Che bello il rito dell’happy hour milanese a Brera! Peccato che ti spennino…

N’ombra de vin? Per quel che mi riguarda, adieu, ho già dato…

Cronaca di un sabato pomeriggio, uno qualsiasi, a Milano. Sono le 18 circa e presso bar, wine bar, enoteche, si celebra il rito dell’happy hour. Il nome è anglosassone e la moda, come quasi tutte le mode, quelle intelligenti (rare) e quelle più stupide (la maggioranza) è di derivazione statunitense. O meglio: amerikana.

Ero reduce da una bellissima presentazione e degustazione di cibi e vini calabresi organizzata presso l’ottimo ristorante Pisacco di via Solferino 48 da Gennaro Convertini (ex presidente regionale A.I.S. e ora responsabile di Casa Calabria, Enoteca regionale) e terminata con il motto reso immortale da Cetto La Qualunquechiu pilu pe tutti”, e dopo aver mangiato sardella e nduja e bevuto Gaglioppo e Magliocco a go go sarei tornato volentieri a casa.

Gennaro però e un’altra amica, la scoppiettante wine columnist sud coreana Mi Yeun Hong, hanno protestato: andiamo a fare a quattro passi e poi ci fermiamo a bere qualcosa! Potevo esimermi, sottrarmi, prendere a pretesto una qualche stanchezza (ho una certa età ormai…) per sfilarmi e fare rientro nella città amministrata, bene, devo riconoscerlo, dal possibile futuro governatore della Lombardia Giorgio Gori? Uno che, se non fossi pirla come sono, avrei dovuto contattare illo tempore, una volta vista la sua sfolgorante ascesa in Mediaset, considerato che sui vent’anni conducevamo insieme un programma di jazz e parole nella primigenia RTL in via Donizetti a Bergamo…
Veniamo al dunque. Camminando arriviamo nel cuore di Brera, uno dei quartieri storici più vivi di Milano e immancabilmente, giunti in Via San Marco, siamo finiti con il sederci in una famosa enoteca bistrot, la cui storia è antica.

Scegliamo di accomodarci all’esterno del locale e per tutte le due ore che resteremo al nostro tavolo sarà tutto uno spettacolo di tavoli che si riempiono, si vuotano, si riempiono di nuovo, un affluire incredibile soprattutto di trentenni in allegra compagnia che ordinano ognuno almeno uno, quando non sono due, bicchieri di vino. In netta minoranza, del resto il locale si chiama N’Ombra de vin, i consumatori di birra.

Una folla di ragazze e ragazzi che celebrano il rito dell’happy hour del sabato sera, che se la godono, ridono, consumano, come se avesse ragione quel notorio contaballe di Renzi Matteo, secondo il quale l’Italia è ripartita e siamo fuori dalla crisi grazie a lui e al PD, e anche se la grande stampa di regime fa finta di niente, trapela contemporaneamente la devastante notizia che “sono oltre 9,3 milioni gli italiani non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi”.

E’ il sabato sera dell’happy hour milanese, bellezza, resettare il cervello e non far finta di trovarsi sull’orlo del baratro, necesse est!…
Consultiamo la carta e resto subito basito dai ricarichi applicati, nell’ordine del 300% e più, come se ci trovassimo in un elegante pub in London, in un romantico bistrot parisien e non in una strada dove imbecilli in servizio permanente effettivo ripartono dal vicino semaforo con moto e auto potenti da sboroni sgommando e accelerando come se fossimo a Monza… Come se ci trovassimo, ma non eravamo lì, presso il rilucente Emporio Armani Caffé…

Alla fine optiamo per un buono, anzi eccellente Vermentino di Sardegna 2015, il Gibi bianco, che sebbene non sia costato nemmeno 10 euro all’origine a noi viene proposto alla bella sommetta di euro 40.

Ma che volete farci, sul sito Internet del locale modaiolo di Brera leggiamo che “N’Ombra de Vin protagonista indiscusso delle soirée di Milano. Un esteta, votato all’eccellenza, Cristiano Corà è riuscito negli anni a rivisitare il passato in chiave moderna, dominando la scena milanese con il suo nuovo concetto di enoteca, un gastro-eno-bar: ritrovo cult dall’aperitivo fino a tarda notte, fucina per eventi artistici e culturali, un’alcova per romantiche cene a due o pranzi di lavoro. O anche solo fidata cantina per acquistare le etichette più prestigiose. N’Ombra de Vin è aperto 7 giorni su 7”. Perbacco!

Pazienza, anche se ci sarebbe molto da discutere sull’equità di questo ricarico. Ma che dire, e come non incazzarsi e di brutto, quando volendo esaudire il desiderio degli amici di rinfrescarsi e chiudere la serata con un gin tonic (per me mezza bottiglia d’acqua naturale perché ormai avevo solo sete) alla cassa mi vengono chiesti e senza che mi venga consegnato un’ombra (de vin) di scontrino fiscale (si usa ancora, o nella ruggente Brera è un optional?) qualcosa come 33 euro?

A voi lettori, ai Signori di N’ombra de vin, locale che avevo già frequentato in occasione di degustazioni, ma dal quale, d’ora in poi, mi terrò debitamente alla larga (magari fatelo anche voi, ci sono tanti altri locali nella Milano rampante…), chiedo, ma con quale faccia di tolla si arrivano a chiedere 33 euro (63.000 delle vecchie care lire), 30 sterline, per qualcosa, l’acqua e due gin tonic, un semplice long drink a base di gin e acqua tonica, che non hanno la dignità, il lavoro, la fatica di un buon vino in bottiglia?
Una domanda: non è che dalla Milano craxiana e socialista degli anni Ottanta, la Milano dell’ottimismo della volontà, la celebre Milano da bere, siamo passati oggi, ai tempi di Expo, del suo ex manager e oggi discusso Sindaco Beppe Sala (indagato per appalto Expo), alla Milano dove la parola d’ordine è spennare, pardon, rendere leggero (nel portafoglio)…il cliente?
Sapessi com’è strano, sentirsi alleggeriti a Milano…

Attenzione!

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4 pensieri su “Che bello il rito dell’happy hour milanese a Brera! Peccato che ti spennino…

  1. Bell’articolo, Franco, e buona analisi sociale, giusto per non dimenticarci in che mani siamo, sia per la politica che per l’informazione (politica?).
    Detto ciò, preciso subito che a me no piace frequentare locali solo per la moda dell “Happy Hour” amerikano, ma da quello che scrivi locali del genere, a Milano e dintorni, sembra siano ben frequentati anche a dispetto del salasso conseguente…
    Fermo restanto che ricarichi come quelli da te rilevati non sono assolutamente giustificati, bisognerebbe anche puntare il dito verso tutta la clientela che, nonostante tutto, continua ad affollare quei locali. Sai bene che i prezzi li fa anche il rapporto domanda/offerta. Ergo, fintanto che i locali suddetti continueranno ad essere affollati, perché abbassare i prezzi…?!? Fa tanto “figo” sedersi a quei tavoli con una comitiva di ragazzi e ragazze….
    Parallelamente si potrebbe intavolare una analoga considerazione sulla (r)esistenza dei nostri governanti, ma qui il discorso sarebbe mooolto più lungo….

  2. Se lo conosci lo eviti, wine bar chapa-cüjun per fashionisti dell’ultima ora, milanesi importati, consulenti rampanti a caccia e parvenu da dizionario.
    Noi milanesi, se possibile, lo evitiamo.

  3. Beh Franco…sabato pomeriggio a noi per 3 franciacorta di Villa al bicchiere e 1 san bitter con due patatine e salatini vari ci hanno chiesto 28 euro………

  4. La declinazione milanese dell’ happy hour nulla ha a che fare con l’ originale anglosassone: era un intervallo di tempo in cui gli alcolici costavano meno e basta. A Milano, ma solo qui (?) perchè non ho visto nulla di simile in altre parti d’ Italia da me frequentate, è diventato un’ abbuffata accompagnata da alcolico, per cui con una decina di euro o poco più la gente mangia e beve, con buona pace del fegato. Conosco solo un locale che fa l’ happy hour all’ anglosassone a Milano, ma non serve vino.

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