia.

Questa considerazione rafforza ulteriormente la posizione di Walter Speller quando sostiene che la popolarità delle molte varietà italiane in Australia è la prova che l’egemonia della Francia nei confronti dell’Italia, in terra australiana, è ormai un mito superato. ‘Anni fa un enologo italiano mi disse che le varietà italiane non sono buone come quelle francesi perché non viaggiano bene’, riporta Speller, e con un sorriso compiaciuto che fa leggere tra le righe il suo grande amore per l’Italia, aggiunge: ‘Il fatto stesso che molti enologi australiani non abbiano mai visitato l’Italia é sorprendente e, allo stesso tempo, rassicurante perché manifesta la loro libertà dal peso dei preconcetti su come debbano essere questi vini, peso invece che grava sul capo delle loro controparti francesi’.

L’Australia offre un variegato panorama climatico che permette a ciascuna varietà di trovare il terreno adatto alla sua proliferazione. Non ci dimentichiamo, aggiunge Crittenden, che la terra rossa, ricca di argilla e calcare è tipica del clima mediterraneo eppure si trova anche in Coonawarra. L’occhio dell’enologo australiano è sempre rivolto a garantire qualità e consistenza, partendo dalla certezza che i vitigni italiani sono in grado di trovare terreno fertile in Australia, nel vero senso della parola. Inoltre le varietà italiane riescono meglio a tener testa al cambiamento climatico, altro elemento da non sottovalutare.

Ciò che mi ha colpito dei vini sono state la genuinità, la capacità di rispecchiare sia le caratteristiche organolettiche del vitigno che di manifestare la diversità territoriale, mantenendone l’originalità. Vini con un’ottimo equilibrio tra frutto, acidità e alcol. Per quanto riguarda quest’ultimo elemento, è nesessario sottolineare che, seppure in Australia i vini possiedono generalmente alcol alto, i vini italiani prodotti presentano titolo alcolometrico più basso rispetto agli altri e in linea con quelli prodotti nel Bel Paese.

Questa annotazione è importante perché rispecchia la volontà di adattare la produzione al vitigno. ‘Non si voleva fare Sangiovese che si potessero confondere con degli Shiraz’, ha sostenuto Garry Crittenden in chiusura della conferenza.
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L’unico bianco assaggiato nel corso del dibattito è stato un Fiano 2015 prodotto da Coriole in McLaren Vale, Sud-Australia. Con un colore giallo paglierino, riflessi verdognoli è stato un modello interessante da poter giustapporre ai nostri Fiano Campani. Erbaceo, buona acidità, forse un po’ più di mineralità e di quel carattere che gli inglesi definiscono ‘savoury’ avrebbero ulteriormente giovato. Non bisogna dimenticare però che gli Australiani sono solo all’inizio con alcune varietà nostrane e necessitano di tempo per affinare le loro armi.

Due sono stati i vini che mi hanno molto sorpresa in maniera positiva. Non voglio dire ‘esempi classici’ perché sono del parere che questi siano vini unici. Non sono affatto delle belle o brutte copie ma sono rivisitazioni diverse dei nostri vitigni autoctoni, che esprimono il terroir delle più disparate zone dell’Australia. Solo se partiamo da questo principio, secondo me, riusciamo a decifrarne il vero valore, senza il rischio di cadere in catalogazioni errate o pre-concetti.

Il Dolcetto 2012 di Best’s Great Western, prodotto a Grampians, è un dolcetto ottimo, con frutta rossa viva, succoso fino alla fine, con una freschezza inebriante, quasi dissetante. E poi non da meno è stato un Nebbiolo 1997, prodotto da Crittenden, proveniente dalla Mornington Peninsula, che si è mostrato in grado di tenere bene il confronto con il tempo. Un ottimo Nebbiolo: colore granato, tannini morbidi, legno ben integrato e piacevole frutto.

E’ stata dunque una bella scoperta per me quella di poter assaggiare dei vini italiani fatti da mani d’Oltreoceano e mi viene da dire che credo molto nel futuro di questi vini. Ci vorrà ancora del tempo, ma l’impegno delle aziende australiane a creare un notevole business con i vini italiani non manca e i dati delle vendite, fino ad adesso, sono molto convincenti. Sarebbe il caso di esercitare di più i nostri palati. Indovinate perché? Perché tra un paio d’anni noi italiani potremmo seriamente essere messi in difficoltà in qualche degustazione alla cieca.. l’Australia non è poi così lontana!

Giusy Andreacchio

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