Fuori Caronte dominava, ma Bacco era più forte!

Gabriele Battaglia racconta una degustazione, tra Soave, Cava e Lambrusco

E’ sempre divertente e istruttivo partecipare a grandi eventi del vino aperti non solo a noi stanchi e un po’ viziati addetti ai lavori ma anche al pubblico dei semplici appassionati, che hanno forse palati più freschi e meno smaliziati e un approdo più spontaneo al vino. Non c’è evento cui partecipi da cui non torni a casa avendo tratto giovamento e utili riflessioni dal confronto con appassionati che, essendo la mia foto pubblicata sui miei blog ed essendo un personaggio pubblico in questo piccolo microcosmo provinciale del vino, mi riconoscono. Io, quando qualcuno mi chiede se sono Franco Ziliani, a meno che non sia una donna affascinante, tendo a schermirmi, a dire che non sono io quel losco figuro, che gli assomiglio solamente, temendo che chi mi sta di fronte mi voglia menare…

Quando poi mi accerto che non è così, ma che addirittura il malcapitato interlocutore è addirittura, qualcuno (sono ormai in estinzione) esiste ancora, un mio affezionato lettore, allora abbasso la guardia e ammetto, ebbene io sono io, anche se non ne sono proprio orgoglioso.

Uno scambio fantozziano del genere è avvenuto qualche mese fa, ai primi di giugno, in quel di Moniga sul Garda in occasione della prima e insuperata rassegna dei rosati italiani, Italia in rosa. Io mi aggiravo, camicia rosa d’ordinanza e bicchiere in mano, tra gli stand dei rosatisti gardesani, valtenesini e italici presenti alla manifestazione, quando fui affrontato da una coppia di giovani ragazzi, un lui e una lei.
Parte la domanda d’obbligo, ma lei è Franco Ziliani?, e io, visto che non mi sembrava di rischiare l’aggressione, e che ero stranamente di buon umore, ho subito risposto di sì. Bene/maledetto me, come avrebbe detto il buon Veronelli. Mal me ne incolse. Da quel momento m’imbattei nel giovane Gabriele Battaglia, di professione appassionato di vini, nei ritagli di tempo idraulico (o viceversa?) e, così come la sua deliziosa giovane moglie, ostaggio del “simpatico” energumeno, non me ne sono ancora liberato…

Una volta fraternizzato davanti ad un Valtènesi Chiaretto piuttosto che ad un rosato salentino, e dopo avermi sottoposto, di nascosto, uno Champagne pseudo speciale sua scoperta, caldo come la pipì, e ossidato e cotto come un pugile ormai groggy, il Battaglia non ha più cessato di “perseguitarmi”.

Mi invita a sabati pomeriggio dove invece di dedicarmi, come farei io al posto suo, alla giovane e bella mogliettina, organizza insieme ad amici impallinati di Bacco come lui maxi degustazioni dove ognuno porta la “scoperta” o la “folgorazione” enoica più recente, mi messaggia via WhatsApp inviandomi foto delle sue ultime “conquiste”, sempre bottiglie e non donne, chiedendomi un parere, ultimamente tramite quella utile applicazione per smartphone mi manda anche altre immagini, non propriamente enoiche, della qual cosa lo minaccio di dire tutto a sua moglie…

Cosa ho dunque fatto per “calmierarlo” e tenerlo buono? Non potendo partecipare ad uno dei suoi raduni baccolosi gli ho detto, dai, fammi una cronaca, raccontami a modo tuo le impressioni su quello che hai assaggiato. Non ci crederete, lui mi ha preso sul serio, ed ecco, beccatevi un po’ anche voi il Battaglia, toccherà mica solo a me!, con un racconto, fresco e simpatico, senza impegno, di un suo recente eno-summit.

Una raccomandazione: se lo incontrate, se lo riconoscete in occasione di qualche degustazione, non date troppa corda a questo eno-impallinato di Castiglione delle Stiviere. Finireste anche voi, come capita da giugno a me, invischiati in questa sottile e invincibile rete di eno chiacchiere, di confronti, impressioni d’assaggio, racconti di prodezze (cosa credete? Nient’altro che le bottiglie stappate, dove, come, quando e perché, nulla di erotico!) in cui sono caduto io. Per favore, venite in mio soccorso, help, aiuto! Beh, buona lettura… f.z.

Era tornato Caronte in quel sabato pomeriggio, probabilmente il più caldo dell’anno!

In un gruppo di amici grandi appassionati delle mirabili e suggestive magie di Bacco abbiamo organizzato una degustazione di una quindicina di bottiglie in quel di Castiglione delle Stiviere …

L’asfalto tremolava sotto il sole e le cicale gridavano così forte da sembrare cornacchie inferocite, mentre noi ci calavamo in una taverna fresca ed interrata ricoperta dal verde un po’ stanco e provato dalla stagione intensa di calura siccitosa, come intenso è il profumo di un Amarone Quintarelli!

Sembrava di entrare in un santuario, una chiesa fresca e silenziosa, grazie alla temperatura piacevole e “piaciona”, per usare aggettivo da eno-snob: al cospetto di tutte le bottiglie l’emozione era quasi mistica e la voglia di stappare incalzava la mano!

Ci siamo seduti ed il padrone di casa ha iniziato la mescita in attesa della moglie bellissima e ritardataria.

Non tutte le bottiglie furono felici: alcune da “applausi”, con una serie di conferme quali Riesling Kation 2013 di Kuenhoff, Riesling Tonschiefer 2015 di Donnhoff (anche se giovanissimo), Tarlant Zero, Charpentier Brut 2006, Ricci 2006 Timorasso San Leto – proposto dal sommelier Mirco Turla, Champagne Philippe Glavier Gran Cru Cramant blanc de blancs ed alla bella scoperta del Grechetto 2015 di Brecceto – proposto dal sommelier Fabio Consoli. Altre invece rivelarono spiacevoli sorprese essendo bottiglie sfortunate, difettose e dal tappo birichino, sebbene avessero creato aspettative molto alte … come Giuseppe Galiano riserva 2009 di Borgo Maragliano e lo Zero Bio di La Costa di Ome … e che Dio abbia abbia pietà di me per i “brutti” pensieri fatti quando nello stappare un, anzi, “il” Comitissa Gold 2006 della Cantina Spumanti Lorenz Martini lo trovai leggermente tappato!!!

Ma passiamo a raccontare alcune vere emozioni provate degustando 4 bottiglie a dir poco incredibili.

Cominciamo col Gavi Minaia 2014 di Nicola Bergaglio, che nasce appunto nel cru Minaia a Gavi ad una altitudine superiore i 300 metri su un suolo caratterizzato da argilla rossa ricca si ferro, che la mano rispettosa di Nicola vinifica in acciaio. Ci si è presentato un Cortese splendido nel colore, un abito paglierino luminoso e consistente che ci ha fatto pensare ad un vino di montagna, mentre il naso si offriva con note fresche di gelsomino, melone, agrume, pietra focaia e gesso, il tutto denotato da una magistrale pulizia di naso.

In bocca entrata avvolgente, nonostante sia figlio di un’annata per molti definita “piccola” ma che io adoro per aver donato grande acidità ed alcol mai sopra le righe. Anche qui la freschezza viva e non esagerata unita ad una buona mineralità creava perfetta sinergia tra naso e bocca con un finale succoso e lungo oltre che minerale, che vedrei indicato ad accompagnare un carpaccio di Ombrina. Un ringraziamento al sommelier Andrea LiCalzi per avermi fatto scoprire qualche anno fa questo grande bianco Italiano!

Proseguiamo con un’altro capolavoro: il Soave Monte Carbonare 2013 di Suavia.

La vigna cresce su terreni soffici, poco profondi dove le estremità delle radici toccano subito la roccia lavica, nera come il carbone … e non è fantasia, credetemi, perché i miei occhi lo hanno visto ad un’altitudine di circa 300 metri, dove la Garganega cresce. La vinificazione è poi condotta in acciaio dove riposa per 15 mesi. Il colore limpido risultava più carico del vino precedente con leggere venature dorate, mentre il naso era poesia di fiori, erbe di montagna, agrumi e leggera spezia con l’inconfondibile vena minerale sulfurea tipica dei suoli vulcanici. La bocca larga, compatta e subito fresca e dannatamente minerale per una persistenza lunga e sublime, priva di pesantezze, e io lo consiglierei con una tartare di cavallo!
Siamo passati ad una bolla che esce dalle denominazioni blasonate, ma che ha tanto da insegnare a svariati produttori Italici … Il Lambrusco di Sorbara rosé 2012 di Cantina della Volta del Maestro Cristian Bellei, di cui ha scritto di recente Franco. I suoi vigneti sono adagiati lungo gli argini del fiume Secchia su colline ricche di argilla e calcare. Vinificato in acciaio, riposa minimo 40 mesi sui lieviti!
Il colore ammalia: un rosa tenue brillante con leggera spuma rosea ed un perlage sottile ed interminabile. Infilando il naso nel calice si apre all’eleganza, con un’impeccabile pulizia e, pur senza grande complessità, assolutamente piacevole: note di lampone, mandarino, fragolina, tanto sale e calcare, un floreale fine a completare questo naso che, ripeto, risulta pulitissimo e preannuncia una bocca invitante, verticale, tagliente, fresca, minerale, abbastanza lunga e dalla beva pazzesca … un Lambrusco che fa sognare e pensare in grande, soprattutto se abbinato ad un piatto di salumi.
Ecco quindi che approdammo in terra Iberica con un Cava spettacolare, Imperial Riserva 2010 di Gramona, affinato 48 mesi ed a base di 50% di Xalel-lo e 40% Macabeo con un saldo di Chardonnay. Il colore é caldo, paglierino con riflessi oro ed un perlage ricamato a mano, mentre il naso é frutto bianco, pesca, agrume, fiori, mineralità da scoglio. Ed in bocca? Diretto e morbido, equilibrato da una freschezza importante che ricorda l’agrume, e lungo nel suo equilibrio chiudendo su note marine! Ottimo vino che ai piú, non nascondo, ha fatto pensare ad uno Champagne della Marne a base preponderante di Pinot Meunier, da gustare a tutto pasto e, perché no, con delle linguine alle vongole. Ringrazio il sommelier Piergiorgio Rossi per averci colpito con questo metodo classico strepitoso!

Gabriele Battaglia

Attenzione!

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